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a cura di Fr.I. - 15 aprile 2012


Il dare e l'avere di Mario Monti
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Mario Monti è scoraggiato. Lo capisco. Il compito di mettere al sicuro i conti pubblici per evitare che l'Italia facesse la fine della Grecia l'ha portato a termine egregiamente, ma subito dopo un secondo compito gli incombeva: quello di avviare la crescita della domanda e degli investimenti, ma questa seconda fase, senza la quale anche il "salva Italia" rischia di diventare periclitante, è molto più difficile, stenta a mettersi in moto. La ragione di questo surplace è evidente: la lotta contro la recessione - perché di questo si tratta - non si può fare se non è l'intera Europa ad intraprenderla e questo non è avvenuto.

L'Europa continua ad essere latitante. La Francia è concentrata nelle elezioni presidenziali e per ora non pensa ad altro. La Germania non condivide le politiche di rilancio della domanda che per essere efficaci comporterebbero che fosse proprio Berlino ad assumersene la guida. La Gran Bretagna è isolata e comunque impotente. La Spagna non ha ancora messo al sicuro i suoi conti ed è sotto attacco della speculazione, appesantita per di più da un incredibile 23 per cento di disoccupazione. Perfino la Bce, la sola istituzione veramente europea che è stata finora all'altezza dei compiti che le sono affidati, deve ora difendere la propria autonomia, messa in questione dai falchi della Bundesbank.

Questo è il quadro e le sue tinte sono fosche. Monti è scoraggiato ed ha ragione di esserlo. Ma c'è un'altra ragione che motiva il suo scoraggiamento ed è lo sfarinamento della maggioranza politica che lo ha fin qui sostenuto.

Finora i tre partiti hanno rispettato la tregua che avevano stipulato tra loro e che aveva reso possibile la "strana maggioranza" di sostegno al governo dei tecnici; ma è bastato l'approssimarsi delle elezioni amministrative del 6 maggio prossimo per mandarla in pezzi. Sono emerse con irruenza le differenze di programma e di elettorato di riferimento tra Pdl e Pd, con una differenza aggiuntiva: il gruppo dirigente del Partito democratico è abbastanza compatto, quello del Pdl è frantumato e Alfano ne sta perdendo il controllo. L'implosione del berlusconismo era attesa ma rinviata all'esito delle elezioni politiche future; invece sta avvenendo adesso: pullulano in quasi tutti i Comuni capoluoghi le liste civiche che hanno preso il posto di quelle del Pdl; la crisi della Lega coincide con la crisi evidente della Regione Lombardia; avanzano gli anarcoidi di Beppe Grillo; l'Udc è filo - montiana ma lo scandalo della Margherita si ripercuote sia pure alla lontana anche su Casini.

Infine la crisi dei partiti ha raggiunto il culmine, Tangentopoli è tornata con prepotenza d'attualità, Penati, Lusi, Belsito, il Consiglio regionale lombardo, il Comune di Palermo e la Regione Sicilia, Emiliano, Vendola, Tedesco, Rosi Mauro, Calderoli: uno sconquasso di queste proporzioni non s'era mai visto dal 1992 con la differenza che allora la crisi economica che si affiancò a quella politica era soltanto italiana, mentre adesso coinvolge l'economia mondiale e dura ormai da cinque anni.
Monti è scoraggiato, ma chi al suo posto non lo sarebbe?

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È scoraggiato ma non ci sono alternative al suo governo, come Giorgio Napolitano ha più volte ricordato in questi giorni. Non ci sono alternative e lui lo sa, perciò il coraggio deve averlo e lo avrà anche perché gli elementi di forza non mancano. Cerchiamo ora di formulare una sorta di bilancio politico ed economico dove metteremo al passivo i punti di debolezza e all'attivo le risorse che possono essere mobilitate e vedremo qual è il risultato. Cominciamo dagli aspetti negativi della situazione.
 -  Bisogna incentivare gli investimenti delle imprese.
 -  Bisogna incentivare i consumi delle famiglie.
 -  Bisogna evitare l'aumento di due punti dell'Iva previsto per settembre per blindare il pareggio del bilancio nel 2013.
 -  Bisogna pagare i debiti che lo Stato ha nei confronti dei suoi fornitori.
 -  Bisogna finanziare la costruzione di infrastrutture e una politica attiva di lavori pubblici.
 -  Bisogna approvare la riforma del lavoro nel testo presentato al Parlamento.
 -  Bisogna alleggerire il debito sovrano.
 -  Bisogna chiarire il problema degli "esodati" che sta mettendo in discussione la pace sociale.
 -  Bisogna che i partiti approvino una nuova legge elettorale.
 -  Bisogna risolvere la "governance" della Rai il cui Consiglio d'amministrazione è scaduto da tre settimane.
 -  Bisogna che i partiti decidano la riforma del loro finanziamento che sta vertiginosamente accrescendo il discredito da cui sono circondati.
 -  Bisogna che il governo presenti al più presto la legge anti-corruzione e la riforma della giustizia.
Fin qui l'elenco dei "buchi" da colmare e dei problemi ancora aperti da risolvere. E vediamo ora gli aspetti positivi e le risorse mobilitabili.

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Ci restano ancora due temi da affrontare. Il primo riguarda la coesione sociale e in particolare il tema degli "esodati", il secondo riguarda la questione settentrionale in presenza della crisi della Lega. Si dice che Monti abbia messo la parola fine alla concertazione e al supposto diritto di veto che le parti sociali e i sindacati in particolare avrebbero avuto all'epoca di Ciampi. Su questo argomento ho avuto nei giorni scorsi uno scambio di idee (e di notizie) proprio con Ciampi, fonte autentica per eccellenza su un'architettura politico - sociale da lui costruita.

La concertazione ciampiana aveva come tema le politiche degli investimenti e delle risorse necessarie il che vuol dire l'intera politica economica del Paese, quindi non si trattava di temi sindacali in senso stretto e non esistevano diritti di veto e tanto meno votazioni su quegli argomenti. Le parole che Ciampi più volte pronunciò in pubblico su queste questioni mettevano bene in luce che la concertazione avveniva nel rigoroso rispetto delle competenze istituzionali e cioè del governo e del Parlamento nella loro assoluta autonomia. "Non si è mai votato in quelle riunioni e nessuno ha mai posto un veto su alcunché, e non si è mai discusso di problemi specificamente sindacali. I sindacati confederali in quella sede discutevano temi di pubblico interesse con il governo ed erano portatori essi stessi della loro visione dell'interesse generale" il sindacato cioè si spogliava della sua veste di rappresentante delle categorie e si faceva interprete dell'interesse generale. Credo che Guglielmo Epifani, che partecipò in tutti quegli anni a quelle riunioni, potrà confermare quanto Ciampi ha detto.

E che cos'altro hanno fatto Monti ed Elsa Fornero se non una concertazione consultiva con le forze sociali per quanto riguarda la riforma del lavoro? Non è anche quella una questione di interesse generale? Nulla dunque cambierà se le forze sociali andranno a quegli appuntamenti come portatori anch'essi dell'interesse generale ma tutto cambierebbe se vi andassero come portatori degli interessi delle categorie che ad esse fanno riferimento. In quel caso la sede non sarebbe più Palazzo Chigi.
 
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La crisi della Lega ripropone in pieno la questione settentrionale. La Lega ha avuto il merito di portarla, quando nacque, all'attenzione dell'opinione pubblica ma il demerito di non individuare gli strumenti per risolverla. Questo stesso errore era stato compiuto a suo tempo dai "meridionalisti" i quali (salvo poche eccezioni come Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti) ne avevano segnalato l'esistenza ma scelsero cattivi strumenti per risolverla.

La questione settentrionale non consiste nell'esodo di capitali dal Nord al Sud che la Lega ha denunciato e per impedire il quale ha proposto il suo federalismo o addirittura la scissione. Quell'esodo non c'è mai stato, c'è stato semmai il suo contrario perché le banche si sono concentrate al Nord, il grosso degli investimenti pubblici e dei prestiti bancari è avvenuto al Nord e le imprese che hanno investito al Sud sono state tutte e sempre provenienti dal Nord e al Nord sono affluiti i loro profitti e la distribuzione dei loro dividendi. Il vero problema del Nord è il capitalismo dei "padroncini", delle imprese con meno di 20 addetti che costituiscono a dir poco il 95 per cento dell'intera struttura imprenditoriale italiana, disseminata da Varese e da Novara fino a Trieste, Treviso, Padova, Ferrara, Rimini, Ancona, Pesaro, Pescara, Foggia, Bari. Bisognava che i "padroncini" del Nord - Nordest - Est - Sudest diventassero imprese vere, con almeno 50 dipendenti, consorzi, distretti industriali, capacità di ricerca e d'innovazione. Così non è stato. Il tentativo dei distretti è il più delle volte fallito o restato sulla carta, i punti d'eccellenza ci sono stati e ci sono ma il grosso di quest'immensa fascia di capannoni che ha costellato tutte le pianure del Nord e dell'Est ha funzionato fino a quando il cavallo dei consumatori e degli utenti ha bevuto. Con la crisi iniziata nel 2008 il cavallo beve ormai pochissimo e i "padroncini" stanno di male in peggio.

Questa è la questione settentrionale, alla quale la Lega non ha dato alcuno sbocco politico, anzi l'ha impantanata nell'alleanza populista con Berlusconi che non solo non ha visto la crisi ma l'ha negata fino a quando la crisi l'ha travolto.
La Lega ha dato molti buoni amministratori comunali, questo sì, ma al di sopra di quel livello localistico è stata un esperimento disastroso per il Nord e per l'intero  Paese. In più anche un luogo di malaffare. Prima scomparirà, meglio sarà. Ma resterà in piedi la questione settentrionale, così come resta in piedi quella meridionale. E resteranno in piedi fino a quando non sarà risolta la questione nazionale.
Il governo Monti ha mosso i primi passi su questa strada ma ci vorrà almeno una generazione per condurla a termine. Dove sia questa generazione io non lo vedo, ma forse dipende dai troppi anni che ho sulle spalle. Mi auguro che sia così e che la generazione cui quel compito è affidato ci sia, sia pronta e si faccia vedere.



  15 aprile 2012