
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 13 maggio 2012
La rabbia dei barbari
chi urla e chi spara
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Sono avvenuti molti fatti nuovi negli scorsi giorni, che riguardano l'Europa in tempesta, ma l'evento centrale che tutti li riassume è stato l'elezione del socialista François Hollande alla guida della Francia. Non è soltanto una svolta politica francese, ma di tutta l'Unione ed ha un doppio significato: riafferma la volontà di rafforzare l'unità europea e di puntare sulla crescita economica e sulla moneta unica nel quadro della stabilità.
Molti temevano che quell'evento fosse bocciato dai mercati producendo così nuovi sconquassi finanziari; ma le cose sono andate diversamente. I mercati hanno capito e si sono allineati, anche i governi hanno capito e si sono allineati anch'essi. Si sta di fatto manifestando una convergenza di intenti che coinvolge l'Italia, la Spagna, l'Olanda, i tre paesi baltici, i Balcani, l'Irlanda, il Portogallo e perfino la Grecia. In Germania il partito socialdemocratico aumenta il suo peso in tutte le elezioni cantonali che si susseguono in questi mesi; quando l'anno prossimo ci saranno le elezioni politiche la soluzione che fin d'ora si profila sarà quella della coalizione tra Cdu e Spd.
Il Parlamento europeo e la Commissione di Bruxelles sono già su questa linea. Il riformismo non solo economico ma sociale emerge ormai come il solo sbocco possibile per uscire da una crisi recessiva che dura da anni e che sta producendo ovunque fenomeni preoccupanti.
L'evento francese è avvenuto attorno a due parole: i giovani, le diseguaglianze. Esse contraddistinguono la sinistra del ventunesimo secolo. Ma eguaglianza senza libertà è una parola vuota e fa intravedere sullo sfondo dittature e tirannie; libertà senza eguaglianza spalanca la via a privilegi e a caste oligarchiche. Bisogna dunque coniugarli insieme quei due valori per costruire un presente accettabile e una speranza di futuro.
Su queste due parole dobbiamo dunque concentrarci limitando il nostro ragionamento al caso italiano che riecheggia anche gli altri con cause ed effetti sempre più interdipendenti.
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Chi dice di amare la politica ma di detestare i partiti esprime una dicotomia priva di senso perché la politica non si può fare senza i partiti. Da che mondo è mondo è sempre stato così. La politica è affidata a persone che decidono di operare insieme perché condividono una visione del bene comune.
Possono avere l'obiettivo di distruggere le istituzioni esistenti, ma una volta che quella distruzione sia avvenuta ed anzi nel momento stesso in cui avviene debbono dire che cosa vogliono mettere al suo posto. A questo punto sono essi stessi diventati un partito, comunque lo si voglia chiamare.
In tutti i paesi dell'Occidente sono sorti in questi anni di crisi movimenti di "arrabbiati". La recessione e i sacrifici che ne derivano sono stati il loro brodo di coltura, in Grecia, in Spagna, in Olanda, in Austria, in Germania, in Usa e naturalmente anche in Italia. Da noi gli arrabbiati si sono radunati sotto le insegne di Beppe Grillo e dello slogan "Vaffa" con quel che ne segue. Alcuni di loro però si sono presentati alle elezioni amministrative già cinque anni fa e si propongono ora di esser presenti anche alle future elezioni politiche.
Chi di loro ha partecipato con evidente successo alle recenti comunali ha dovuto indicare un programma, sia pure limitato, di obiettivi amministrativi usando un linguaggio politico per ottenere consenso. Il cemento per ora è il "Vaffa", cioè il rifiuto dell'esistente, ma anche un elenco di obiettivi da realizzare che comporterà inevitabili alleanze e modalità politiche. Grillo non vorrebbe quelle modalità ma le sue urla comiziesche si affievoliranno inevitabilmente se i suoi seguaci vorranno cimentarsi con la politica.
La Lega in questo senso fa testo. Quando nacque aveva come finalità la conquista d'una regione inventata, la Padania, e la sua secessione dall'Italia; ma via via che conquistava Comuni e poi Province e infine due Regioni, diventò inevitabilmente un partito. Condivise per anni il governo berlusconiano avallandone i pregi (pochi), i difetti (molti), le nefandezze (numerose). Degenerò trasformandosi in un partito inquinato dai virus della clientela e della corruzione. Ha perso in queste elezioni metà del suo elettorato. Ha vinto a Verona dove c'era e c'è un bravissimo sindaco la cui lista personale ha raccolto il 30 per cento dei voti mentre la lista del suo partito ne ha raccolto soltanto il 10. Tosi non è più un leghista, ma un sindaco come Fassino e Pisapia. Con una differenza però: il bravo Tosi non ha una visione del bene comune appropriata all'Italia ma soltanto quella della sua città. E così sarà anche per gli amministratori eletti nelle liste "5 Stelle".
Gli arrabbiati nella Lega non sono molti. Gli scontenti che rifiutano di pagare le tasse, quelli sì sono tanti, è un fenomeno assai diffuso coi tempi che corrono. Gli scontenti sono dappertutto. In Francia si sono ammucchiati in un partito vero e proprio che risucchierà una parte del gollismo e rappresenterà la nuova destra francese. In Grecia hanno messo in crisi i partiti tradizionali ma ora si trovano davanti a un bivio assai impegnativo: nelle nuove elezioni dovranno scegliere se vogliono restare in Europa dove stanno male o uscirne con la fondata prospettiva di stare molto peggio.
Questa è la vera linea di frattura in tutta Europa e riguarda anche la cancelliera Merkel. Anche per lei il problema è quello se uscire dall'Euro e quindi sfasciare l'Europa. Senza l'Europa i tedeschi starebbero meglio o peggio? La pancia suggerisce a molti di loro che starebbero meglio; la ragione suggerisce il contrario.
L'alleanza che si sta formando intorno a Hollande fa appello alla ragione.
Se la Merkel non lo capirà, l'Euro affonderà e annasperemo tutti in mezzo alla tempesta. Gli arrabbiati che oggi assediano le sedi di Equitalia staranno peggio di tutti.
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Monti è un liberale pragmatico come gran parte dei suoi ministri; sono tutti consapevoli che il rigore era necessario purché affiancato da provvedimenti di crescita.
Il rigore era più facile (e più doloroso) da conseguire; la crescita presupponeva invece una politica europea perché non si può crescere da soli.
La Commissione di Bruxelles è da tempo su questa linea, la Bce anche, ma la Germania no, non ancora. La vittoria di Hollande è stata il punto di svolta e lo si comincia a vedere anche in Italia. Alcuni ministri, finora piuttosto in ombra, sono emersi in prima fila: Passera, Barca, Balduzzi, Riccardi. Il ministro dello Sviluppo l'altro ieri ha illustrato a Napolitano gli interventi previsti per la crescita e ne ha ottenuto il plauso. Il presidente della Repubblica batte da tempo su quel tasto ed ha inviato a Hollande più di un messaggio auspicando uno stretto raccordo col governo italiano. Monti dal canto suo è sulla stessa linea.
Il problema non è quello di isolare la Merkel ma di modificarne le priorità. E quindi: investimenti in infrastrutture europee affidate alla Banca degli investimenti (Bei), accettazione di investimenti nazionali per infrastrutture e ricerca che non gravino sul debito sovrano e sul deficit, raccolta di fondi sul mercato europeo con le stesse destinazioni produttive.
E intanto ricerca di risorse italiane e misure italiane di immediata attuazione, a cominciare dal pagamento dei debiti del Tesoro verso le imprese fornitrici che attendono da tempo il saldo dei propri crediti. Sarebbe un'iniezione di liquidità benedetta e dovrebbe accadere tra pochi giorni.
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La debole Nato al Summit di Chicago
Cerca una Strategia sulla Siria
Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera
Peserà come un macigno l' esperienza dell' intervento armato l' anno scorso in Libia sul summit Nato previsto a Chicago per il 20 e 21 maggio. Quella che sino a pochi mesi fa era presentata come una luminosa pagina di storia dell' Alleanza Atlantica a difesa delle «primavere arabe» viene sempre più letta in modo critico e autocritico dai suoi fautori. E ciò spiega la riluttanza a ripetere l' esperienza libica sullo scenario siriano. Le ragioni sono tante: a partire dall' involuzione caotica tra le diverse milizie armate che si sono sostituite alla soldataglia di Gheddafi, sino alla crescita dell' elemento radicale islamico al cuore delle nuove forze politiche trionfanti non solo in Libia, Egitto e Tunisia, ma anche tra i ranghi dell' opposizione siriana. La messa in guardia ieri a Roma del ministro degli Esteri libico, Ashour Bin Khayal, circa un rinnovato «rischio immigranti» per l' Italia è l' ennesima prova della destabilizzazione montante. Non saranno indifferenti inoltre i nuovi dettagli resi noti circa i fallimenti militari della componente europea della Nato, con Francia e Gran Bretagna in testa, che pure furono i motori primi dei blitz sulla Libia. In un rapporto riservato elaborato a febbraio dal «Nato Joint Analysis and Lessons Learned Center» in Portogallo e rivelato il 14 aprile dal New York Times viene spiegato come nulla sarebbe stato possibile senza il sostegno fondamentale degli arsenali americani. Una sorta di replica in negativo di ciò che viene denunciato nei confronti del contingente Nato in Afghanistan da almeno sei anni. Il fatto per esempio che comunque la Nato tout court disponesse solo del 40 per cento degli aerei necessari a intercettare le comunicazioni elettroniche nemiche. Il documento ricorda che dei 7.700 tra missili e bombe «intelligenti» utilizzati in sette mesi di raid virtualmente «quasi tutti» erano americani. Il monito è evidente: se è vero che gli europei da soli non avrebbero potuto defenestrare Gheddafi, tengano bene a mente i comandi Nato che l' esercito siriano resta tuttora molto più forte e meglio armato di quello di Gheddafi un anno fa.
13 maggio 2012
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