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sulla stampa a cura di Fr.I. - 23-24 luglio 2008
Lodo alla gola apertura de il Manifesto Palazzo Madama approva il lodo Alfano sull'immunità per i presidenti della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato. Va in soffitta l'articolo 3 della Costituzione: quattro cittadini non sono più uguali agli altri di fronte alla legge. Protesta l'opposizione: «Sulle riforme il dialogo diventa più difficile». Ma per Berlusconi è un trionfo d'impunità. E oggi al varo l'obbrobrio del decreto-sicurezza. Caro Presidente Antonio Padellaro su l'Unità Quando promulga una legge il presidente della Repubblica non esprime un'opinione personale. Significa che ne ha verificato la legittimità costituzionale. A proposito del lodo Alfano questo ci dice il Quirinale nel suo breve comunicato: il testo approvato dalle Camere corrisponde ai rilievi formulati dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2004, quella che sancì l'incostituzionalità del lodo che allora si chiamava Schifani. È possibile che anche questa volta la Consulta sia chiamata a decidere sulla stessa materia. Vedremo con quali esiti. Tuttavia, non saremmo sinceri se nascondessimo il nostro forte disagio per la norma sull'immunità delle quattro più alte cariche dello Stato dietro il rispetto formale per l'istituzione che ne ha convalidato il testo o nell'attesa di una decisione successiva. Perciò, se ci rivolgiamo al presidente Napolitano è perché in questi difficili anni ha saputo esercitare la sua alta funzione in modo ineccepibile dando nello stesso tempo ascolto e voce a quanto dal Paese veniva espresso. Non pretendiamo certo di rappresentare tutti gli italiani ma sappiamo che sono numerosi quelli che giudicano il lodo come un grave strappo al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. In Parlamento l'opposizione ha manifestato i pericoli di questa grave rottura delle regole. Invano, poiché dall'altra parte c'è una maggioranza che non ascolta ma, prona, solo ubbidisce. Da oggi dunque ci sono quattro cittadini più uguali degli altri e tutto per consentire a uno solo, e sappiamo a chi, di non essere più sottoposto ai dettami della giustizia, come un sovrano senza limiti. Caro Presidente, siamo convinti che lei troverà il modo e le parole per rispondere anche a questo largo malessere. In nome dell'unità nazionale che lei rappresenta, e che qualcuno cerca di calpestare per esclusivi interessi personali, gliene saremo grati. Il punto di equilibrio Massimo Franco sul Corriere della Sera A guardar bene, la firma di Giorgio Napolitano appare un atto dovuto ed insieme il male minore. Vidimando la legge che sospende il processo penale nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica è riuscito a chiudere una mediazione scivolosa; e ad offrire ai più, non soltanto al governo, la copertura della propria autorevolezza istituzionale. Grazie a Napolitano, si attenua la sensazione di una forzatura del centrodestra per piegare la magistratura che indaga sul premier. Ma si offre anche al Pd un buon motivo per non essere risucchiato nell'orbita dipietrista. La partita, tuttavia, è agli inizi. L'ombra dell'incostituzionalità non può essere considerata dissolta; e la minaccia dei referendum promossi da Antonio Di Pietro, da ieri diventa più concreta. Il fatto che l'ex pm dica di rispettare la decisione del Quirinale, salvo aggiungere che non la condivide e definire il «lodo Alfano» incostituzionale e «immorale», annuncia mesi infuocati. E promette di esporre alle tensioni fra maggioranza e magistratura la stessa presidenza della Repubblica, oltre ad un Csm già in contrasto col Guardasigilli. Ma in una parte della sinistra, i rapporti corretti che Quirinale e centrodestra tendono a consolidare in materia di riforme vengono vissuti come uno scandalo. Si tratta di un atteggiamento simmetrico alla frustrazione che spunta nella coalizione berlusconiana quando le istituzioni non assecondano la sua pretesa di modellarle in nome dei numeri parlamentari; e che può essere superata soltanto con mediazioni pazienti, i cui echi esterni arrivano attutiti; e per questo danno l'impressione di un'insoddisfazione generale. Dietro, però, si intuiscono rapporti di forza schiaccianti; ed una tabella di marcia più aggressiva del passato da parte di palazzo Chigi. Su questo sfondo, brillano la debolezza dell'opposizione più responsabile, e le velleità degli avversari più incattiviti del berlusconismo. I rischi, per il premier, paradossalmente possono venire proprio da una situazione di assoluto vantaggio; e dalla tentazione di usare l'estremismo di una minoranza della sinistra per compiere strappi. Eppure il dialogo in Parlamento, si tratti di federalismo fiscale, misure sulla sicurezza o manovra economica, conviene a tutti. Il problema è se tutti hanno forza e senso di responsabilità sufficienti per rendersene conto, e comportarsi di conseguenza. Nucleare colabrodo in Francia Altro incidente: 100 contaminati Seconda fuga a Tricastin in 16 giorni sommari de l'Unità Un centinaio di lavoratori della centrale nucleare di Tricastin, in Francia, sono rimasti «leggermente contaminati». È la stessa centrale in cui era avvenuto un altro incidente lo scorso 7 lugliio. Ne ha dato notizia la direzione dell'Edf, che solo lunedì aveva reso noto la contaminazione di altri 15 in un'altra centrale. È il terzo incidente in 16 giorni. Polemiche sulla sicurezza e sulla possibilità che l'Italia torni su questa strada. Senso Jena su La Stampa Fratelli d'Italia, L'Italia s'è desta, Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma, Iddio la creò. Qualcuno dovrebbe spiegare a Bossi il senso profondo di queste parole. E per conoscenza anche al resto degli italiani.. La Lega sovversiva Nicola Tranfaglia su l'Unità Mi sembra di essere piombato in una situazione grottesca e paradossale. Ci sono due ministri, Bossi e Maroni, che, dopo le elezioni di aprile 2008, hanno giurato fedeltà alla costituzione e alla repubblica davanti al Capo dello stato e alle telecamere delle emittenti pubbliche e private e ora si comportano come se il giuramento non ci fosse stato e parlano come emissari della Padania contrapposta all'Italia. Bossi, ministro delle Riforme nel quarto governo Berlusconi, il 19 luglio scorso ha parlato contro «la canaglia centralista», ha insultato l'inno nazionale di Mameli e ha invitato i Padani a non far martoriare i propri figli dagli insegnanti del Sud. Ha minacciato la repubblica di mobilitare quindici milioni uomini del Nord per liberare il paese e fare la riforma federalista. Ma l'aspetto più grave della situazione è che, di fronte a un simile comportamento, nessuna istituzione della repubblica reagisca in maniera adeguata. I presidenti delle Camere che sono alleati della Lega nel governo, hanno difeso i simboli nazionali, ma non hanno segnalato la contraddizione della Lega né hanno messo in discussione l'alleanza. Anzi il presidente dei deputati di Forza Italia alla Camera on. Cicchitto ha sottolineato che la coalizione è salda e che la Lega ne fa parte a pieno titolo. Il Capo dello Stato è rimasto in silenzio. E il presidente del Consiglio ha rassicurato Bossi e Maroni che va tutto bene e che i rapporti tra gli alleati non presentano problemi di nessun genere. Sembra di sognare. Abbiamo due ministri in carica, i più importanti della Lega, che offendono la repubblica e i suoi simboli, che adottano iniziative razziste o le annunciano per il futuro, e nessuno si preoccupa. O, al massimo, danno un buffetto scherzoso agli autori delle iniziative. Ma, se le cose stanno così, non solo è urgente che il presidente del Consiglio vada alla Camere (come ha chiesto il PD di Veltroni) e dica quale è la sua opinione sulle parole di Bossi e che cosa pensa degli insulti alla repubblica, ma anche che chieda ai due ministri di osservare il giuramento appena fatto e di non parlare più di una inesistente Padania che si contrappone alla costituzione repubblicana e allo stato democratico. I leghisti vorrebbero introdurre nel nostro paese regole e leggi che contraddicono in pieno ai principi costituzionali e alle regole, introdotte anche dalle convenzioni dell'ONU, sull'eguaglianza dei cittadini del Nord e del Sud nell'Italia repubblicana. E' prevedibile una tale presa di posizione da parte di Berlusconi dopo che alla Camera il gruppo della Lega Nord, con le parole del capogruppo Cota, ha riaffermato, come se nulla fosse, le parole di Bossi e ha ripetuto gli insulti a Roma e alla "canaglia centralista"? Crediamo proprio di no e pensiamo che si deve prender atto che ci sono due ministri di grande rilievo nell'attuale governo (Riforme e Interno) che si ritengono ministri della Padania piuttosto che della repubblica e si comportano come se non seguissero il progetto della coalizione di maggioranza ma gli interessi di un altro Stato, che ha un suo parlamento, sue leggi e suoi organi separati. Non era mai avvenuto nei centocinquant'anni dell'Italia unita. Non nei sessant'anni dello Stato liberale. Non nel ventennio fascista e neppure nei sessant'anni della democrazia repubblicana. Succede ora con il ritorno di Berlusconi al potere che porta con sé in una posizione privilegiata tra gli alleati la Lega Nord di Bossi, le attribuisce ministeri di primaria importanza e le permette di dire e fare quello che vuole, al governo e in parlamento. A quale esito porterà la repubblica la presenza nel governo Berlusconi di due logiche diverse? E di due stati differenti: la Padania e l'Italia repubblicana? È difficile prevedere che cosa accadrà ma è certo che la Lega Nord proseguirà su una strada autonoma ed estranea alla costituzione malgrado i giuramenti fatti al momento di formazione del governo Berlusconi. Bossi e Maroni difendono i voti presi dalla Lega e la sua specifica ideologia che ha nel Dna la secessione e la lotta allo Stato italiano così come si è formato nei precedenti centocinquant'anni ed è in fondo una lotta per l'egemonia culturale all'interno della destra che governa oggi l'Italia. Sta al presidente del Consiglio scegliere tra l'assimilazione della Lega alla coalizione di maggioranza e l'adozione delle parole d'ordine della Lega Nord come ideologia di tutta la destra unita. Di qui, da questa attuale incertezza nasce il tentativo di Berlusconi di abbassare i toni e di rassicurare gli alleati leghisti senza adottarne gli slogan. Uno Stradivari per Mameli Deo Fogliazza su Youtube Senza parole Massimo Gramellini su La Stampa Da una settimana l'Italia che conta e non ha di meglio da fare (ma anche se lo avesse, non saprebbe farlo) discute intorno all'inno di Mameli, già oggetto di una campagna di Enzo Tortora a «Portobello», tanto per dire la freschezza dell'argomento. La novità è che a scatenare questo tumultuoso nulla non è stata una dichiarazione, orale o scritta, ma un gesto: il dito medio di Bossi sventolante nei cieli di Padania. Si può discutere se di gesto si tratti o di gestaccio: per l'eru-dito Sgarbi rappresenta una reazione schietta e legittima, ed è irrilevante che a compierla non sia stato un bambino nel cortile di casa, ma un ministro davanti alle telecamere. Sia come sia, se Bossi avesse sepolto l'inno di improperi (lo ha già fatto mille volte, fra l'altro) avrebbe provocato solo sbadigli. Avendo compiuto un atto riproducibile per immagini, ha lanciato un dibattito. Non è l'unico: Berlusconi fa politica a fumetti da sempre. E in televisione lampeggia la nuca accessoriata di orecchie a sventola del presidente eletto (dai giornalisti) Barack Obama, in visita pastorale nell'universo mondo. Sfido chiunque a ripetere una delle frasi da lui pronunciate, esclusa «Yes we can», che però è uno slogan e quindi fa parte integrante dell'immagine, come nelle pubblicità. Invece l'Obama ripreso di spalle è già un'icona del nostro tempo, che non sapendo più immagazzinare i concetti, si accontenta delle figure, alla ricerca spasmodica di quella più originale o sfrontata. Così la comunicazione politica retrocede a libro illustrato per l'infanzia, periodo della vita che ormai si protrae fino agli ottant'anni. Incontri segreti e voti promessi il pressing dei clan su Dell'Utri Calabria, 18 arresti hanno decimato i vertici delle cosche Piromalli e Molè. Contro il 41 bis i boss della 'ndrangheta cercarono di avvicinare anche Mastella. Attilio Bolzoni su la Repubblica REGGIO CALABRIA - È la trama della 'ndrangheta che vuole liberarsi dalle catene del 41 bis. Una ragnatela che dalla piana di Gioia Tauro si spande a Roma, si infiltra nei ministeri, raggiunge i bracci delle sezioni speciali delle carceri italiane. Promesse di voti, mosse e contromosse per convincere quei deputati o senatori che "possono fare qualcosa", ricatti, maneggi per ottenere immunità diplomatiche, spiate di magistrati. Non si fermano davanti a niente e a nessuno i capi della 'ndrangheta pur di diventare dei detenuti come tutti gli altri. I personaggi di questo intrigo sono i Piromalli e i Molè, forse i "capibastone" più potenti della Calabria. In una retata che da queste parti ha pochi precedenti per "portata" investigativa - è anche la prima grande operazione firmata dal nuovo procurarore di Reggio Giuseppe Pignatone - la squadra mobile e i ros dei carabinieri hanno decimato con 18 fermi i vertici di due cosche che erano state solo sfiorate dalle investigazioni negli anni passati. Le "famiglie" che soffocano il porto di Gioia Tauro, quelle che come dice uno dei boss catturati "hanno insieme cent'anni di storia". Sono loro, i Piromalli soprattutto, che in giro per l'Italia hanno sguinzagliato avvocati e compari e consigliori per agganciare il senatore Marcello Dell'Utri e l'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella. Il primo ha ricevuto quei "calabresi" in almeno in due occasioni (alla vigilia delle ultime elezioni politiche), il secondo ha chiuso ogni contatto con loro dopo la prima telefonata. "Maledetto 41 bis, sto tentando di tutto, voglio percorrere una strada segretissima anche al Vaticano", sibila uno di loro al telefono. E poi dice: "Ho cercato anche con la massoneria, per quanto riguarda eventualmente l'intervento di un giudice molto importante". È alla fine dell'anno scorso che i Piromalli decidono di muovere tutte le loro pedine. È il 3 dicembre del 2007 quando dalla Calabria organizzano per Antonio Piromalli e per il suo amico Gioacchino Arcidiaco (entrambi arrestati nella retata di martedì scorso) un incontro con Marcello Dell'Utri. Dal senatore di Forza Italia vogliono procurare una sorta di immunità attraverso il conferimento di una funzione consolare. Una qualsiasi. Vogliono mettere al sicuro Antonio, il rampollo della "famiglia" con un passaporto diplomatico. In cambio offrono voti e si mettono a disposizione per i "circoli" del senatore nel territorio di Gioia Tauro. Gli risponde Micciché da Caracas: "La Piana è cosa nostra facci capisciri (fagli capire, ndr), il porto di Gioia Tauro l'abbiamo fatto noi. Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi". E ancora: "Ricordati che la politica si deve saper fare. Ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro, ha bisogno di noi. Hai capito il discorso? E quando dico noi, intendo dire Gioacchino e Antonio (Piromalli, ndr), mi sono spiegato? Spiegagli chi siamo, che cosa rappresentiamo per la Calabria... io gli ho già detto tante cose". Dopo un primo incontro il 3 dicembre a Milano fra Gioacchino Arcidiaco e Marcello Dell'Utri (c'è con loro l'avvocato di Genova Francesco Lima), ce n'è un secondo a Roma tre giorni prima delle elezioni politiche del 13 aprile. L'inchiesta sta ancora scavando fra i retroscena di quei faccia a faccia, il senatore Dell'Utri sarà ascoltato come testimone. È sempre Aldo Micciché che informa i Piromalli. Una volta racconta che il deputato dell'Udc Mario Tassone si sarebbe "messo a vostra completissima disposizione" e "che tira aria di elezioni e diventerà il segretario del partito al posto di Lorenzo Cesa", un'altra volta ricorda che anche "il consigliere regionale Gianni Nucera li aspetta a braccia aperte per tutto quello che avete bisogno". Poi si agita per Veltroni che in comizio ha detto di non volere i voti di mafia: "Avete capito il discorso? Quelli hanno respinto ogni forma, ogni cosa". Il vecchio Giuseppe Piromalli nonostante le tante "amicizie" è però sempre in una cella, isolato nel carcere di Tolmezzo. Ma i boss della già da mesi si aggiravano intorno al ministero della Giustizia. Cercavano un varco. È sempre la condizione carceraria di Giuseppe Piromalli a impensierirli. Riferiscono al figlio Antonio: "Tuo padre è esasperato, e lo diventa ancora di più quando gli vengono toccate le cose di cui necessita di più, cioè la corrispondenza... gli stanno controllando pure i peli". Comunque è lo stesso Micciché che urla un giorno al telefono: "Sto cazzo di ministro non si può muovere in nessun modo. Devo fare un'altra strada perché è già quasi arrivato il giorno. Sennò siamo fottuti". Il giorno che avrebbero dovuto confermare il 41 bis a Giuseppe Piromalli. I boss parlano a ruota libero, tranquilli, forti del loro "servizio informativo" È Arcidiaco che per una volta avverte Aldo Micciché: "Praticamente ieri ci hanno chiamato e ci hanno detto che due settimane fa hanno tappezzato la macchina di mio cugino Antonio dell'ira di Dio". Pensano di poter dire tutto su altri telefoni, si sentono "protetti". Aldo Micciché si lascia sfuggire: "Ho ricevuto una telefonata da Reggio da persone che nemmeno ti immagini, molto, molto in alto. Dobbiamo stare molto attenti. Lo sai chi è Peppe T. o Peppe V., sai chi sono questi, sono gente legata a mani piedi culo e poi c'è l'altro personaggio importantissimo". Tutti magistrati. Amici di altri magistrati. Amici dei boss della 'ndrangheta.
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