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sulla stampa a cura di Fr.I. - 25-26 luglio 2008
Stato d'emergenza per immigrati Quirinale: stupore e rammarico Martedì Maroni riferirà in Parlamento sommari de l'Unità Zitto zitto il governo decreta lo «stato d'emergenza nazionale» per «l'eccezionale afflusso di immigrati clandestini». Non si sa cosa voglia dire di preciso anche se evoca terremoti e tsunami, protezione civile e poteri eccezionali. Il ministro ombra dell'Interno Marco Minniti infatti chiede chiarimenti. Maroni: «E' solo una proroga e serve perché gli sbarchi sono raddoppiati». E dopo la richiesta dell'opposizione e la sollecitazione di Fini, Maroni riferirà alla Camera martedì 29 luglio. Il muro di Lampedusa Gad Lerner su la Repubblica Il governo italiano risponde da par suo al cittadino del mondo Barack Obama, simbolo meticcio della contemporaneità. «Dobbiamo abbattere tutti i muri che ancora dividono i popoli e le razze, i ricchi dai poveri», invocava giovedì da Berlino il candidato presidente. E noi? L´indomani facciamo finta di edificare il patetico muro di Lampedusa. Naturalmente è una bugia che il territorio nazionale sia minacciato da un´invasione di "clandestini" tale da richiedere la proclamazione dello stato d´emergenza. Al contrario, una vera emergenza scatterebbe nella malaugurata ipotesi che i lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno abbandonassero le nostre aziende e le nostre famiglie. Ma per il ministro Maroni lo scandalo e la riprovazione internazionale sono boccate d´ossigeno, perseguite cinicamente, come già i commissari etnici, il censimento dei nomadi e la sottolineatura esibita delle impronte digitali obbligatorie per i minori rom. Di fronte ai funzionari del Viminale e ai prefetti impensieriti da tale crescendo di deroghe alla normale amministrazione dell´ordine pubblico, pare che Maroni si giustifichi sottovoce: lasciate che io lanci i miei proclami urticanti e prometta ai sindaci squattrinati la stella di sceriffo; ci aiuterà quando dovremo far digerire agli enti locali l´inevitabile perpetuazione dei campi nomadi e dei ricoveri provvisori. Logica vorrebbe che il governo della destra autoritaria, come antidoto ai flussi incontrollati, faciliti nuove procedure d´immigrazione regolare. Ma non è questo che vuole. Gli stranieri continueranno ad arrivare con visti turistici per essere assunti in nero. Resteranno estenuanti le pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno, e nel frattempo anche i regolari che perdono il posto verranno lasciati precipitare nel gorgo dell´illegalità. Perché nel paese dell´economia sommersa il sopruso e l´ingiustizia convengono a molti. Chi ha vinto le elezioni imponendo la percezione di una società preda della criminalità straniera, chi alimenta la leggenda degli immigrati furbi, titolari di privilegi a scapito della popolazione locale, ora accoglie come un complimento perfino l´accusa di disumanità. Ne misura gli effetti benefici sui sondaggi d´opinione. Il senso comune reazionario viene infatti coltivato a uno scopo preciso: programmare una guerra tra poveri qualora il calo dei redditi acuisca gravemente il disagio sociale. Seminare oggi il falso allarme per "il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari"; annunciare il potenziamento delle "attività di contrasto", non rappresenta una deriva fascista ma qualcosa di più subdolo e insidioso: la codificazione della disuguaglianza anche in materia di diritti fondamentali dell´uomo, fra cittadini e non cittadini, fra appartenenti al popolo ed estranei necessari al popolo purché rassegnati alla condizione di paria. Questa teorizzata disparità di trattamento è alla base delle antimoderne campagne contro la costruzione di moschee a Milano e Genova, città in cui vivono decine di migliaia di musulmani. Ma l´intimidazione degli stranieri irregolari - necessari e quindi tollerati purché ridotti a paria - già ne condiziona la vita, all´insegna della paura: varie associazioni di medici denunciano un calo drastico dell´utenza di immigrati bisognosi di cura nelle strutture sanitarie. Vogliamo considerarlo un risparmio, o una vergogna? Nel resto d´Europa destra e sinistra si dividono sull´applicazione di norme rigorose che governino il flusso migratorio, sempre finalizzate all´integrazione e alla cittadinanza. Ultima venuta, l´Italia viceversa s´inebria di retorica del "territorio" da purificare con la macumba di un´immensa ronda provvidenziale. Come se per bucare il video dei talk show i politici di entrambi gli schieramenti fossero chiamati solo a gareggiare su chi sia il più bravo a espellere il maggior numero dei famigerati "clandestini". Eppure non è lontano il tempo in cui le nuove generazioni degli immigrati parteciperanno alla contesa pubblica, chissà, forse esprimendo i loro Obama multicolore. Speriamo solo di non arrivarci per via di una guerra tra poveri, nel segno dell´odio separatista. Il discorso di Barack Obama a Berlino Questo è il nostro momento, è la nostra ora. Europa e America, torniamo alleati. estratto dal Corriere della Sera Questa sera parlo non come candidato alla Presidenza, ma come orgoglioso cittadino degli Stati Uniti, e cittadino del mondo. So che non assomiglio agli americani che in passato hanno parlato in questa grande città. Mia madre è nata nel cuore dell'America, mio padre è cresciuto allevando capre in Kenya. Il crollo del Muro ha portato nuova speranza. Ma ha anche permesso la nascita di nuovi pericoli, pericoli che non possono esser contenuti nei confini di una sola nazione. Ci sono state differenze tra America ed Europa. E senza dubbio ve ne saranno in futuro. Ma il pericolo più grande è quello di permettere che nuovi muri ci separino. I muri tra Paesi ricchi e poveri non possono stare in piedi. I muri tra razze e tribù, tra autoctoni e immigrati, tra cristiani, musulmani ed ebrei non possono rimanere in piedi. Sono questi, ora, i muri che dobbiamo abbattere. È arrivato il momento di costruire nuovi ponti attraverso il mondo, forti come quelli che ci legano attraverso l'Atlantico. È il momento di sconfiggere il terrorismo e prosciugare il pozzo dell'estremismo che lo appoggia. L'Afghanistan Nessuno ama la guerra. Riconosco le enormi difficoltà in Afghanistan. Ma per gli afghani e per la nostra comune sicurezza il lavoro deve essere fatto e l'America non può farcela da sola. È tempo di fermare la proliferazione di armi nucleari e di ridurre gli arsenali di un'altra era. Il mio Paese con il vostro e l'Europa deve mandare un messaggio chiaro all'Iran perché abbandoni le sue ambizioni nucleari. È il momento di unirci per salvare questo pianeta. Tutte le nazioni, inclusa la mia, devono agire con la stessa serietà della vostra per ridurre le emissioni di Co2. E, nonostante le divergenze, questo è il momento di appoggiare i milioni di iracheni che cercano di ricostruire le loro vite, anche nel momento in cui passiamo la responsabilità al governo iracheno e finalmente poniamo fine a questa guerra. Popolo di Berlino e popolo del mondo, questo è il nostro momento, è la nostra ora... Le aspirazioni che ci uniscono sono più grandi di ciò che ci divide. È per queste aspirazioni che tutti gli uomini liberi sono diventati cittadini di Berlino... La sfida è grande, la strada in avanti sarà lunga. Ma sono qui per dirvi che siamo gli eredi di una lotta per la libertà. Con un occhio al futuro e risolutezza nei nostri cuori, ricordiamo questa storia, realizziamo il nostro destino e ricostruiamo il mondo ancora una volta. Sottomessi e plaudenti Oreste Pivetta su l'Unità Berlusconi che se la ride e se la gode non dovrebbe far parte del copione (l´uomo è pur sempre il presidente del consiglio e gli piacerebbe accreditarsi da statista), ma rispecchia la personalità e i sentimenti profondi: tanta arroganza e tanta strafottenza nel rivendicare per sé le virtù del lodo Alfano sono tipiche del bauscia (lombardo, sta per vanaglorioso) che vincendo tre a zero vuole anche infierire (con il medio allungato, alla maniera di Bossi) ma rappresentano pure, con schiettezza, con la più candida evidenza, utilmente quindi, la realtà per quella che è, vale a dire che un parlamento, numerosi ministri e uno in particolare hanno lavorato (e continueranno a lavorare, è più che probabile) nell´interesse esclusivo del capo. Tanta sudditanza di una maggioranza nei confronti del padrone non s´era mai vista. Neppure ai tempi neri del fascismo, probabilmente, perché allora la si poteva immaginare o fingere nobilitata da qualche adesione ideologica. Adesso no, l´ideologie sono morte, secondo molti teorici della politica, e quindi, nella dominanza del mercato, gli affari sono affari, ovunque, pesati a colpi di carriere e, banalmente, di quattrini. Provate a fare i conti nelle tasche dell´onorevole avvocato Ghedini, che ha mirabilmente e vantaggiosamente fuso il mestiere del difensore a quello del parlamentare. E che sarebbe di Alfano, salito alla pompa del Guardasigilli (basta l´enfasi del nome), senza la sua instancabile e scattante operosità nel nome di Berlusconi? Un «onorevole» impiegato di provincia, un civilista di Agrigento? Più che la sgangherata autocontemplazione di Berlusconi, colpisce nei momenti comandati l´attonita atarassia di una folla di deputati e senatori, che si potranno dividere sui tagli della manovra ma si presentano compattissimi dove il capo ordina: sono una compagnia a libertà condizionata, in licenza se si parla d´altro, se non si parla di retequattro o di processi. Se il centrosinistra avesse mostrato qualche volta un decimo di tanto granitica certezza, magari Prodi sarebbe ancora al governo e ci risparmieremmo gli spettacoli peggiori. Nell´obbedienza c´è di mezzo una legge elettorale, che cancellando le preferenze la pretende assoluta, ma un tocco di dignità dovrebbe lasciar correre qualche sfumatura. Non è possibile credere che a proposito di giustizia o di reti televisive i pareri siano sempre così unanimi nel secondare le aspirazioni del capo, non è possibile che Gasparri si immedesimi nella parte da non mostrare la virgola di un distinguo o che un vecchio dc o un vecchio socialista non sentano la voglia di rispolverare qualcosa dell´antica verve polemica. Niente. Partecipiamo della gloria, cantiamo in coro, le figurine attorno al sovrano. I postfascisti ricorderanno con nostalgia: «Potevo fare di quest´aula sorda e grigia il bivacco dei miei manipoli», Mussolini aveva anticipato tutti. Lodo, nel Pd il fronte del No al referendum Francesco Verderami sul Corriere della Sera Con la sua battaglia contro il lodo Alfano, Antonio Di Pietro vuol trasferire piazza Navona nelle urne, e il referendum che è deciso ad organizzare rischia di diventare un referendum dentro e contro il Pd. Quando il leader dell'Idv dice che «molti esponenti e soprattutto molti elettori democratici saranno disponibili a raccogliere le firme» per il referendum, si intuisce l'obiettivo. È da vedere se la consultazione potrà tenersi nel 2009, ma è certo che diverrà terreno di sfida a sinistra in vista delle Europee. Così Di Pietro vuole porre il Pd dinanzi a un bivio: accettare il confronto sulla riforma della magistratura con Silvio Berlusconi, o evitare di perdere consensi nell'area giustizialista. La maggioranza del gruppo dirigente democratico non può né intende subire le mosse dell'ex pm, «anche perché il problema non è abrogare o meno il lodo Alfano spiega Beppe Fioroni ma risolvere l'emergenza che assilla i cittadini, risanando la macchina giudiziaria, assicurando garanzie e certezza della pena». Ed è come se volesse rompere il tabù quando sottolinea che «un serio processo di riforma va avviato nelle Camere. Per farlo non possiamo sceglierci l'interlocutore: in Parlamento si discute con i parlamentari». Fioroni non pronuncia il nome di Berlusconi, ma nel Pd sanno che si dovrà trattare con il premier. E Marco Follini invita Walter Veltroni a rompere gli indugi, ad «assumere una posizione netta contro il referendum, perché stavolta non reggeranno i "ma anche". Se lo facessimo, contribuiremmo a costruire un monumento al Cavaliere. Dobbiamo invece rompere la tenaglia: non si può lasciare a Berlusconi la bandiera dell'innovazione sul fronte della giustizia, né consentire a Di Pietro di fare l'incantatore di serpenti con il nostro elettorato. Dobbiamo accettare la sfida della riforma in Parlamento, e lì giocare le nostre carte». «Lì» Veltroni si giocherà un pezzo di leadership. Per ora non si espone, ma all'ultima riunione del governo ombra ha detto che «della riforma si potrà discutere, a patto che non si parta dai problemi dei politici». Insomma, se il centrodestra sgombrasse definitivamente il campo dal tema dell'immunità, l'autunno potrebbe riservare delle sorprese. Anche perché durante il dibattito nello shadow cabinet democratico che ha coinvolto i ministri ombra Marco Minniti e Lanfranco Tenaglia è emersa la disponibilità a discutere persino dell'azione penale e delle carriere dei magistrati. E non per forza la riforma si dovrebbe fare previo il consenso della categoria. Sono segnali di grande novità, gli stessi colti nel discorso alla Camera di Massimo D'Alema sul lodo Alfano, e che trovano conferma nella «contrarietà, di merito e di principio», espressa da Nicola Latorre alla consultazione dipietrista: «Ne discuteremo nel partito, ma a mio avviso dobbiamo valorizzare il ruolo delle Camere, non dequalificarlo. E l'uso improprio del referendum concorrerebbe allo svilimento della funzione parlamentare». Si avverte una forte assonanza con il pensiero del capo dello Stato, è un modo per cancellare le tensioni degli ultimi giorni con il Colle e per allontanare il Pd dai gorghi del grillismo. Rosi Bindi ha chiaro il disegno, e cerca una terza via, «perché se Di Pietro pensa di metterci in difficoltà, si sbaglia. Tra rendere più agguerrita una minoranza e aspirare a svegliare la maggioranza del Paese, noi puntiamo sulla seconda opzione». Si rende conto che c'è il rischio di perdere il contatto con parte della base, «infatti la base andrà ascoltata, ma alla base andrà anche spiegato che il referendum è un'arma a doppio taglio, e che c'è il rischio di non raggiungere il quorum». «La preoccupazione di essere sconfitti non può però farci rinunciare a battaglie giuste», commenta Franco Monaco. Eccola la faglia, ecco su chi confida Di Pietro, sebbene l'esponente prodiano lo inviti a «non mettere il sigillo sull'iniziativa referendaria»: «Ne ridurrebbe la portata e l'efficacia, mentre serve un fronte ampio, e penso che una fetta cospicua del nostro elettorato sia sensibile alla questione». Ne è convinto anche Furio Colombo, «interessato a qualsiasi strumento possa liberare il Paese dalla legge più illegale e anti-democratica che sia mai stata varata»: «Prima però voglio discuterne nel partito e con Di Pietro». Ma è impossibile ormai trovare un compromesso. C'è il bivio, tocca scegliere. Slogan contro il governo Bufera su Ryanair Il caso. Foto del gestaccio di Bossi e l'accusa di favorire Alitalia sommari del Corriere della Sera
Gli strani misteri di Dell´Utri Enrico Fierro su l'Unità La cosca Piromalli - stiamo parlando di mafia storica - aveva due problemi che assillavano il suo Gotha: tirar fuori dal carcere duro, il «41» come lo chiamano i boss, Pino «facciazza», il capo, e assicurare una qualche forma di impunità a suo figlio Totò, reggente della «famiglia». Per questo avevano scelto un «consigliori» d´eccezione, Aldo Micciché. Il signor Micciché, calabrese di Marapoti, è il prodotto tipico della malapolitica della Prima Repubblica. Segretario della Dc a Reggio negli anni Settanta è stato consigliere provinciale a Roma, quando ha potuto ha rubato su tutto, anche - negli anni Ottanta era un obbligo - sui prefabbricati destinati ai terremotati dell´Irpinia. Abile truffatore, riuscì a fregare anche quelle pellacce della Banda Della Magliana presentandosi come senatore e promettendo, così racconta Maurizio Abbatino, di «aggiustare» un processo. Inseguito da condanne per un totale di anni 25, da tempo si è rifugiato in Venezuela, senza mai perdere, però, i contatti con la 'ndrangheta, con la massoneria e con gli ambienti politici italiani. Tante le conoscenze che vantava con i suoi amici mafiosi: da Emilio Colombo a Clemente Mastella, dall´Udc Tassone («è a nostra disposizione») fino a Marcello Dell´Utri. Col senatore aveva una qual certa familiarità, documentata dai voluminosi atti dell´inchiesta della procura di Reggio Calabria sulla 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Per la verità il senatore bibliofilo ha sempre negato di avere rapporti stretti con Micciché. Quando a metà aprile filtrarono le prime indiscrezioni, Dell´Utri disse di conoscerlo appena. «È una persona con la quale ero in contatto qualche mese fa per ragioni di energia. Lui si occupa di forniture di petroli. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite». Tutto qui: una conoscenza occasionale. Anche ieri, sul «Corriere della Sera», il senatore ha minimizzato. Eppure lo scenario che viene fuori dall´inchiesta di Reggio parla d´altro: di un rapporto più stretto, addirittura confidenziale. Dell´Utri chiama Micciché in Venezuela (è il 12 dicembre 2007) e gli parla di un viaggio che suo figlio Marco dovrà fare a Caracas. Il faccendiere è entusiasta della visita: «Non vedo l´ora, ma si deve mettere a lavorare presto, che stiamo facendo cose serie e non dobbiamo perdere di vista il mercato dell´America Latina». Poi i due parlano di «azioni» e di politica. Micciché promette qualcosa come 40mila voti nella Provincia di Reggio, Altro che petrolio, Micciché e gli uomini che colloquiavano col senatore Dell´Utri parlavano di voti e di «circoli della Libertà», da organizzare in Calabria e a Milano, quartier generale al Nord delle maggiori 'ndrine. «Noi abbiamo una torma di calabresi pronti a votare». Nell´inchiesta reggina il senatore dell´Utri non è indagato, è persona informata sui fatti. Ma dei fatti - la conoscenza e i rapporti con Micciché, gli incontri con pezzi della cosca Piromalli, Arcidiaco e Totò Piromalli, il figlio del capo - il senatore non ha mai parlato con i pm. Troppi impegni parlamentari, non c´è stato il tempo di chiarire i suoi rapporti con un personaggio «simbolo del perfetto strumento della cosca mafiosa», scrivono i magistrati. Il senatore sarà nuovamente convocato alla chiusura estiva delle Camere, forse troverà il tempo per spiegarsi e farci capire i suoi rapporti con Micciché. «Un cittadino - lo ha definito l´11 aprile - che vive da molti anni in Venezuela, con famiglia. Non vedo cosa ci sia di strano». I magistrati della procura di Reggio, come si è visto, di stranezze ne hanno colte tante. il Sindacato che Difende il Tesoretto dei Privilegi Misure anti-fannulloni lettera di Renato Brunetta* sul Corriere della Sera Caro Direttore, sì, sono contro i dipendenti pubblici fannulloni e ho intenzione di continuare, non mollo. Ma non penso affatto che tutti i dipendenti pubblici siano fannulloni. Sono anzi convinto del contrario: moltissimi lavorano con competenza e senso del dovere. Senza di loro saremmo alla bancarotta amministrativa. Detesto le generalizzazioni, e sto lavorando proprio contro di esse; per questo ritengo opportuna e anzi doverosa una riflessione pubblica. Tre sono i punti che tengo sempre presenti, e che invito ciascuno a considerare. 1. Il prestigio sociale dei dipendenti pubblici si è molto ridotto, con grave danno per quelli che lavorano seriamente. Penso, ad esempio, ai maestri di un tempo o ai professori di oggi (quale sono anch'io). Se siamo meno considerati è perché valiamo di meno: fra noi ci sono certo molte eccellenze, ma moltissimi sono selezionati male o niente affatto, non si misurano con la frontiera della ricerca e della didattica, sono appiattiti in una mediocrità culturale ed economica in cui «tutti i gatti sono grigi». Il danno lo subiscono gli studenti, protagonisti dimenticati e marginalizzati del sistema formativo; ma poi lo subiscono la cultura, la ricerca, le imprese, le stesse amministrazioni che non possono avvalersi di personale e dirigenti di qualità. 2. La produttività degli uffici pubblici non è misurata e meno che mai controllata regolarmente e resa trasparente ai cittadini. Chi lavora lo fa per senso del dovere, perché è onesto e ha amor proprio; ma di chi non lavora nessuno si cura. A chi lavora bene manca del tutto il sostegno dell'apprezzamento dei cittadini per il buon lavoro svolto. Le assenze dal lavoro per malattia o altre cause sono molto più numerose che nel privato. Non è che lo Stato faccia male alla salute, ma è che in quegli uffici c'è minore controllo, maggiore lassismo. Manca la responsabilità nei confronti di clienti e contribuenti; mancano i responsabili, i capi il cui successo, anche economico, dipenda dai risultati. E il datore di lavoro, il policy maker è troppo distratto dalla sua personale gestione del potere. 3. L'opacità del settore pubblico è preoccupante. Si fa di tutto per non far capire chi fa cosa, quando e per quanti soldi. Sono bastate le poche operazioni trasparenza da noi lanciate (mettere on-line stipendi e curricula dei dirigenti, permessi sindacali, consulenze, assenteismo) per fare scandalo. Se ne è parlato per giorni, ma si tratta di cose tutto sommato banali, che dovrebbero essere un normalissimo costume democratico. Su questi tre punti ho impostato la mia azione di riforma: a) restituire prestigio a chi serve le amministrazioni centrali e locali; b) valutare la produttività in modo da premiare, con soldi e carriera, chi lavora più e meglio; c) rendere lo Stato una casa di vetro, dentro la quale il cittadino possa sempre guardare con fiducia e soddisfazione; d) dare voce non solo ai cittadini-elettori, ma anche ai cittadini-consumatori di beni e servizi pubblici. Per non pagare due volte: la prima con le tasse, la seconda per comprarsi beni e servizi che lo Stato non ti dà o ti dà male. E parliamo pure di soldi. Si sente spesso ripetere che i dipendenti pubblici sono pagati poco in cambio di poco lavoro. È falso. Ognuno dovrebbe guadagnare in ragione del proprio contributo alla crescita della ricchezza collettiva. I lavoratori pubblici, negli ultimi otto anni, mentre il Paese si incagliava in una fase di stagnazione dei redditi e del prodotto, hanno visto crescere i loro stipendi più dell'inflazione e ben più dei privati. E l'hanno fatto senza correre alcun rischio occupazionale, avendo in tasca una sicurezza di lavoro e di carriera che nel privato nessuno possiede. Non intendiamo togliere niente a nessuno, ma impostare le cose in modo che sia premiato l'impegno e non la furbizia, il lavoro e non l'arte di scansarlo, il merito e non il privilegio. Questo non per generico moralismo (benché la moralità sia un bene prezioso, anche per il buon funzionamento dell'economia e della società), ma perché non possiamo più permetterci un'amministrazione pubblica costosa e inefficiente, freno e non motore della crescita. Oggi le frontiere sono aperte, i mercati sono globali, e l'Italia non ha più l'arma della svalutazione competitiva per mettere sotto al tappeto la polvere delle sue arretratezze strutturali: dobbiamo quindi rimediare, riformare, rendere il Paese più efficiente e moderno ovviamente anche nel pubblico impiego. Abbiamo il dovere di farlo, perché la corsa della nostra economia non sia appesantita da inutile zavorra e perché di uno Stato che funziona hanno bisogno i più deboli, gli svantaggiati, certo non i privilegiati. Può darsi che qualche nostra durezza appaia impopolare, ma invito ciascuno a considerare quanto anti popolare è un sistema in cui l'inefficienza dello Stato condanna gli ultimi a restare tali. Cattiva politica, cattivo sindacato hanno sin qui prodotto mostri. Per questo ho bisogno della buona politica (quella del mio amico Ichino per esempio), e di un sindacato protagonista del cambiamento. Vedo, invece, che qualcuno minaccia proteste, «autunni caldi»: siamo un Paese libero, ci mancherebbe. Ma vorrei capire per cosa s'intende protestare: per la conservazione dell'esistente? Per preservare il «tesoretto» del privilegio, della sicurezza e dell'irresponsabilità? Così si danneggiano appunto gli interessi di chi lavora e di chi nel pubblico impiego vuole entrarci per fare e non per approfittare; e, prima ancora, gli interessi di chi attende un servizio che non può altrimenti comprare. E ancora. Non ci sono abbastanza soldi per il rinnovo del contratto? Facciamo bene i conti, tenendo presente, però, una volta per tutte, soprattutto produttività e qualità. Perché premiare chi non lo merita? E poi, con questi chiari di luna congiunturale, il Paese capirebbe uno sciopero generale nel pubblico impiego, quando nel settore privato a rischio non è il rinnovo del contratto, quanto lo stesso posto di lavoro? Certo il decreto Tremonti-Brunetta ha tagliato con durezza un pezzo di cattiva spesa corrente. Che altro c'era da fare? Chi strilla tanto contro ha il dovere di dire cosa avrebbe fatto al posto del governo per controllare e stabilizzare la finanza pubblica in un triennio di crescita quasi zero, con deficit tendenziale crescente, fuori dagli impegni europei. Poi, per carità, di errori ne commettiamo tutti. Ma non sono affatto disposto a rinunciare all'impegno, rigoroso e costante, per restituire forza, dignità ed efficacia all'amministrazione pubblica e a chi ci lavora. Per dare più sicurezza, più sanità, più scuola, più cultura, migliore burocrazia, più giustizia. Da una sola parte. Dalla parte dei cittadini, dalla parte dei lavoratori. *ministro per la Pubblica amministrazione Sacconi: «Pensione, troppo pochi 62 anni» Marco Rogari su Il Sole 24 Ore Innalzamento della soglia minima di pensionamento oltre i 62 anni a partire dal 2014. Incentivi per la " natalità". Lotta alla povertà e più servizi per infanzia e anziani. Stop ai sussidi assistenziali. Contenimento sulla spesa sanitaria e contemporanea valorizzazione del ruolo del medico di famiglia. Forte impulso al pilastro complementare, ovvero ai fondi integrativi su tutto il fronte del sistema sociale: dal settore sanitario a quello previdenziale. Il tutto amalgamato con il nuovo piano sul federalismo fiscale ormai in rampa di lancio. Sono già chiare le coordinate che dovranno portare a un nuovo modello di Welfare. Che dovrà consentire di riequilibrare la spesa sociale, senza tagliarla, assicurando opportunità a tutti (dalla culla alla pensione) e assecondando le esigenze di crescita e competitivtà del Paese. E che, soprattutto, dovrà porre fine alla contrapposizione tra pubblico e privato. A indicare la rotta è il Libro Verde sul futuro del modello sociale, presentato ieri dal ministro Maurizio Sacconi al Consiglio dei ministri. Le 24 pagine del Libro Verde ("La vita buona nella società attiva") indicano alcune proposte per alimentare un confronto, che, sottolinea Sacconi, dovrà snodarsi nei prossimi tre mesi. Al termine di questa consultazione «le principali opzioni identificate nelle risposte di istituzioni centrali, Regioni e parti sociali» saranno sintetizzate in un Libro Bianco. Che prevederà gli interventi veri e proprio su lavoro, pensioni e sanità da far scattare dal 2009. Appare già chiara la filosofia che dovrà ispirare il piano: passaggio al modello Welfare to work, ovvero una serie di azioni tese a «un drastico innalzamento dei tassi di occupazione regolare, soprattutto di donne, giovani, e over 50». Decisiva, in questa direzione, viene considerata la riforma del sistema delle relazioni industriali «quale vera leva strategica per la competitività e lo sviluppo». Altrettanto importante sono considerati il riordino degli ammortizzatori sociali e le deregolazioni in chiave lavoro. Nel dossier si fa anche chiaramente intendere che per viaggiare rapidamente verso il nuovo Welfare occorrerà dire basta «alla contrapposizione tutta ideologica, tra Stato e mercato». Nona caso il Libro verde scommette su una «virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà». In quest'ottica lo sviluppo del pilastro privato complementare (fondi pensione e sanitari integrativi) è considerato un «passaggio essenziale per la riqualificazione della spesa e la modernizzazione del nostro Welfare». Ma per realizzare una rete capillare di servizi altrettanto fondamentale sarà, secondo il dossier di Sacconi, la riscoperta di luoghi come «parrocchie, farmacie, medici di base, uffici postali e stazioni di carabinieri». Un altro obiettivo prioritario è la lotta alla forme di «povertà assoluta» e l'adozione di nuove soluzioni per gli anziani e per l'infanzia (anche attraverso nidi aziendali e servizi interfamiliari o condominiali). Quanto alla previdenza, nel Libro verde si afferma che occorre allargare «drasticamente la base dei contribuenti per realizzare un modello sociale sostenibile» e valutare un'ulteriore innalzamento della soglia minima di uscita dei 62 anni dopo il 2014. «Auspicabile» viene definita poi l'introduzione del federalismo fiscale in questa legislatura, prevedendo anche «deterrenze» come ipotesi di commissariamento per le Regioni inadempienti.
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