
Il Nobel Rachinskij: Yashin e Kara Murza espulsi come Solzhenitsyn, contro la loro volontà.Capisco l'amarezza, l'esilio indebolisce l'opposizione
Non è stato uno scambio, ma una liberazione di ostaggi innocenti. Bisogna fare di tutto per scarcerarli, dice il presidente dell'ong premiata a Oslo Memorial
(reuters)
MOSCA All'indomani della scarcerazione del suo cofondatore 71enne Oleg Orlov nell'ambito di unostorico scambio di prigionieri tra Russia e Occidente, all'ong Memorial ci sono sentimenti contrastanti. La gioia di sapere Orlov in libertà. La tristezza per il prezzo che dovrà pagare: l'esilio in Europa. «È una situazione complicata. Assomiglia all'espulsione di Aleksandr Solzenitsyn avvenuta contro la sua volontà», commenta a Repubblica Jan Rachinskij che nel 2022 ritirò a Oslo il Nobel per la pace a nome della storica organizzazione per i diritti umani che la Russia di Vladimir Putin ha messo al bando.
Rachinskij è sempre stato in prima fila ai processi che lo scorso febbraio avevano portato alla condanna di Orlov a due anni e mezzo per fake news sull'esercito armato. Soltanto per aver scritto un articolo intitolato Volevano il fascismo, lo hanno avuto scritto per la testata francese Mediapart.
Rachinskij, Lei e Memorial eravate stati messi al corrente dello scambio?
«Nessuno ne era stato informato in anticipo. Ne siamo venuti a conoscenza all'ultimo minuto. Come tutti. Eravamo in pensiero da lunedì, da quando l'avvocato non era riuscito a raggiungere Oleg in prigione. Temevamo lo stessero. Oleg ha chiamato la moglie Tatiana Kasatkina dall'aereo ad Ankara. È stata una telefonata molto breve. È riuscito soltanto a dirle che lo stavano portando in Germania. Una sorpresa e un sollievo per tutti».
Orlov, come Ilja Yashin, era rimasto in Russia pur sapendo che avrebbe dovuto affrontare un processo e che sarebbe finito in carcere. Come vive quest'esilio forzato?
«È una situazione complicata. Mi ricorda l'espulsione di Aleksandr Solzhenitsyn del 1974 nella Germania Ovest che avvenne contro la sua volontà. Oleg e gli altri detenuti politici sarebbero potuti emigrare prima del processo e persino durante, ma hanno scelto di restare nella loro patria pur sapendo che li avrebbero condannati al carcere. Hanno dimostrato la loro risolutezza. Ma ora che sono liberi è impossibile non essere felici».
Che cosa pensa di questo scambio? Molti protestano, perché in cambio della scarcerazione dei detenuti politici, Vladimir Putin ha ottenuto indietro assassini, spie e criminali.
«Non chiamerei questo processo uno scambio. Rifiuto questa parola. Mette sullo stesso piano le due parti. Si è trattato della liberazione di ostaggi. Perché i detenuti politici in Russia sono ostaggi. E quando bisogna liberare degli ostaggi, le autorità non hanno altra scelta che accettare in qualche modo le richieste di coloro che fanno prigionieri. È questo quello che è successo. Ma secondo me la liberazione degli ostaggi è necessaria».
Vladimir Putin sta cavalcando quella che viene chiamata diplomazia degli ostaggi. Continua a rimpinguare il suo fondo di scambio...
«Proprio così. In Russia si prendono come ostaggi cittadini russi che hanno osato esprimere il loro pensiero e cittadini stranieri che non hanno commesso alcun reato appositamente per trasformarli in merce di scambio. Nessuno di loro ha violato la legge. Sono stati condannati per le loro parole o per reati inesistenti».
La vostra ong custodisce la memoria di oltre tre milioni di vittime dell'Urss e il registro dei detenuti politici della Russia contemporanea. Avete contribuito alla lista dei detenuti che sono stati liberati nell'ambito dello scambio?
«Né io personalmente, né l'organizzazione. Ma ci siamo sempre battuti per la liberazione dei detenuti politici. La liberazione di ostaggi in cambio del rilascio di gente cara al governo, dal mio punto di vista, è del tutto ammissibile perché è più importante liberare un innocente che insistere sul fatto che un criminale finisca di scontare la pena. Se qualcuno ha bisogno di questa gente che se la riprenda».
Adesso il pensiero va ai tanti detenuti politici ancora incarcerati ingiustamente. Quanti sono?
«Circa 600. La lista è molto lunga. Si viene arrestati per il proprio dissenso. Per aver manifestato contro il conflitto in Ucraina o l'attuale regime. Avviene regolarmente. Non si può fare una classifica, ma la priorità va data a chi ha problemi di salute. Sono in tanti».
La morte in carcere di Aleksej Navalny ha mostrato l'urgenza umanitaria di liberare i detenuti politici. Che cosa rischiano nelle carceri russe?
«Il carcere russo è un posto di prepotenza. I detenuti politici, in particolare, vengono sottoposti a un regime speciale. Navalny, Kara-Murza, Yashin venivano tenuti perennemente in celle di rigore senza alcun motivo. Indipendentemente se ci sia stata violenza diretta o meno, la morte di Navalny è stata un omicidio».
Che ruolo potranno giocare ora Orlov e gli altri oppositori liberati dall'esilio?
«L'esilio purtroppo indebolisce l'opposizione. Non a caso le autorità russe fanno di tutto per disfarsi degli oppositori costringendoli a emigrare. Ma spero che Orlov, Yashin, Kara-Murza e tutti gli altri, grazie alla loro esperienza in politica e autorevolezza, riusciranno a far sentire la loro voce anche dall'estero».
3 agosto 2024
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