Moha non era più solo, perché Moha come tutti, amava, desiderava, condivideva la sua vita con gli altri e non mancava mai di sognare, anche quando dopo aver commesso un errore o di fronte a un'incomprensione si chiedeva cosa potesse fare per continuare a sognare. Perché i mattoni non bastano per costruire la propria casa. Senza sentimenti, senza amore, senza passione, non la si sentirà mai come propria, quella o qualunque altra casa. Ed è per questo che stridula e stonata è risuonata nella sala consigliare comunale la nota del rito civile di assegnazione della cittadinanza, allargata alla prole e chiusa inesorabilmente quanto incomprensibilmente alla moglie nonché madre di quegli stessi figli. Eppure erano tutti e cinque lì presenti, stretti uno all'altro, il più piccolo con gli occhi spalancati e lo sguardo da peste, che tra smorfie e piroette sbucava con la testolina fra le gambe di suo padre in quel mentre che il funzionario comunale, al di là del tavolo, fasciato dal tricolore, sentenziava l'ingresso nel paese di una famiglia dimezzata d'autorità alla faccia del buon senso e dell'unità. Gli astanti a quel punto, per superare l'impasse, danno il via a un fragoroso applauso richiedendo al funzionario comunale di mettere agli atti che tutti loro erano non solo contenti ma ancor più orgogliosi di avere Moha quale loro concittadino, rimandando al giorno dopo il pensiero di quanto il loro Stato fosse ancora così arretrato e primitivo.
Finita la cerimonia ufficiale se ne apre subito un'altra alquanto informale, alla quale è richiesta la partecipazione del pubblico ufficiale, reo d'aver pronunciato l'improvvida sentenza separatrice. Due buste numerate, con la bandiera italiana a mo' di francobollo, vengon fatte aprire e leggere pubblicamente al neofita cittadino italiano, ignaro della quota parte del debito pubblico che si era tosto accollato. I suoi amici con lettera dell'Agenzia delle Entrate nella busta n°1 gli ricordano che il passo appena fatto era senza ritorno: trentaseimila euro di un botto si era accollato e non s'illuda perché il fondo non si era ancora toccato. Ma il tutto si stemperava nella lettura della seconda lettera di benvenuto in stretto dialetto brianzolo che, a dire il vero, il Moha legge prontamente e certamente meglio di molti sedicenti, quanto improbabili, brianzoli presenti. Dopo baci e abbracci, foto e battute, nella sala accanto una tavolata di cibi e libagioni fa da chiosa a quella che più che una cerimonia è un caloroso riconoscimento d'affetto a un cittadino del mondo approdato sulle rive di una terra dalla strana forma di stivale, che da decenni condivide insieme a molti altri ai quali lo lega un qualcosa di ancora più grande di qualsiasi carta istituzionale: l'amicizia fra eguali.
Umberto De Pace
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9 novembre 2015

