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a cura di Fr.I. - 12 aprile 2012


"L'Europa soffre di troppa austerità”
Il Nobel Joseph Stiglitz: i governi, guidati dalla Germania, stanno conducendo l'euro verso una crisi profonda
Markus Balser Catherine Hoffmann su
la Repubblica

Stiglitz

IL NOBEL Joseph Stiglitz mette in guardia sulla tendenza prevalente a imporre misure di austerità: i governi potrebbero così stare conducendo l'Europa verso una crisi ancora più profonda.

Professor Stiglitz, non la si può certo tacciare di ottimismo.
«Perché dice così? Sono una persona molto positiva»

Le sue previsioni tradiscono un certo scetticismo. L'unico aspetto positivo del 2011, lei spiega, è che è stato migliore rispetto a ciò che ci riserva il 2012. Dobbiamo ancora gli effetti perversi della crisi globale?
«L'economia del mondo ha di fronte una serie di pericoli, in ogni caso. È l'Europa a preoccuparmi di più. La maggior parte dei governi ha adottato politiche di austerità ma ciò rafforza l'andamento negativo dell'economia. L'Europa è sotto la minaccia di una seconda recessione che potrebbe arrivare anche presto. I prossimi anni saranno veramente difficili, mentre a lungo termine, il futuro del continente è molto buono».

Lei ha criticato duramente la gestione europea della crisi. Pensa davvero che i capi di governo e di Stato si siano comportati in modo così stupido?
«I leader politici europei hanno concentrato tutte le loro energie nello spingere il Sud dell'Europa a risparmiare e a realizzare le riforme. Le democrazie sopportano però senza conseguenze tagli e austerità solo in misura limitata. La luce in fondo al tunnel non si è ancora vista e la rabbia e l'insoddisfazione continueranno pertanto a salire. A causa della recessione, innanzitutto, perché in un'economia in ribasso il gettito fiscale si contrae rispetto alle previsioni, mentre aumenta la spesa sociale: così è inevitabile che si continuino a mancare gli obiettivi di risparmio»

Questo è il motivo per il quale Bruxelles continua a sollecitare tagli ancora più drastici. È un errore?
«È un andamento insostenibile. Nel mondo non c'è un precedente che dimostri che la riduzione dei salari, delle pensioni e dei servizi sociali possa dare sollievo a un paese malato. Le probabilità che ulteriori tagli risolvano i problemi sono vicine allo zero.
Paesi come la Grecia e il Portogallo hanno bisogno di nuove prospettive di crescita credibili. I politici lo sanno bene, ma finora non hanno fatto niente per correggere questa situazione».

Che cosa dovrebbe succedere?
«Quando si attraversano momenti difficili, i governi non dovrebbero contrarre la spesa dello Stato, ma aumentarla. Il deficit di bilancio non si espande necessariamente se al tempo stesso si aumentano le tasse. In questo modo la economia può moltiplicarsi rispetto alle risorse allocate.
Penso, per esempio, all'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, del tipo di quella attualmente in discussione in Germania e in altri paesi. Le banche potrebbero così incrementare il credito fornito alle piccole e alle medie imprese. Molte banche si mostrano restie a farlo, nonostante la Banca centrale europea abbia fornito loro abbondante liquidità»

Considerando, per esempio, l'insistenza della cancelliera tedesca Angela Merkel per politiche di austerità ancora più severe, crede veramente che la politica europea sia pronta a imboccare un tale corso?
«I leader politici devono riconoscere che quella imboccata è una strada sbagliata. Una overdose di risparmio non può che peggiorare la situazione. Tutto ciò ricorda un po' il Medioevo: quando il paziente moriva si diceva che il medico aveva interrotto troppo presto il salasso, che il paziente aveva in sé ancora troppo sangue. Con questa cura sono stati trattati per decenni molti paesi emergenti iperindebitati, e spesso la cura è stata letale. Ora sussiste il pericolo che in Europa si ripeta qualcosa di analogo»



Di che cosa soffre l'euro?
«Quando si è introdotto l'euro, la convinzione generale è stata che per la sua tenuta sarebbe bastata la disciplina di bilancio, ma non è così.
Prima della crisi, Irlanda e Spagna presentavano un surplus di bilancio e un indebitamento contenuto.
Quello che manca è uno strumento per manovrare contro la crisi. L'area avrebbe bisogno di un organismo per il bilancio in grado di riequilibrare le differenze tra la forza economica delle varie regioni. Un tale organismo potrebbe, per esempio, fornire mezzi supplementari ai paesi con una disoccupazione alta. Intendo proprio un'unione che preveda dei trasferimenti interregionali, la cosiddetta Transferunion tanto odiata dai tedeschi»

Copyright Süddeutsche Zeitung, 2012.
Traduzione di Guiomar Parada


"L'Umberto come Tito"
Ma per vincere Bobo ha bisogno di lui
Curzio Maltese inviato de
la Repubblica

«TU HAI un partito organizzato, ma io ho delle tribù». Era il Bossi del '94, quello del "patto delle sardine" con D'Alema e Buttiglione per far cadere il primo governo Berlusconi. In diciotto anni molte cose sono cambiate nella Lega, diventata un partito sempre più simile agli altri. Tranne per la struttura tribale, che Bossi fingeva di lamentare. Perché se c'è stato uno che ha sempre lavorato per non far crescere gruppi dirigenti nella Lega, per mantenere le tribù divise e litigiose, capaci di unirsi soltanto all'arrivo del profeta guerriero, quello è proprio il Senatur.
E IL gioco è riuscito talmente bene che anche ora che Bossi è morto per la seconda volta, travolto dagli scandali di famiglia, ai successori non rimane altro da fare se non resuscitarlo. Questo ha fatto Roberto Maroni nella notte delle scope di Bergamo, con un espediente avvocatesco mica da ridere, una specie di capriola cinese di quelle dove non si tocca mai terra, cercando di far passare il capo per un ingenuo truffato dal cerchio magico e dai figli. Bossi turlupinato dal Trota? Ridicolo, ma non si poteva fare altro.
«Bossi rimarrà comunque una figura centrale» prevede Lydia Dematteo, antropologa francese, autrice de "L'idiota in politica", la migliore inchiesta mai fatta sulla Lega. «La Lega non può fare a meno del capo, almeno come maschera, unica vera fonte identitaria, perché altrimenti imploderebbe». In termini più spicci e sotto la promessa di anonimato, un dirigente leghista di Varese la vede così: «L'Umberto l'è ormai come il Tito degli ultimi anni. Lo tengono in vita artificialmente perché tutti sanno che un minuto dopo la sua morte, nella Lega parte la guerra civile. Il cerchio magico ora lo criticano tutti, ma faceva comodo. E poi Maroni che farà? La stessa cosa di Rosy Mauro, la badante».
Bossi come Tito non è un'idea tanto sballata. La Padania non esiste, non è mai esistita. Non è una nazione né un popolo né una lingua e nemmeno un'espressione geografica. Al massimo una comunità d'interessi, peraltro in concorrenza, calata nella realtà di un crogiuolo di storie diverse e di tribù litigiose.
La Padania è l'invenzione politica e mitologica di un uomo, Umberto Bossi, che l'ha disegnata a propria immagine e somiglianza. E' la sua lingua, il suo corpo, la sua biografia, come certe città utopiche che riproducono nella mappa di strade e piazze il volto sacro del sovrano. O la maschera, come dice Lydia Dematteo.
Perfino ora che il volto e la maschera sono stati sfregiati due volte, prima dalla malattia e poi dagli scandali.
Bossi ha inventato le camicie verdi, il dio Po, le ronde, i trecentomila fucili lumbard che riecheggiano gli otto milioni di baionette, soprattutto ha fabbricato i nemici esterni, Roma ladrona, i burocrati di Bruxelles, la stampa di regime, per tenere insieme le tribù e cucire con filo del rancore un'improvvisata appartenenza. Non esiste un successore in grado di compiere un'impresa altrettanto titanica.
Per la verità, non esiste quasi nessun capo leghista in grado anche soltanto di evocare con un minimo di credibilità la mitica Padania. «Bobo, ma tu perché non ci parli della Padania?», ha chiesto l'altra sera a Maroni una delle adoranti fan. In tutto il discorso d'investitura, perché di questo si è trattato, Maroni ha pronunciato "Padania" una sola volta, quasi per fare un omaggio a Bossi, e lo si è notato perché in genere la cita pochissimo.
Maroni è un pragmatico, consapevole dei propri limiti e della difficoltà della missione, tenere unite le tribù. Una missione impossibile da solo, ma non con l'icona di Bossi dietro le spalle. E tuttavia le tribù sono già sul piede di guerra, divise da tutto, dai territori, dalla mappa dei poteri, dalla composizione sociale e culturale, dalle lauree vere e da quelle finte. «La divisione territoriale, per esempio fra lombardi e veneti, è la più evidente, ma anche la più banale» spiega Daniele Marantelli, senatore del Pd, oggi pontiere fra il dialogante Bersani e la nuova Lega. In realtà l'ex Liga Veneta è guidata da due personalità lontane anni luce, come l'ex democristiano Luca Zaia e l'ex fascista Franco Tosi, che da mesi litigano su tutto, dalla gestione della Biennale a quella dell'ultimo ospedale di provincia, e si trovano d'accordo soltanto sul non voler più fare «i maggiordomi dei lombardi». La Lombardia leghista è un altro paesaggio balcanico, con i bergamaschi contro i varesini e i varesini divisi fra seguaci di Maroni, il cerchio magico (ridotto a circo magico), col quale i maroniani dovranno comunque trattare, e l'equidistante clan bocconiano di Giancarlo Giorgetti, ormai considerato un traditore dai maroniani. Senza contare la Lega di Milano, dove tutti sono contro tutti e metà del partito vuole mollare l'alleanza con Formigoni. Perché, oltre alle divisioni territoriali, bisogna considerare le divisioni politiche, destinate a incrudelirsi da qui al congresso di giugno. Per esempio, fra i nostalgici dell'alleanza con Berlusconi, capeggiati da Marco Reguzzoni, gli indipendentisti che vorrebbero una Lega delle origini, sola contro tutti, e i dialoganti come Maroni, disposto a trattare con destra e sinistra, secondo convenienza, sul modello del partito catalano, che Bobo in privato cita assai più spesso della leggendaria Padania.
Perché c'è un'altra magia che senza Bossi è impossibile da perpetuare, e Maroni lo sa meglio di chiunque altro: la Lega di lotta e di governo. Il capolavoro politico del Senatur. Riuscire a stare al potere per dieci anni di fila, con un numero spropositato di incarichi, e al tempo stesso mantenere la natura di partito della protesta anti sistema. In questo Bossi è stato un genio arcitaliano, capace di declinare in salsa lumbard il napoletanissimo "chiagni e fotti". Tutti gli altri movimenti populisti europei sono stati schiantati dall'ingresso a Palazzo, la Lega no. Quando è al governo, recita da opposizione e guadagna voti. Quando deve fare l'opposizione vera, come dopo il ribaltone e oggi, si dimostra del tutto incapace e crolla nei consensi.
Il progetto del pragmatico ex ministro degli Interni è proprio questo, tornare al più presto al governo, con la destra o con la sinistra o col centro o con gli odiati tecnici, sventolando il vessillo del federalismo ancora tutto da realizzare. Non è molto originale, ma almeno è sensato. Per inventare qualcosa di nuovo, in un Nord stravolto dalla crisi e molto cambiato da quello dove nacque il sogno della Padania, ci vorrebbe un nuovo Bossi che non c'è. Magari con qualche testa fina accanto, come furono per il primo Bossi il maestro Gianfranco Miglio e il biografo Daniele Vimercati, teste d'uovo che la Lega ha presto emarginato e mai sostituito, sulla base di un odio anti intellettuale, misto a complesso d'inferiorità, il cui effetto concreto e grottesco è il gran commercio di false lauree.



CL, chi sono i due uomini d'oro
Vicinissimi a Formigoni. Tanto da incassare quasi cinquanta milioni di euro per mediare tra sanità privata e la regione Lombardia. Tutta la verità su Piero Daccò e Antonio Simone, al centro dello scandalo che sta travolgendo il Pirellone
Paolo Biondani e Michele Sasso su
l'Espresso

Formigoni

Tra gli amici più stretti di Roberto Formigoni c'è un club di fedelissimi che vale un tesoro. Fanno parte della cerchia ristretta dei big di Comunione e liberazione. Sono diventati milionari partendo dal basso. Hanno svariate proprietà e imprese in Italia, ma gestiscono gran parte dei soldi tramite società anonime e conti esteri. E sono molto bravi a fare affari soprattutto nel settore più assistito dai finanziamenti pubblici gestiti dalla Regione Lombardia: la sanità privata.

Nel circolo dei ricchi amici del governatore Formigoni, i più chiacchierati oggi sono Piero Daccò e Antonio Simone. Il primo è in carcere dal 15 novembre per lo scandalo dei fondi neri del San Raffaele, l'ospedale privato travolto da una bancarotta da oltre un miliardo di euro. Daccò è imputato di essersi impadronito di circa 8 milioni e di averne fatti sprecare altri 35 alla fondazione religiosa che ha controllato quell'impero sanitario fino alla scomparsa del suo dominus don Luigi Verzè, morto alla fine del 2011. Simone invece è inciampato nell'indagine scivolando su un bonifico di 510 mila euro: soldi che Daccò gli aveva girato su un conto di Praga, attraverso un fiduciario svizzero che nel frattempo ha vuotato il sacco. Entrambi si proclamano innocenti. Per ora la Procura ha chiuso solo il capitolo iniziale della maxi-inchiesta. I verbali più scottanti sono ancora segreti. In attesa delle prime verità giudiziarie, che solo i magistrati potranno accertare nei processi, "l'Espresso" ha ricostruito la storia economica dei due uomini d'oro cresciuti all'ombra della politica. E i legami con altri personaggi del sistema di potere ciellino, come loro vicinissimi al presidente Formigoni. Il dato fondamentale, il più vistoso, è che Daccò e Simone fanno affari d'oro, insieme, da più di dieci anni. Nel ventennio di Formigoni si sono divisi più di 30 milioni di euro, ma la cifra totale, compresi gli investimenti tuttora in corso, potrebbe
I due ciellini hanno intascato buona parte di questo denaro per consulenze, mediazioni e progetti pagati da almeno tre grandi gruppi della sanità privata, tutti accreditati (e quindi rimborsati con fondi pubblici) dalla Regione Lombardia: San Raffaele, Fondazione Maugeri e Ordine dei Fatebenefratelli. Di solito il contratto era intestato al solo Daccò, che poi girava circa un quarto della somma a Simone, ma con una fattura separata, segno di un lavoro autonomo. La Guardia di Finanza ha trovato le prime tracce dei due tesoretti analizzando i conti esteri che secondo l'accusa sono serviti a far sparire i fondi neri del San Raffaele.



  12 aprile 2012