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Negoziando la città
Tania Marinoni
Le convenzioni in urbanistica sono strumenti finalizzati a disciplinare il corretto utilizzo del territorio attraverso la collaborazione tra la Pubblica amministrazione e i privati. Costituiscono degli accordi stipulati tra le due parti, siglati davanti ad un notaio; spesso, tuttavia, sono state lette in chiave opportunistica a scapito della collettività. Se negli ultimi decenni questa interpretazione è stata avvalorata da diversi episodi, è possibile affermare che le convenzioni operano esclusivamente al servizio del potere privato, oppure questo leitmotiv è una maldestra generalizzazione? Il tema è oggetto della tesi di dottorato in Storia dell'architettura e dell'urbanistica di Nicole De Togni, presentata giovedì 20 settembre al Collegio degli Architetti e Ingegneri di Monza. La ricerca condotta dalla studiosa si concentra su Milano, una città emblematica, che ha incarnato le aspettative in tema di pianificazione del territorio durante gli anni del secondo dopoguerra. Il campo d'osservazione non si estende all'intero tessuto urbano, ma viene ristretto ad un elemento specifico nel dibattito disciplinare: il centro storico. Alla fine del conflitto mondiale Milano, distrutta da una serie di bombardamenti che colpirono gli edifici simbolo della città, attribuisce alla ricostruzione anche un forte valore sociale. Nell'immediato dopoguerra, quindi, il capoluogo lombardo diventa sede di un importante ed intenso dibattito sulle modalità con cui affrontare un processo carico di aspettative; proprio in questo periodo ospita gli architetti più aperti alle sollecitazioni europee e gli intellettuali all'avanguardia in materia di pianificazione. Eppure, in meno di dieci anni, si inizia a parlare di occasione mancata e di modernità tradita. Per redigere il nuovo Piano Regolatore Generale di Milano si riuniscono le menti più vive dell'architettura italiana e viene indetto un concorso. Tuttavia, al termine della gara non si ha un vincitore, ma una rosa di idee che vengono in parte recepite dalla commissione comunale preposta all'elaborazione del nuovo piano. Il documento, che in una prima adozione nel 1948 riceve numerose osservazioni, è approvato solo nel 1953, dopo un processo durato otto anni. Questo periodo di interregno vede la totale assenza della normativa di salvaguardia e l'ininterrotta validità delle convenzioni relative al piano precedente, nonostante queste non avessero più corrispondenza in quello nuovo. E' in tale lasso di tempo, estremamente critico, che Vercelloni sviluppa il concetto di modernità tradita.
La rivista Urbanistica propone diverse monografie sul piano di Milano; anche Casabella dedica molto spazio alla tematica, attribuendo validità alla narrazione, tuttora in auge, che vede un gruppo di architetti illuminati, schierati contro una grande ignoranza e l'inosservanza delle prescrizioni esercitata dai privati. Le convenzioni sono quindi strumenti elaborati ad esclusivo vantaggio dei privati? Esse, nonostante non siano state ancora regolamentate, vengono invocate fin dall'inizio del Novecento: non nascono quindi nel secondo dopoguerra. Tuttavia, il ruolo dei privati non è stato mai definito fino al 1942, anno in cui si disciplinano gli interventi edilizi con la legge urbanistica n. 1150. La nuova normativa vede attuazione con il piano regolatore del 1953, che in questo aspetto si rivela uno strumento inedito: fino ad allora, infatti, il Piano Albertini regolava solo la maglia stradale, prescrivendo la massima altezza degli edifici in relazione alla larghezza delle strade. Ma le convenzioni non sono ancora regolamentate e per giungere a ciò occorrerà attendere il 1967. Nell'immediato dopoguerra, quindi, questi strumenti non sono disciplinati e in qualche caso avvantaggiano i privati a danno della collettività. La minuziosa ricerca di Nicole De Togni, condotta con rigore scientifico, dimostra tuttavia che l'interpretazione secondo cui le convenzioni nascono negli anni Cinquanta per agevolare la speculazione è errata. In alcuni casi si dimostrarono molto utili ed efficaci per questi fini, ma non furono elaborate per infrangere il corpo normativo. Al contrario, questi strumenti urbanistici agevolano la collaborazione tra Pubblica amministrazione e privati, nonché l'osservanza delle normative, grazie ad un iter procedurale snellito proprio dalle convenzioni stesse. A questa conclusione Nicole De Togni giunge al termine di un'attenta analisi, condotta sulla documentazione offerta dall'Archivio di Stato di Milano. Un lavoro oggettivo, che sceglie il capoluogo lombardo come campione di indagine: proprio qui, infatti, il professionismo colto ha apportato un grande contributo nel dibattito incentrato sulle trasformazioni territoriali urbane del dopoguerra, alimentando quella speranza che tuttavia sfocerà presto in un'amara delusione. Tania Marinoni EVENTUALI COMMENTI lettere@arengario.net Commenti anonimi non saranno pubblicati
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