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Una fondazione per la Villa Reale e il Parco
Il convegno promosso dal CREDA. Grandi sprazzi di luce, ma troppe ombre.
di Giacomo Correale Santacroce


la Villa Reale secondo il progetto di restauro vincitore
la Villa Reale secondo il progetto di recupero vincitore del prof. Giovanni Carbonara

Per cercare di riassumere ciò che emerso dall'importante convegno promosso dal Creda su “Modalità di gestione dei Beni Culturali e Ambientali: il caso di Parco e Villa Reale di Monza”, di sabato 14 maggio scorso, mi sembra opportuno cominciare dagli interventi degli esperti, per poi passare a quelli, che li hanno preceduti nel convegno, degli amministratori.
Il moderatore Fabio Isman ha introdotto gli interventi parlando esplicitamente di “Parco e Villa Reale di Monza come delitto culturale”. Ha ricordato che monumenti di questo tipo non sono autosufficienti in nessuna parte del mondo, ma che forniscono una rendita con grandi ricadute economiche: la cultura.
Su questa affermazione tutti i relatori sono apparsi concordi. Così come concordi sulla unitarietà inscindibile di Parco e Villa, e su una fondazione come forma organizzativa più appropriata.
Così si è espresso Marco Parini, vicepresidente nazionale di Italia nostra, parlando appunto di “unitarietà giuridica e strategica” e di una fondazione non proprietaria dei beni, ma ente gestore di essi. Come Luigi Colombo, consigliere nazionale del FAI, intervenuto successivamente, ha ridimensionato la possibilità di coinvolgimento dei privati (a parte le fondazioni bancarie), che non hanno più le risorse e l'interesse per partecipare stabilmente a enti culturali, e che possono tuttavia essere coinvolti in singoli progetti o iniziative.
Eugenio Bruti Liberati, dell'Università del Piemonte Orientale, ha prospettato i possibili problemi derivanti dalla presenza dello Stato tra gli enti proprietari, difficoltà a suo parere superabili, sia pure con qualche difficoltà. Ribadendo l'idea di una fondazione, la propone come un organismo congiunto in cui i proprietari esercitano il potere di indirizzo e controllo condiviso, e danno vita a un contratto di servizio come previsto dall'art.115 del Codice Urbani. La fondazione e i suoi organi dovrebbero godere di una autonomia funzionale e organizzativa. Dovrebbe esserci una netta divisione tra funzioni di indirizzo/controllo e funzioni operative, evitando che le prime esercitino una ingerenza pervasiva sulle seconde.
Gli interventi di Colombo e di Michele Trimarchi hanno dato per scontata la fondazione, spostando il discorso dagli aspetti organizzativi a quelli fondativi. Secondo Colombo, Monza è dotata di importanti “emergenze culturali”, sia nel territorio comunale che nei dintorni, che configurano un sistema di risorse culturali intorno al complesso del Parco e della Villa Reale, che può configurarsi come la “cifra della città”. In questa ottica di sistema, “ogni singolo elemento del sistema da costo diventa risorsa” e Monza potrebbe costituire un laboratorio da offrire come esempio per altre realtà.
Sorprendente è stato l'intervento di Trimarchi, docente di economia della cultura alla Università IULM, perché ha messo in luce le relazioni tra valori culturali e valore economico. “La cultura non è un gadget turistico”, ha esordito, sostenendo che occorre elaborare una “poetica”, un progetto di valore estetico che viene prima e che genera il valore economico. La cultura non è separata da tutto il resto. Dopo certi eventi, come quelli promossi da diverse città, “si raccolgono le cartacce ma resta poco per la città”, dal punto di vista culturale come economico. Cita come esempi negativi Treviso e Brescia, come esempi positivi Bolzano, Catania, Torino.
A suo parere tutto parte dalla risposta alla domanda: “Monza, che ruolo vuole avere?”.
Formula due proposte: che la fondazione parta presto anche con pochi soggetti, rimanendo aperta ad altri ingressi; che le istituzioni stanzino per la cultura una percentuale del bilancio adeguata.

Purtroppo, la rappresentanza degli enti proprietari al convegno è stata gravemente incompleta, per l'assenza del presidente della Regione Formigoni (che ha inviato un messaggio formale ma non un sostituto all'altezza del tema) e quella di Carla Di Francesco, direttrice regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia, colpita da una indisposizione.
Per prima una breve ma severa illustrazione della situazione da parte dell'assessore al Parco e alla Villa Reale Daniela Pollastri: 2 ville, 15 cascine, 110 mila alberi in sostanziale abbandono, nel migliore dei casi sottoposte a un processo continuo di restauro-degrado-restauro-degrado, con grande spreco di risorse e scarsità di risultati.
L'intervento del sindaco Michele Faglia nelle sue premesse ha preceduto quanto poi affermato dagli esperti: ha sottolineato infatti la necessità di garantire l'unitarietà di tutto il complesso Parco e Villa, e di un unico ente di gestione. Ha parlato di “gioiello inestimabile”, e del fatto che “il livello decisionale comunale e proprietario non basta”, occorre coinvolgere altri livelli fino alla Unione Europea. Ha richiamato, come aveva già fatto Daniela Pollastri, l'irrisorietà delle risorse umane ed economiche destinate al monumento monzese in confronto a quelle di cui altre realtà italiane e straniere dispongono. Ha sottolineato il valore ecosistemico del Parco, specie in presenza di situazioni “uniche” in fatto di inquinamento, compreso quello acustico, e delle sue valenze per la flora e la fauna.
Ha prospettato un “progetto grandioso”, basato su due capisaldi: 1. Unitarietà; 2. Ripensamento del complesso “in relazione alle esigenze contemporanee”.
In questa prospettiva di cambiamento, ha invitato il pubblico a “non aver paura di usare la Villa” in nuovi modi.
Purtroppo sul finire del suo discorso, come esempio di questo “ripensamento”, non ha trovato di meglio che citare autodromo e golf, che costituiscono piuttosto fatti compiuti del passato.
Ha dato così un assist a Verga, rappresentante del comune di Milano, per un intervento che ha confermato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la visione distante e ristretta del comune di Milano nei confronti del Parco. Due sono i capisaldi del “progetto strategico” che Milano ha in mente per il Parco di Monza: 1. Trasformare la risorsa naturale del Parco in risorsa economica”; 2. Ampliare… non è chiaro che cosa, ma si potrebbe immaginare.
Un'ultima annotazione: prima del convegno, avevo scommesso con la promotrice dello stesso, la straordinaria Alessandra Canuti, presidente del CREDA, che il Teatrino della Villa si sarebbe rivelato troppo piccolo per accogliere tutti i monzesi che hanno a cuore le sorti della Villa e del Parco Reale. Ho perso.

Giacomo Correale Santacroce


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  16 maggio 2005