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Le nostre vite
a cura di Umberto De Pace

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Ci sono storie di uomini e donne che vale la pena raccontare, leggere o ascoltare. Attraverso le loro semplici e dirette parole scopriamo quello che alle volte si nasconde tra le pieghe delle nostre vite o che accade oltre la siepe delle nostre certezze e paure. Sono storie di vita, fiabe dei nostri tempi, testimonianze irriverenti, poesie sussurrate, lacrime versate, tracce di strade inesplorate. Sono fonti di gioia, dolore, tenerezza, disperazione, felicità e tristezza, specchi in cui è riflessa l'umanità del nostro tempo.
Moha




L'Italia

Lo chiameremo Moha, poco importa quale sia il suo vero nome, serbare invece nella mente i seguenti brevi appunti della sua ben più lunga storia, forse può valerne la pena dato che un giorno, lui ne è certo, la sua storia da qualcuno verrà raccolta e raccontata. Da oggi Moha è un cittadino italiano. In realtà, nel suo caso, andrebbe precisato che è anche cittadino italiano; non solo per la cittadinanza che già gli appartiene e che lo lega a quella terra in cui è nato, bagnata da più di un mare e attraversata da grandi catene montuose che discendono fino congiungersi all'immensa distesa color ocra, quanto per il suo appartenere al mondo, ben più vasto e variegato di qualsiasi terra natia o acquisita che sia. Quasi trent'anni son passati da quando, giunto in Italia, percorse strade, spiagge e piazze, alla ricerca di tutto ciò che un giovane poco più che ventenne desidera più di tutto: la libertà. Libertà di vivere e sognare, di gioire e amare, di studiare e lavorare, di pensare e ideare. La libertà di costruirsi un futuro, così, come gli pare. Giunse nel suo girovagare in Brianza. In una cascina diroccata di un paese di periferia, piccolo ma non sperduto, trovò temporaneo rifugio insieme ad altre decine di suoi connazionali. Dal ballatoio del primo piano, a cui si accedeva per una scala di legno a pioli alquanto precari, spiccava per il suo sorriso e la sua curiosità, accompagnati da una parlantina fluente di italiese modulata sulle note color ocra del suo paese. Non tardarono a inserirsi frammenti di dialetto brianzolo carpiti dalla pristinaia, dal macellaio e dall'immancabile tabaccaio. Moha costruiva così giorno per giorno la sua nuova vita, modellata da sudore, sorriso, tabacco e speranza. Ma ciò che teneva insieme tutto ciò era una ferrea determinazione – forgiata dal ferro e dal fuoco, tra le bestemmie e le imprecazioni del mastro fabbro presso il quale per lunghi anni dovette lavorare per guadagnarsi il pane – a guardare avanti a testa alta, senza mai perdere la speranza che un giorno le cose sarebbero cambiate perché lui voleva che così fosse. Di giorno con il martello picchiava il ferro, lo saldava e levigava, di sera alla scuola infermieri prendeva appunti e ascoltava, di notte curvo sui libri studiava. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, mattone dopo mattone, costruiva – come un muratore costruisce la propria casa – la sua nuova vita. Dall'officina passò così alla corsia di un ospedale, dalla cascina diroccata a una stanza pur che sia e quindi a un appartamento dapprima affittato e infine acquistato.

Moha non era più solo, perché Moha come tutti, amava, desiderava, condivideva la sua vita con gli altri e non mancava mai di sognare, anche quando dopo aver commesso un errore o di fronte a un'incomprensione si chiedeva cosa potesse fare per continuare a sognare. Perché i mattoni non bastano per costruire la propria casa. Senza sentimenti, senza amore, senza passione, non la si sentirà mai come propria, quella o qualunque altra casa. Ed è per questo che stridula e stonata è risuonata nella sala consigliare comunale la nota del rito civile di assegnazione della cittadinanza, allargata alla prole e chiusa inesorabilmente quanto incomprensibilmente alla moglie nonché madre di quegli stessi figli. Eppure erano tutti e cinque lì presenti, stretti uno all'altro, il più piccolo con gli occhi spalancati e lo sguardo da peste, che tra smorfie e piroette sbucava con la testolina fra le gambe di suo padre in quel mentre che il funzionario comunale, al di là del tavolo, fasciato dal tricolore, sentenziava l'ingresso nel paese di una famiglia dimezzata d'autorità alla faccia del buon senso e dell'unità. Gli astanti a quel punto, per superare l'impasse, danno il via a un fragoroso applauso richiedendo al funzionario comunale di mettere agli atti che tutti loro erano non solo contenti ma ancor più orgogliosi di avere Moha quale loro concittadino, rimandando al giorno dopo il pensiero di quanto il loro Stato fosse ancora così arretrato e primitivo.

Finita la cerimonia ufficiale se ne apre subito un'altra alquanto informale, alla quale è richiesta la partecipazione del pubblico ufficiale, reo d'aver pronunciato l'improvvida sentenza separatrice. Due buste numerate, con la bandiera italiana a mo' di francobollo, vengon fatte aprire e leggere pubblicamente al neofita cittadino italiano, ignaro della quota parte del debito pubblico che si era tosto accollato. I suoi amici con lettera dell'Agenzia delle Entrate nella busta n°1 gli ricordano che il passo appena fatto era senza ritorno: trentaseimila euro di un botto si era accollato e non s'illuda perché il fondo non si era ancora toccato. Ma il tutto si stemperava nella lettura della seconda lettera di benvenuto in stretto dialetto brianzolo che, a dire il vero, il Moha legge prontamente e certamente meglio di molti sedicenti, quanto improbabili, brianzoli presenti. Dopo baci e abbracci, foto e battute, nella sala accanto una tavolata di cibi e libagioni fa da chiosa a quella che più che una cerimonia è un caloroso riconoscimento d'affetto a un cittadino del mondo approdato sulle rive di una terra dalla strana forma di stivale, che da decenni condivide insieme a molti altri ai quali lo lega un qualcosa di ancora più grande di qualsiasi carta istituzionale: l'amicizia fra eguali.

Umberto De Pace



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  9 novembre 2015