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Gaza
Oltre due milioni di abitanti, il 40% ha meno di 14 anni.
Dalla convivenza al regime di Hamas. Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera
![]() Non è sempre stato così. Una volta, circa quattro decadi fa, gli israeliani residenti nei kibbutz e paesini oggi devastati dai pogrom assassini dei fanatici di Hamas si recavano sul lungomare di Gaza a comprare il pesce, pranzavano ai ristorantini del porto, acquistavano per pochi shekel i pomodori e la frutta sui mercati locali. Capitava di trovare mamme israeliane con i bambini nei vicoletti dei campi profughi per visitare la famiglia della babysitter palestinese, mentre il marito si recava dall'imam della moschea vicina per reclutare operai per la sua industria di Tel Aviv. Gli abitanti della quindicina di colonie ebraiche costruite nella Striscia di Gaza dopo la sua occupazione nel 1967 si mischiavano senza troppi problemi con i locali. Non c'erano muri o barriere elettroniche sul perimetro della Striscia, se non qualche filo spinato arrugginito messo da egiziani e israeliani nel 1948. Ai posti di blocco i soldati controllavano distratti le carte d'identità del circa mezzo milione di pendolari che si recavano nei cantieri e sulle piantagioni israeliani. Anzi, molti di loro non tornavano a casa: dormivano sui posti di lavoro. Raccontato oggi sembra di parlare di un pianeta assolutamente altro, e infatti lo è. Per ben oltre un quindicennio dopo la guerra del 1967 la popolazione israeliana e i palestinesi abitanti nella Striscia, per la stragrande maggioranza profughi dalle località nel sud della regione abbandonate al tempo del conflitto che aveva portato alla nascita di Israele vent'anni prima, beneficiarono di quella che era definita la «politica dei ponti aperti» voluta dall'allora ministro della Difesa Moshe Dayan. L'annessione strisciante Ufficialmente Gaza e Cisgiordania erano territori occupati (non però Gerusalemme Est, che sarebbe stata annessa quasi subito) da rendere in cambio della pace con gli arabi. Di fatto, però, iniziò presto una forma di annessione strisciante fondata sull'impiego della mano d'opera araba nel sistema economico israeliano. In quei primi anni quasi non ci fu resistenza da parte araba, la gente era come annichilita dalla soverchiante potenza dello Stato ebraico. E infatti la battaglia contro Israele fu per lungo tempo condotta dall'Olp di Yasser Arafat, che operava dall'estero e si richiamava ai movimenti socialisti della decolonizzazione legati all'Unione Sovietica. Fu allora che Israele, in chiave anti-Olp, scelse di lasciare crescere le organizzazioni caritative e di mutuo soccorso ispirate ai Fratelli Musulmani, che in particolare a Gaza guardavano all'Egitto. L'Olp sembrava relegato alla diaspora, Israele traeva profitto dallo status quo. Ma nel dicembre 1987 fu lo scoppio dell'intifada, la rivolta popolare dei palestinesi nei territori occupati, a demolire l'illusione israeliana dei «ponti aperti» a costo zero. Pochi mesi prima David Grossman nel suo Vento Giallo aveva già messo in guardia. «L'occupazione corrompe i palestinesi e corrompe noi israeliani. Ma non può durare, il malcontento arabo sta per esplodere», avvertiva lo scrittore. Lo sceicco Yassin I palestinesi per la prima volta prendevano in mano il loro destino con un movimento di protesta autoctono che non dipendeva dall'Olp. L'anno dopo lo sceicco tetraplegico Ahmed Yassin dalla sua casa nel cuore di Gaza annunciava la nascita di Hamas, che negava qualsiasi possibilità di compromesso con gli «Yehud», gli ebrei, rifiutava l'approccio nazionalista laico dell'Olp e in nome di Allah invocava il diritto sacro del suo popolo al controllo di tutta la Palestina. Da allora lo scontro aperto tra Hamas, radicata più a Gaza, e l'Olp, sempre meno forte in Cisgiordania, corre parallelo a quello contro Israele. L'intifada bloccò la coesistenza pacifica tra le due popolazioni. Pochi anni fa il proprietario di un noto ristorante di Gaza guardava ancora con nostalgia alle foto della sua sala affollata da clienti di Ashkelon e sospirava raccontando della sua amante ebrea di Tel Aviv che non può più incontrare. Il ritiro del 2005 Gli anni Novanta conducono direttamente alla situazione di oggi. S'inaugura la stagione del terrorismo kamikaze islamico. Gli attentatori si fanno esplodere tra la gente nei ristoranti, bus e discoteche nel cuore di Israele: ogni palestinese è un sospetto. Gaza diventa una prigione a cielo aperto lunga 48 chilometri e larga mediamente 9, abitata da poco meno di due milioni e mezzo di persone (circa il 40% ha meno di 14 anni, circa il 22% ha tra i 15 e i 24 anni). Le cose peggiorano dopo che un estremista ebreo assassina il premier Ytzhak Rabin imputato di «tradire» Israele stringendo la mano ad Arafat. Nel 2005 Israele evacua i circa 15.000 coloni ebrei di Gaza, ne approfittano gli islamici che accusano l'Olp di corruzione e collusione col nemico. Nel 2006 Hamas vince le prime elezioni democratiche della storia palestinese. L'anno dopo i militanti armati islamici scacciano e uccidono gli attivisti dell'Olp. Seguono le vampate di violenza degli ultimi anni, ogni volta più gravi e sanguinose di quelle precedenti. Nel 1987 i palestinesi tiravano pietre e parlavano ebraico, mentre gli israeliani cercavano di usare lacrimogeni e proiettili di gomma: oggi gli islamici ricorrono alle modalità del Califfato e i razzi israeliani devastano interi quartieri. Quando Sharon si ritirò
Antonio Polito sul Corriere della Sera
Noi benpensanti, moderati, razionali europei (non dico i fan di Hamas o gli antisemiti, che pure ci sono e sono tanti) diciamo a Israele di prendersela calma. Ha diritto, sì, di difendersi. Ma non troppo. Deve contenere la sua reazione. Deve spezzare il circolo violenza-vendetta. Non deve gettare il mondo sull'orlo del baratro (tanto loro nel baratro ci sono già). Siamo prodighi di buoni consigli. E naturalmente abbiamo ragione. Soprattutto nel chiedere che qualsiasi azione militare a Gaza preveda e consenta un «corridoio umanitario», una via di fuga per i civili. Ed è giusto auspicare che la reazione sia proporzionata, cioè non indiscriminata, diretta a colpire i miliziani di Hamas e le loro basi e non i civili palestinesi, che non sono certo tutti terroristi o fanatici assassini. Però, mentre diciamo a Israele quale sia la via giusta da seguire, ci possono venire dei pensieri che non condividiamo. Cattivi pensieri. Pensieri che ci fanno dubitare del fatto che sia possibile per Israele il dialogo con un nemico che ha il programma di distruggerti, o che la moderazione garantisca davvero pace e sicurezza più della deterrenza. Per esempio: si dice che se Israele lasciasse ai palestinesi i territori occupati nella guerra del 1967 (combattuta e vinta contro gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania coalizzati), avrebbe in cambio la pace. Ma la Striscia di Gaza, appunto uno di quei territori, è stato effettivamente restituito ai palestinesi nel 2005 dal governo di Ariel Sharon, tra i più duri e bellicosi premier della destra israeliana, l'uomo di Sabra e Chatila, l'uomo della passeggiata provocatoria sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme che contribuì a scatenare la Seconda Intifada. Sharon cedette Gaza. Anzi, l'esercito di Gerusalemme sgombrò con la forza i coloni ebrei che volevano difendere i loro insediamenti. Fu una scelta unilaterale ma radicale, che provocò un grande trauma nella nazione e spaccò il Likud, il partito del premier. Lui, Sharon, dovette lasciarlo, per fondarne uno nuovo e centrista in cui confluì anche il premio Nobel per la pace Shimon Peres, veterano della sinistra israeliana. È bene ricordare tutto ciò perché i nostri figli e nipoti non lo sanno o non lo ricordano. Leggono su TikTok di «territori occupati da Israele», e si convincono che Hamas stia tentando di riprendersi aree strappate con la forza ai palestinesi. Invece ogni singolo villaggio o kibbutz colpito nell'offensiva di sabato è territorio israeliano da quando esiste quello Stato. E se proprio vogliamo dirla tutta furono gli egiziani a occupare la striscia di Gaza nel 1948, nonostante il piano di partizione dell'Onu assegnasse quel territorio a un mai nato Stato palestinese. La scelta di Sharon non fu certo fatta per generosità, altruismo o buonismo. Era intesa piuttosto ad accrescere la sicurezza di Israele. Ma dopo nemmeno due anni i miliziani di Hamas ingaggiarono una guerra civile con l'Autorità nazionale palestinese, erede di quell'Arafat che aveva riconosciuto il diritto a esistere di Israele firmando gli accordi di pace di Oslo. Ci furono sanguinosi scontri, alla fine dei quali la fazione estremista e islamista prese il controllo di ciò che doveva essere il primo embrione di uno Stato palestinese. Da allora quel lembo di terra è stato trasformato in un Hamastan, impoverito e isolato dal mondo, usato come piattaforma di lancio di razzi e terroristi. Perché Hamas ha nel suo statuto l'obiettivo dichiarato di distruggere con il jihad lo Stato di Israele, ricacciando in mare gli ebrei. Alla luce dei fatti, e anche dando per scontato che i vari governi succedutisi a Gerusalemme hanno commesso molti e gravi errori da allora, si può dire che abbia pagato la soluzione di restituire un territorio per avere in cambio sicurezza, ciò che noi europei non smettiamo di chiedere a Israele? Si direbbe di no, a giudicare dalla mattanza di sabato. E questo spiega perché la maggioranza degli israeliani, sempre più disperando della possibilità di far la pace col nemico, si sia messa nelle mani di Netanyahu, il quale ha lasciato credere al suo Paese che fosse possibile mettere da parte il problema palestinese, ignorarlo, scavalcandolo con una serie di accordi diretti con i Paesi musulmani dell'area, e sperando di chiudere il cerchio con l'Arabia Saudita. Ma ciò che è successo sabato deve indurre anche in noi un altro cattivo pensiero: forse non hanno tutti i torti quegli israeliani che sono contrari a cedere il controllo dei Territori occupati in Cisgiordania, temendo il bis di Gaza. Purtroppo la dura realtà della storia, la crudeltà degli uomini e la spietatezza dei regimi autoritari o teocratici smentiscono spesso le aspirazioni ragionevoli e ireniste di noi europei. Un ultimo cattivo pensiero: nel 2008 ci opponemmo con vigore e successo all'idea statunitense di accettare l'Ucraina nella Nato. Lo facemmo per non indispettire Putin e mantenere un dialogo con Mosca. Oggi è lecito chiedersi se la deterrenza dell'Alleanza Atlantica non ci avrebbe invece risparmiato l'aggressione russa e la sanguinosa guerra in corso.
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