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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 21-22 luglio 2008


Il taglio delle libertà
apertura de
il Manifesto

Primo «sì» alla manovra economica di lacrime e sangue. La camera vota la Finanziaria con una fiducia blindata che esautora il Parlamento. Tagli per tutti i gusti, dall'ambiente alla scuola, dalle risorse per i contratti pubblici a quelle per la salute. Tremonti manda al macero la libertà di stampa: falcidiato il fondo per l'editoria cooperativa e politica. A rischio la vita dei giornali indipendenti. Tra cui questo.


Inno di Mameli, Fini: «Lo Stato si rispetta» Bossi: Stai zitto
su
l'Unità

Altro che "fratelli d'Italia": Umberto Bossi pensa all'inno di Mameli, ne parla, e alza il dito medio dicendo 'mai più schiavi di Roma'. Poi se la prende con i professori del sud che occupano le scuole lombardo-venete e compromettono l'istruzione dei rampolli leghisti che «sono disorientati e non si meritano certi insegnanti». E forse pensa a suo figlio, bocciato per la seconda volta all'esame di maturità. Solidali, i fan del Carroccio plaudono in platea, ma dal congresso della Liga veneta, domenica 20 luglio, prendono il via reazioni e polemiche. Che attraversano la penisola. E il Parlamento.
Contro l'invettiva del leader della Lega e ministro per le Riforme Bossi, intervengono opposizione e maggioranza, Pd e Idv da un lato, An e Pdl dall'altro: Pd e Idv si sono ritrovati infatti, sulla stessa posizione: Bossi fa così perché vuole distogliere l'attenzione dei suoi e non far notare che ha «ceduto a Berlusconi sulla giustizia».
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha dovuto quindi criticare il comportamento di Bossi aprendo la seduta. «Nessuno, men che meno un ministro della Repubblica, deve pronunciare parole che offendono un sentimento nazionale che sta nell'Inno di Mameli ed in quello che significa, al di la delle parole che lo compongono», ha detto Fini. «L'inno è elemento distintivo dello Stato al pari della bandiera: è un elemento simbolico e come tale esso va rispettato». «Identico rispetto - ha aggiunto Fini - si deve a tutti gli italiani, quale che sia il luogo di nascita, di residenza o di lavoro. Il primo dovere di ogni parlamentare o ministro è di ricordare che non ci sono italiani del nord, del centro o del sud ma che ci sono solo gli italiani, che in quell'Inno di Mameli si riconoscono».



Fini su Bossi: «Non offenda unità nazionale»
E lui risponde: «Meglio se non interveniva»
F.Cocco su
Il Sole 24 Ore

Tensione altissima nella maggioranza fra An (Pdl) e Lega sui temi dell'unità nazionale. «Nessuno può permettersi di offendere il sentimento nazionale e i suoi simboli, e gli italiani vanno rispettati tutti indipendentemente da dove vivono e lavorano». «Meglio se Fini non interveniva... Sono solo strumentalizzazioni». Questo il duro botta e risposta a distanza fra il presidente della Camera, Gianfranco Fini e Umberto Bossi.
Fini aveva criticato le parole del ministro della Lega, che aveva ironizzato sull'inno di Mameli e se l'era presa con i professori meridionali che insegnano al Nord. Il leader della Lega è arrivato intorno alle 17 a Montecitorio, quando il dibattito si era già concluso e, dopo aver fatto merenda con due panini in Transatlantico, ha replicato aspramente a Fini ed è tornato a criticare il testo dell'Inno: «C'è anche scritto che i bimbi d'Italia si chiaman balilla..», ha sentenziato. E a quanti, dall'opposizione, gli hanno chiesto di dimettersi: «Sarebbe bello, potrei andare al mare... Io sono tra due fuochi e non sono certo qui per mollare...». Sul federalismo, Bossi è tornato minaccioso: «Lo chiedono 10 milioni di cittadini. Voglio vedere se riescono a fermarli».
Dalla minoranza è giunta oggi anche le richiesta che il premier Silvio Berlusconi venga a riferire in Parlamento. Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha anticipato che si rivolgerà all'esecutivo.

Ma già altri esponenti della minoranza avevano chiamato in causa direttamente il premier Silvio Berlusconi. «Mi aspetto che a questo punto arrivino le parole del presidente del Consiglio, a dire se condivide le parole del suo ministro che sono, a questo punto, di tutto il gruppo della Lega». Così è intervenuto alla Camera il segretario del Pd Walter Veltroni, dopo le parole del presidente Fini e successivamente del capogruppo del Carroccio, Roberto Cota, che ha manifestato «l'appoggio del gruppo della Lega alle parole del ministro Umberto Bossi». Adesso, secondo Veltroni, all'interno della maggioranza c'è un «problema politico». «Valuteremo con Pd e Udc" il modo per far intervenire il premier in Aula e solo "dopo" un'eventuale mozione di sfiducia, se questo possa rappresentare "lo strumento per vedere con chi sta questa maggioranza, se con l'Italia o con la Padania», ha annunciato per l'Idv, Antonio Di Pietro.



Dossier illeciti Telecom
ecco l'atto integrale dei pm
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la Repubblica

Ecco l'atto con il quale i pm milanesi Fabio Napoleone, Nicola Piacente e Stefano Civardi hanno chiuso l'indagine sull'ex servizio di Sicurezza Telecom. Un gruppo capeggiato da Giuliano Tavaroli che ha creato migliaia di dossier illeciti, attraverso consultazioni abusive di archivi riservati. Migliaia gli spiati. L'avviso di conclusione indagini riporta nome per nome chi è stato "attenzionato". Non solo politici, finanziari, imprenditori, giornalisti. Ma anche gente comune che ora può chiedere i danni ai responsabili dell'illecito archivio informatico creato da Tavaroli.

Gli indagati sono 34. Le accuse a vario titolo vanno dall'associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e reciclaggio. Telecom e Pirelli sono invece iscritte nel registro degli indagati ai sensi della legge 231 sulla responsabilita' oggettiva delle persone giuridiche.

LEGGI IL DOCUMENTO INTEGRALE
Parte 1
Parte 2
Parte 3


Telecom, Tavaroli dà la colpa a Tronchetti Provera
Oreste Pivetta su
l'Unità

I casi Telecom, quello dello spionaggio e quello sulle strategie economico finanziarie proprietarie dell´impresa, si stanno riaprendo grazie ai magistrati e, un´altra volta, con la mano dei giornali. C´è da immaginare che si debba attendere parecchio prima che i capitoli si chiudano e c´è da dubitare, dato il groviglio, che lascino scritte pagine di verità. Marco Tronchetti Provera, ex presidente ed ex azionista di riferimento, è convinto invece che alla verità (giudiziaria) si sia comunque arrivati. «Sono molto contento e soddisfatto - ha dichiarato - della conclusione cui sono giunti i giudici dopo tre anni e mezzo di indagine: dopo che sono stati sentiti centinaia di testimoni, che si sono viste migliaia di carte, è emersa con chiarezza la verità».

Ma il presidente del Gruppo Pirelli, letti i giornali, ha avuto anche molto da recriminare: «Sono peraltro sconcertato che continui una campagna che, malgrado ogni evidenza, cerchi di alterare la verità. È davvero inaccettabile, incomprensibile». Se lo si poteva sommariamente considerare fuori dalla brutta storia (insieme all´amministratore delegato Carlo Buora), a ributtarlo nel mare dei sospetti è stata Repubblica che ieri gli dedicava un titolo in prima e due pagine intere (con un inquietante avviso: continua) in cui si rappresentavano in dettaglio i pensieri e la storia di Giuliano Tavaroli, avvertendo solo all´ultimo che «la sua è la ricostruzione di un indagato».

Dalle prime righe di Giuseppe D´Avanzo (accanto alla foto, oculatamente scelta, dello spione Tavaroli vicino al padrone Tronchetti), si poteva dedurre che l´idea di Repubblica fosse un po´ quella di respingere la tesi del pubblico ministero di Milano: «Più o meno si sostiene che fossero all´opera in Telecom, soltanto un mascalzone (Giuliano Tavaroli) e un paio di suoi amici d´infanzia... La combriccola voleva lucrare un po´ di denaro per far bella vita e una serena vecchiaia». Conclusione: l´affaire Telecom, spiegato così, si sgonfia come un budino malfatto. A ritirarlo su, al cielo dei vasti intrighi internazionali, ci pensa dunque Tavaroli, che traccia la ragnatela che tutto accoglie e raccoglie e quasi tutti assolve (assolvendo in primo luogo se stesso, all´opera solo per "cause di forza maggiore"): servizi segreti, Abu Omar, generali, Pollari e Speciale, grandi manager (ma Scaroni nega d'aver mai visto in vita sua Giuliano Tavaroli), un ex presidente (Cossiga), uffici romani, detective di casa nostra e naturalmente Tronchetti Provera («Mi hanno detto di ballare su una zona di confine. E io ho ballato. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti») e, infine, il Corriere della Sera.

Come sarebbe potuto mancare il Corriere: sta nella più o meno recente tradizione spionistica-piduistica italiana. Ci racconta Tavaroli che Tronchetti non aveva alcun interesse per Telecom, voleva il Corriere (al quale è approdato da tempo, sedendo onorevolmente nel patto di sindacato, cioè al tavolo di comando). Tronchetti aveva una passione per il giornale di via Solferino, «un´istituzione essenziale per la democrazia italiana». «In quei mesi - testimonia l´indagato Tavaroli - stava acquisendo posizione e posso credere che si preparasse a lanciare una offerta pubblica di acquisto...». Tanta voce a Tavaroli (il seguito oggi) e tanto accanimento contro Tronchetti non sarà solo "scoopismo", anche perchè della vicenda si sa già tutto, compresi i nomi dei "pedinati" (anche impiegati o sindacalisti di Telecom). Una possibilità è che Tavaroli monti un´architettura complottistica "esterna", per giustificare se stesso, obbligato da neanche tanto oscuri poteri superiori. Un´altra possibilità è che si rimonti il "teorema", quello che proprio il Corriere di ieri, nel fondo di Sergio Romano, dava ormai per smontato. Il fine e colto ex ambasciatore sta alle "carte", all´avviso di conclusione delle indagini, che avrebbero «implicitamente scagionato» l´azionista Rcs Marco Tronchetti Provera (e Carlo Buora). Sergio Romano non prende partito: ragiona con ottimismo per dimostrare che tra corruzione, mafie, conflitto d´interessi, eccetera eccetera, ogni tanto succede qualcosa che ci fa pensare che la nostra "classe dirigente" sia meno peggio di quanto si creda, che "noi" siamo meno peggio di quanto si creda. Quanto si sia consumato (e si consumi) di potere, di politiche, di risorse, alle nostre spalle, ovviamente non ci è dato sapere: la Telecom di Tronchetti Provera ha divorato, come è noto, quattrini (anche quelli che Tronchetti Provera e i suoi aiutanti sono riusciti ad intascare, andandosene) e credibilità politiche (come dimenticare l´incontro a Cernobbio con Prodi, il piano Rovati, la bocciatura di Telefonica o quella di At&T e via tra perdite e piani dismessi).

Proprio domenica sul Sole24Ore Franco Debenedetti poneva la domanda giusta: quanto spionaggio e killeraggio hanno guidato o influenzato o inquinato la vicenda industriale e finanziaria di Telecom, espropriando gli azionisti? L´opacità è la regola d´oro dei nostri tempi. Chissà che cosa ci toccherà in futuro. Di sicuro ci toccherà di pagare ancora. Tronchetti Provera saprà sicuramente che in fondo all´elenco degli indagati compaiono, al trentacinquesimo e al trentaseiesimo posto, anche la Pirelli e la Telecom, persone giuridiche, non avendo adottato un «modello organizzativo al fine di prevenire la commissione di reati» fino al maggio 2003 «e comunque dal momento dell´adozione, non avendolo efficacemente attuato e non avendo adeguatamente vigilato sull´osservanza dello stesso...». Siamo alla legge 231 (siamo al 2001). Se sentenza di condanna ci sarà, perché è mancata la vigilanza del vigilante, non ci sarà presidente o ex presidente di mezzo: a rispondere ci sarà Telecom, ci saranno gli azionisti (di tasca loro).


Tavaroli: "Ecco la mia verità su Telecom e Tronchetti"
Voglio il processo con tutte le mie forze, e vederli ripetere ciò che hanno riferito ai giudici. Tutti hanno mentito, dimostrerò che ho fatto ciò che mi chiedevano  
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica del 21 luglio

A leggere i giornali, e qualche anticipazione del documento che annuncerà oggi la chiusura delle indagini del pubblico ministero di Milano, l´affaire Telecom sembra essersi sgonfiato come un budino malfatto. Più o meno, si sostiene che fossero all´opera, in Telecom, soltanto un mascalzone (Giuliano Tavaroli) e un paio di suoi amici d´infanzia (Emanuele Cipriani, un investigatore privato, e Marco Mancini, il capo del controspionaggio del Sismi). La combriccola voleva lucrare un po´ di denaro per far bella vita e una serena vecchiaia. I "mascalzoni" avrebbero abusato dell´ingenuità di Marco Tronchetti Provera (presidente) e di Carlo Buora (amministratore delegato). Tutto qui.

L´affaire Telecom è stato dunque, secondo quest´interpretazione, soltanto un bluff mediatico-giudiziario utilizzato (o, per alcuni avventurosi osservatori, organizzato) da circoli politici per sottrarre al "povero" Tronchetti la società di telecomunicazioni.
La ricostruzione è minimalista. Evita di prendere in esame, anche soltanto con approssimazione, la sequenza dei fatti accertati (a cominciare dalla raccolta di migliaia di dossier illegali); la loro pericolosità; i protagonisti (alcuni mai nemmeno nominati); un multiforme network di potere che condiziona ancora oggi un´imprenditoria debole senza capitali e una politica fragile senza legittimità: imprenditoria e politica sorrette, protette o minacciate – secondo convenienza – da alcune burocrazie della sicurezza. E´ nelle pieghe di questi deficit e contraddizioni italiani che è fiorito l´affaire, uno scandalo che nessuno – a quanto pare – ha voglia di affrontare. Vedremo se lo farà la prudente magistratura di Milano.
Per definire almeno la cornice del "caso" e gli attori e un metodo e qualche fondo fangoso, Repubblica – nel corso del 2008 – ha avuto sei colloqui (a Bereguardo, Milano e Albenga) con un Giuliano Tavaroli convinto già da tempo (e quel che accade sembra dargli ragione) che «nessuno avrà interesse a celebrare il "processo Telecom". Nessuno: né i pubblici ministeri, né gli imputati, né la Telecom vecchia, né la Telecom nuova. Ma io non sono e non farò né accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare. Io vorrò con tutte le mie forze il processo e nel processo vorrò vederli in faccia ripetere quel che hanno riferito ai magistrati. Il mio vantaggio è che tutti – tutti – hanno mentito in questa storia, e io sono in grado di dimostrare che le informazioni che ho raccolto sono state distribuite in azienda perché commissionate dall´azienda e nel suo interesse… Ne ho sentite di tutti i colori. Come Marco Tronchetti Provera che nega di aver mai avuto conti all´estero, come se non sapessi che per lo meno fino al 2006 i suoi conti erano a Montecarlo».





Tavaroli: i miei dossier segreti per Tronchetti
Al presidente di Telecom servivano informazioni Mi chiamava e io le raccoglievo Non esitavo a sporcarmi le mani  
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica del 22 luglio


Ho già detto che una concezione moderna della sicurezza (che è reputazione, soprattutto) deve fronteggiare anche – o soprattutto – quella roba lì, gli attacchi politici, le ostilità di parte, i pregiudizi, i veleni. Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E´ un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell´avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche "sapere" e dunque capacità di adattarsi a quella "emergenza" o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo "analisi del rischio" e "analisi di scenario". In quell´avvio di gestione della Telecom, ne avevamo bisogno come dell´aria. Il momento intorno a noi era sconfortante. Non c´era stato soltanto l´11 settembre, c´erano ancora le macerie dello sgonfiamento della bolla speculativa, la catastrofe dei bond argentini».

(Tavaroli qui svela – e nemmeno troppo velatamente – il lavoro di spionaggio a cui, sostiene, «nessuna azienda rinuncia». Lo riduce a raccolta di informazioni, a "mappatura" – diciamo così – dei caratteri, delle opinioni, delle forze e delle debolezze dei potenti, vecchi e nuovi, che, di volta in volta, Tronchetti deve fronteggiare, rassicurare, tenere alla larga. La "conoscenza", come la definisce, è soltanto il punto di partenza del suo lavoro. Per questi giocatori, per questo gioco, è la mossa d´apertura, il livello minimo richiesto per poter entrare in campo. La differenza vera la fa il "sapere", la combinazione di competenze multiple che rende possibili scambi, pratiche, compatibili assunzioni di rischi, la creazione di qualche minacciosa favola da diffondere. Tavaroli adopera un altro vocabolario, un´altra sintassi. Parla di «analisi delle forze in campo», di «amici/nemici» ma, in soldoni, non è che l´esito sia diverso. Sempre di spionaggio si parla.

Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a Tronchetti e di sicurezza per l´azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per deboli di stomaco. Ecco che cosa intendo quando dico che il perimetro della security si era di molto allargato. Ecco che cosa intendeva Marco Tronchetti Provera quando mi diceva: "Le abbiamo chiesto troppo". Se avevo bisogno di informazioni sugli antagonisti mi rivolgevo a Emanuele Cipriani (investigatore privato della Polis d´Istinto). Che me le procurava. Sono pronto ad ammettere che ci sono state – ma questi sono affari di Cipriani – indagini illegali. Ammetto che bisognerà spiegare le intrusioni informatiche ai danni di Massimo Mucchetti e Vittorio Colao (vicedirettore del Corriere e amministratore delegato di Rcs). Ma non ci sono state intercettazioni abusive né ricatti. Nell´indagine della procura di Milano, non ce n´è traccia. Il mio lavoro non si è mai arricchito di quella roba lì.

Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della procura. Credo che egli abbia lasciato esplodere il "caso Rovati" al solo scopo di anticipare il governo e trovare una dignitosa e sdegnata via d´uscita. Con quel che sarebbe successo di lì a un paio di mesi, il governo avrebbe potuto dirgli: non hai l´autorità né la credibilità per governare le reti. Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell´area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l´idea che la si stia sfidando. Genio dell´opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e senza un´ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto. Devo soltanto dimostrare ai miei cinque figli che il loro papà non è il mascalzone che raccontano, che il loro papà ha concesso soltanto fiducia a chi non la meritava. Per questo ripeto: non accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare».
(2.Fine)


I giusti, i fessi
Renato Brunetta Ministro della Funzione Pubblica su
La Stampa

Caro Direttore,
Mina, nel suo articolo su La Stampa di domenica, (L'uomo che non ritarda mai) ha impareggiabilmente evocato le persone a cui dedico il mio lavoro e alle quali non smetto di pensare mentre mi batto, secondo taluni in modo veemente, per far funzionare il settore pubblico. Ho in mente il ragionier Giustini, che in tutta la sua carriera s'è assentato solo cinque minuti. Ho in mente la sua maestra (la mia la ricordo ancora con devota commozione quando portava a mio padre i compiti per casa per il suo alunno ammalato...), che amava insegnare e conservava memoria di quel suo antico e bravo alunno.

Il ragionier Giustini, forse, passa per stupido. Gli altri, i «furbi», compreso quello che in falsa malattia se la spassa con la brasiliana, lo considerano certamente un «fesso». Invece è un giusto, e come tale merita d'essere premiato. La maestra godeva di rispetto, aveva uno status sociale di cui andava orgogliosa e che s'è perso. Sì, certo, perché la società corre, perché si considera troppo la ricchezza materiale, ma anche perché alcuni suoi colleghi odierni il rispetto proprio non lo meritano. Il ragionier Giustini e la sua maestra non si sono rassegnati ad essere uguali ai «furbi». Perché mai dovremmo farlo noi? Perché dovremmo rassegnarci a tollerare i privilegi dei peggiori, accontentandoci della loro mediocrità? Dobbiamo invece premiare il merito, l'impegno e l'onestà. A cominciare da noi stessi e dai dirigenti, naturalmente.

Grazie, Mina, per averci presentato queste persone. E' per loro che non intendo arrendermi. Per me vale sempre l'impegno di Giacomo Brodolini: «Da una parte sola, dalla parte dei lavoratori!».


  22 luglio 2008