
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 12 febbraio 2012
Il paradosso di Atene e le due sedie dell'Europa
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Ci sono due temi di stringente attualità ai quali voglio oggi dedicare queste mie riflessioni: il probabile fallimento greco e le sue ripercussioni sull'Europa; i partiti e la democrazia italiana dopo Monti (e dopo Napolitano). Al centro di questa tenaglia c'è il paese Italia con i suoi vizi (molti) le sue virtù (poche) le sue contraddizioni (infinite).
Comincio dal primo: il fallimento greco e la sua uscita dall'euro è ritenuto pressoché inevitabile entro il prossimo marzo o al più tardi nel prossimo autunno. La società di quel paese ha dichiarato guerra al governo che ha tentato di attuare il piano di austerità impostogli dall'"Europa tedesca". Inutilmente. L'aumento del debito in rapporto al Pil è alle stelle (180 per cento) e altrettanto alle stelle i rendimenti del debito sovrano che il sistema bancario internazionale giudica ormai carta straccia tanto da accettarne (malvolentieri) una liquidazione solo con uno sconto del 70 per cento.
La situazione si è dunque avvitata e non si avvistano alternative valide, se ne può soltanto prolungare l'agonia.
La cancelliera Merkel ha detto due giorni fa che il fallimento della Grecia avrà rischi incalcolabili sull'Unione. Voce dal sen fuggita, si potrebbe dire, poiché proviene dalla stessa persona che si è finora tenacemente opposta ad adottare la sola misura che poteva mettere al sicuro la Grecia dal trauma e con essa il Portogallo che la segue a ruota e l'Irlanda, per non parlare della Romania e della
Bulgaria: la creazione degli Eurobond e la sostituzione dell'Eurozona nella titolarità dei debiti sovrani dei 17 paesi che ne fanno parte. Una soluzione di questo genere significava la nascita dello Stato federale europeo, almeno per quanto riguarda i paesi che hanno adottato la moneta comune. Ma né la Germania né la Francia sono ancora disposti a questo passo. Il loro obiettivo resta quello d'una Confederazione rafforzata da alcune parziali cessioni di sovranità dagli Stati nazionali: una via di mezzo che significa di fatto sedersi tra due sedie, cioè col sedere per terra.
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Francamente non so valutare se l'economia greca, una volta che sia uscita dall'euro e tornata alla dracma, riuscirà a sopravvivere e perfino a riprendersi. Probabilmente sì, una svalutazione "selvaggia" della dracma, un sostanzioso slancio del turismo, la vendita di alcuni formidabili asset culturali migliorerebbero la situazione patrimoniale. Potrà bastare? Oppure precipiterà il paese in una vera e propria guerra civile e nella sua frantumazione politica e geografica? Le previsioni sono quanto mai azzardate su temi di questa natura.
Meno azzardate sono le previsioni su quanto potrebbe accadere agli altri membri dell'Eurozona, rimasti in 16 o magari in 14 se anche Portogallo e Irlanda arrivassero al "default". Abbiamo già ricordato che la Merkel parla di danni incalcolabili per il resto dell'Eurozona e anzi di tutta l'Unione. Certo non sarebbe una passeggiata amena gestire una crisi di quella natura, non tanto per le dimensioni dei debiti sovrani in questione quanto per il fatto che alcune grandi banche, soprattutto tedesche e francesi, ne possiedono una notevole quantità nei loro portafogli. A loro volta le obbligazioni di quelle banche tedesche e francesi sono in ampia quantità possedute da banche importanti in tutto il mondo.
Insomma, il fallimento di due o tre paesi dell'Eurozona avrebbe ripercussioni molto serie sul sistema bancario internazionale obbligando gli Stati nazionali a nazionalizzare totalmente o parzialmente una parte notevole dei rispettivi sistemi bancari. Con quali strumenti? Stampando moneta attraverso le rispettive Banche centrali: Federal Reserve, Bce, Banca d'Inghilterra, Banca nazionale svizzera e probabilmente anche le Banche centrali della Cina, India, Giappone, Russia.
Gli effetti generali d'un salvataggio bancario di queste dimensioni in tempi di recessione già in corso, ne prolungherebbe la durata producendo al tempo stesso inflazione. Si chiama "stagflation" che è quanto di peggio possa capitare specialmente in Europa e in Usa. Forse la Merkel è questo che aveva in mente. Per farvi fronte l'Europa ha due strade (che sono state indicate nell'articolo del direttore del "Times" che il nostro giornale ha pubblicato venerdì scorso): marciare dritti verso la costituzione d'un vero e proprio Stato federale europeo oppure ritrarsi in una Confederazione europea di libero scambio senza più moneta unica. Due scenari densi d'incognite.
Personalmente continuo ad essere moderatamente ottimista. Credo cioè che l'eventuale crisi bancaria non sarebbe di dimensioni ingestibili; credo che - Grecia a parte - non ci sarebbero altri "default" e credo anche che il fallimento della Grecia produrrebbe un'accelerazione verso un'Europa federale. Credo infine che dal male possa venire un bene e che l'Italia, se Monti potrà proseguire nel suo programma di modernizzazione dello Stato e della società, possa contribuire al bene dell'Europa e al proprio. Probabilmente questi risultati avranno bisogno d'un tempo più ampio che vada oltre la scadenza elettorale del 2013
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12 febbraio 2012
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