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Il fallimento del regime change
Cambiare i governi con la violenza si è rivelato storicamente un errore
Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera



Missili iraniani intercettati dall'Iron Dome israeliano sopra Tel Aviv, 15 giugno 2025 (AP Photo/Leo Correa)

«Regime change», cambio di regime: Benjamin Netanyahu lo ha nominato espressamente quale obbiettivo di massima per l’attacco contro l’Iran. Non solo dunque eliminare la minaccia atomica che grava su Israele, ma anche lavorare per la caduta della teocrazia degli Ayatollah, così come si è strutturata da dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. Il premier israeliano si è persino rivolto pubblicamente in lingua farsi alla popolazione iraniana per aizzarla alla rivolta contro la «dittatura». In sostanza, lo Stato ebraico si propone come motore primo della rivoluzione democratica iraniana.
Ma, se andiamo oltre alla propaganda della guerra, non è difficile osservare che nella realtà l’idea di intervenire in un Paese o in una società stranieri per mutare a proprio favore la loro forma di governo ha sortito risultati per lo meno dubbi negli ultimi decenni, se non totalmente fallimentari. Non a caso negli Stati Uniti, dopo i flop sanguinosi delle campagne in Iraq e Afghanistan seguiti agli attentati di Al Qaeda l’11 settembre 2001, il principio di «esportare la democrazia», in auge tra i «neocon» di Bush junior dopo la fine della Guerra fredda, è oggi largamente screditato tra politologi e osservatori.
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Allo stesso modo negli anni Settanta ancora Israele aveva sostenuto le forze islamiche contro l’Olp laico e socialista. Il risultato non fu tra i più felici, visto che Hamas oggi è anche conseguenza di quei progetti politici sostenuti con la forza delle armi e della supremazia militare.

Il testo completo su il Corriere della Sera



  16 giugno 2025