|
Il pressing sulle regioni per passare all'arancione Gianluca Mercuri, redazione Digital Corriere della Sera
Da oggi il governo di Mario Draghi può dirsi nel pieno delle sue funzioni: dopo quella del Senato mercoledì, ieri ha incassato anche la fiducia della Camera con 535 sì, 56 no e 5 astensioni. Nel suo discorso di replica, il presidente del Consiglio ha affrontato il tema della giustizia, sottolineando la necessità di un "processo giusto e di durata ragionevole", e quello della lotta a corruzione e mafie, di cui ha evidenziato anche gli "effetti depressivi sull'economia e la concorrenza". Ma i dati politici di questo inizio d'epoca sono due. Il primo è lo sfaldamento dei grillini. Dopo i 15 voti contrari a Draghi al Senato, alla Camera ce ne sono stati 16, oltre a 4 astenuti e 12 assenti: "Un drappello di una trentina di deputati dissidenti, che riducono i ranghi della maggioranza contiana e che fanno rischiare un'implosione del Movimento", scrive Alessandro Trocino. Espulsi i ribelli, tra cui due big come Barbara Lezzi e Nicola Morra. Alessandro Di Battista, extraparlamentare con gran voglia di rientrare, si candida a punto di riferimento della rivolta che però va in direzioni ancora indecifrabili. Irreversibile pare il distacco tra Davide Casaleggio e Beppe Grillo, che si compiace della normalizzazione imposta alla sua creatura: "I grillini non sono più marziani", scrive nel suo blog. Morra, racconta Tommaso Labate, gli risponde con "amicus Plato sed magis amica veritas". Traduzione: Grillo mi è amico ma la "verità di più". La verità, però, è che alla fine il capo-comico ha garantito in tre anni l'antica e polverosa "governabilità" in tre modi diversi, mostrando un pragmatismo del tutto sistemico. Il capo dei grillini è Grillo. L'altro dato politico è il protagonismo dei partiti. Salvini continua a muoversi da azionista di maggioranza ma per ora su Draghi abbozza sempre ("Ha detto che l'euro è irreversibile? Draghi ha sempre ragione"). Antonio Polito lo paragona "a Philip Pirrip detto Pip, uno dei grandi caratteri di Dickens, l'orfano che in Grandi speranze prova a farsi gentiluomo. Come nei romanzi di appendice, il finale è aperto". La domanda è: quanto tempo ha Draghi? Il Financial Times (ne parla la nostra Rassegna Stampa) scrive che un anno non gli basta, anzi "sarà vitale che resti premier almeno due anni, fino alle elezioni politiche previste nel 2023, e non si trasferisca il prossimo anno al più prestigioso ma meno importante ruolo di capo dello Stato". Servirebbero due cose non banali: che Sergio Mattarella cambi idea e accetti di farsi rieleggere per un mandato breve, come Napolitano. E che i partiti, la Lega anzitutto, accettino di pazientare per così tanto tempo. Ma prima è meglio aspettare di vedere cosa fa il governo. Una mossa attesa riguarda l'esame di Maturità: il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi sta per firmare l'ordinanza che conferma anche per quest'anno il solo orale. Intervistato da Gianna Fregonara, resta invece vago sull'ipotesi di recuperare a giugno una parte della frequenza persa in questi mesi. Intanto, però, già oggi il nuovo governo è atteso a un test importantissimo, che riguarda due interrogativi decisivi: a) se e quanto possiamo muoverci in mezzo al virus; b) se e quanto i nuovi equilibri politici cambiano i rapporti tra Roma e le regioni, facilitando la gestione della pandemia.Come ogni venerdì, infatti, c'è attesa per i dati del monitoraggio settimanale in base al quale si decide la colorazione delle regioni a partire da domenica. E questo è il primo weekend con il governo Draghi pienamente operativo. Scrivono Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini: "Il tentativo dell'esecutivo che potrebbe convocare oggi stesso un vertice sul Covid è convincere i governatori delle regioni in bilico a passare in arancione, anche se il loro territorio si trova appena sotto la soglia dell'Rt 1, che fa scattare il cambio di fascia. La moral suasion sui governatori punta a evitare che le regioni in fascia gialla, ma con un livello di rischio alto, possano passare tra una settimana direttamente al rosso: questo perché l'apertura di bar e ristoranti influisce sull'andamento della curva epidemiologica". Il ministro della Salute Roberto Speranza, che la settimana scorsa si è dovuto rimangiare senza preavviso la riapertura degli impianti sciistici, ora si muove in partnership con la nuova ministra degli Affari regionali Mariastella Gelmini. Che ha una posizione interessante: i governatori del Nord, tutti di centrodestra e tutti reduci da scontri durissimi col suo predecessore Boccia, vorrebbero restare in giallo, con l'eccezione realista di Zaia. Negoziare con loro ora tocca a lei. Agli antipodi dei colori sono l'Abruzzo, che va verso il rosso, e la Val d'Aosta, che invece può diventare la prima zona bianca. La Lombardia, da parte sua, ha una grossa novità: Letizia Moratti da gennaio vicepresidente e assessora regionale al Welfare al posto del contestato Giulio Gallera ha fatto fuori il direttore generale al Welfare Marco Trivelli sostituendolo con il veneto Giovanni Pavesi, che dirigeva l'Ulss di Vicenza. Trivelli solo otto mesi fa aveva preso il posto di Luigi Cajazzo. La domanda è: la nomina di un veneto può far sperare i lombardi che si vada verso il ripristino di una medicina territoriale drammaticamente mancata durante la pandemia? Moratti è reduce dalla gaffe sui vaccini da distribuire in base al Pil; ma, come ricorda Simona Ravizza, la Lombardia è "al centro dei riflettori ormai da un anno per la gestione dell'epidemia, con un lungo elenco di cose andate storte (ultime su tutte: l'ingresso in zona rossa per una settimana per errore dovuto al calcolo dell'Rt e i ritardi nell'attuazione del piano vaccinale di Guido Bertolaso)". C'è tutto un modello di cui sarebbe davvero salutare discutere (Trivelli ne sembrava conscio: due settimane fa, a Presadiretta, aveva detto che "il sistema lombardo funziona benissimo per la prestazione, poi basta").
|