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Le nostre vite
Umberto De Pace

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Ci sono storie di uomini e donne che vale la pena raccontare, leggere o ascoltare. Attraverso le loro semplici e dirette parole scopriamo quello che alle volte si nasconde tra le pieghe delle nostre vite o che accade oltre la siepe delle nostre certezze e paure. Sono storie di vita, fiabe dei nostri tempi, testimonianze irriverenti, poesie sussurrate, lacrime versate, tracce di strade inesplorate. Sono fonti di gioia, dolore, tenerezza, disperazione, felicità e tristezza, specchi in cui è riflessa l'umanità del nostro tempo.
Fuori dalla finestra
racconto inedito 2° classificato a pari merito al Premio Letterario Brianza 2016




La Benemerita

Alzatosi dalla sedia si incamminò a passo lento tra le due file di banchi. Passò davanti alla professoressa la quale, nel frattempo, aveva interrotto la lezione. Svoltò a destra fermandosi a circa un metro dal cestino della carta, più probabilmente un metro e mezzo, nell'angolo tra la Lim e la finestra. A quel punto giunse i piedi, rizzò dritta la schiena, alzò lentamente l'avambraccio, curvò la mano all'indietro di quarantacinque gradi e … zac … lanciò una pallina di carta, liberandola dalla morsa che la tratteneva tra il pollice e l'indice. L'aveva appallottolata con cura al banco, poco prima, dopo averne staccato una striscia dal quaderno protocollo a quadretti. Quaderno di scienze, ovviamente. Era la terza ora di martedì e a quell'ora, tutti i martedì, c'era l'ora di scienze. Questo Tommaso lo sapeva bene. Fu un lancio perfetto, a parabola, accompagnato dal roteare degli occhi e dalle sopracciglia inarcate di quanti si trovavano con i banchi in linea perpendicolare al cestino. «Magistrale!» esclamò Emanuela. Pietro dal suo banco in fondo alla classe non riuscì a trattenere un applauso. Tommaso si voltò, ripassò di fronte alla professoressa e, appena un po' più celermente dell'andata, ritornò al suo banco. Il suo sguardo non incrociò mai, in nessuno dei sue sensi di marcia, lo sguardo della docente. Sia chiaro, non era per sfida o, ancor meno, perché la snobbasse; nulla di tutto questo, ciò che lo circondava era per lui un semplice dettaglio, il suo obbiettivo era il cestino. Tant'è che la professoressa riprese subito dopo la lezione, archiviando il suo vacuo sguardo di disappunto e chiudendo così quella breve parentesi durata in fondo una manciata di secondi. Chi non aveva né aperto, né chiuso alcuna parentesi era Sofia. L'unica cosa che lei apriva e chiudeva ogni giorno, quando entrava in quella classe, era la finestra a fianco del suo banco, dove sostava tutte le mattine. Giusto uno spiraglio per permettere a un filo d'aria di passare. Un filo che le permettesse di vincere quel senso di soffocamento che provava tutte le mattine entrando a scuola. Il viso poggiato sul palmo della mano, il gomito disteso sul banco, osservava gli alberi nel giardino della scuola. Tutti i giorni, di tutte le settimane, di tutti i mesi. E se sulle prime, per la maggior parte dei professori, si confondeva con l'arredo, con il passare del tempo fu dagli stessi rivalutata. In fondo era una virtuosa: non disturbava mai.

Il consiglio di classe convocato per le ore 17,45 del giovedì successivo si svolse come tutti i precedenti consigli. Da una parte la Lim e il corpo docenti, disposto ad arco fino a lambire i primi banchi ai lati dell'aula. A discendere i genitori occupavano i banchi dei propri figli, alcuni di loro, compresi i due rappresentanti di classe, erano raccolti rigorosamente sul lato finestre. La professoressa d'inglese immancabilmente masticava la sua cicca, con un ciclo ondulatorio degno di un dromedario. Al suo fianco, lungo la parete dietro la cattedra, affiancati uno all'altro, i restanti professori sembravano in posa per delle foto segnaletiche. All'americana. A parte quello d'italiano che giaceva appisolato, all'estremità dell'arco professorale destro, con la schiena appoggiata alla parete, in attesa di uscire puntualmente alle 18,15 allo scadere della mezz'ora prefissata. La coordinatrice alla cattedra espiava la sua pena sgranando l'ordine del giorno come i grani di un rosario, immutabili nel tempo. Al suo fianco destro la professoressa di matematica presidiava la prima base come un abile e vigile giocatore di baseball, pronta a cogliere al volo le eventuali battute che fossero giunte in area docenti. Basso livello della classe a parte alcuni, pochi; non si segnalavano gravi patologie ma comunque la classe era indisciplinata; alcuni casi di evidente maleducazione, senza marcati eccessi; brusii, spalle girate, incontinenza diffusa e reiterata; recidiva nel balzare le interrogazioni, inframmezzate da pianti a dirotto, ovviamente solo dopo aver esaurito tutte le giustificazioni impossibili; difficoltà nel focalizzare la figura del docente con, ricambiata, indisponibilità di questi ultimi, a portare tale ciurma a qualsiasi tipo di gita; comprendano i genitori la stanchezza e lo stress a cui sono sottoposti i docenti e poi, si tenga conto, della loro età, che non permette più … eccetera, eccetera. Nel frattempo un genitore, seguendo l'esempio del professore d'italiano, si era appisolato; un altro si distraeva guardando le gambe accavallate della signora che si trovava nel banco a fianco, una fila più in su, con i collant nero seppia. Sul lato opposto – lo sguardo rivolto al soffitto, il mento all'insù, le labbra con un filo di rossetto anch'esse protese verso l'alto e sotto al labbro inferiore un lieve rigonfiamento che tradiva lo stato d'animo – una mamma iniziò a spazientirsi. Ne aveva ben donde essendo suo figlio uno dei pochi alunni catalogabili fra i sopravvissuti. Come dire tutto nella norma. Fu in chiusura, alle 18,20, che il consiglio di classe ebbe un guizzo di vitalità. Quasi fosse una nota a margine la coordinatrice annunciò che con il nuovo pentamestre sarebbe sopraggiunto un nuovo professore in sostituzione di quello di italiano il quale, nel frattempo, puntualmente alle 18,15 aveva abbandonato l'aula. Problemi di salute pare.

Quella mattina, quando lo videro entrare in classe accompagnato dal preside, capirono che era iniziato il pentamestre. Tutti, a parte Sofia, intenta ad osservare i primi precoci germogli sui rami degli alberi protesi verso la sua finestra. Il preside presentò il nuovo professore di italiano, si raccomandò agli studenti, espresse anche qualche altro concetto ma, avendo superato i 120 secondi, tempo massimo della soglia d'attenzione del discente medio, il resto si perse nell'oblio. In realtà non era propriamente disattenzione la loro, a parte per Sofia. Erano per lo più concentrati a studiare, sì s-t-u-d-i-a-r-e, la figura del nuovo arrivato. Alto, magro, capelli folti e brizzolati, un paio di jeans, diciamo classici, cintura di cuoio, camicia blu cobalto, collo button down, giacca color grigio perla. Ma ciò che attirò maggiormente la loro attenzione erano quegli occhiali un po' démodé, tipo Ray Ban con la montatura fine di metallo e, soprattutto, le lenti nere. Non a caso, appena il preside uscì dall'aula e il professore si sedette alla cattedra, accingendosi ad estrarre dalla cartella il suo tablet, Nicola non si trattenne: «Prof… guardi che non siamo mica al mare!». Seguirono risatine di alcuni compagni. «Come ti chiami?» ripose il professore. Aveva un tono di voce molto marcato, profondo. «Brambilla, Nicola Brambilla.» «Bene Nicola, cosa vedi fuori dalla finestra?» «Il… giardino, degli alberi…». «E basta? Direi, come dire, un po' banale, non trovi? Prova allora a chiudere gli occhi e ad ascoltare o immaginare ciò che c'è fuori dalla finestra.» Nicola perplesso chiuse gli occhi, in realtà uno lo tenne semichiuso, non si fidava più che altro dei suoi compagni: «Non sento nulla prof e…». Fu in quel momento che Sofia alzò, per la prima volta nella sua vita, scolastica s'intende, la mano: «Scusi prof, posso dirle io cosa vedo fuori della finestra?» «Ma certo, come ti chiami?» «D'Antoni Sofia. Io vedo un bosco con grandi alberi sui quali alla mattina presto danzano stormi di uccelli e mi piace ascoltare il battito delle loro ali…». L'intera classe rimase ammutolita. Ma allora Sofia sapeva anche parlare? Si chiesero increduli. «Brava Sofia, è stata molto interessante la tua descrizione. Volevo solo tranquillizzare Nicola, così pronto a giudicare e, a quanto pare, poco propenso ad ascoltare o immaginare, il quale non mi ha dato nemmeno il tempo di presentarmi e, al contempo, di scusarmi per i miei occhiali scuri. Li porto non per il riverbero del sole di un presunto mare immaginario, com'era evidente, vista anche l'odierna giornata uggiosa, quanto per un problema che ho agli occhi. Permettetemi ora di fare l'appello.» Scorrendo il dito sul tablet il professore fece l'appello, a modo suo. Chiese ad ogni alunno di alzarsi in piedi e presentarsi, cognome e nome, sequenzialmente secondo l'ordine alfabetico.

«Ma non vi sembra un po' strano sto' prof.» Matteo nell'ora di pausa condivideva i suoi dubbi con alcuni compagni di classe. Era passata qualche settimana dal suo arrivo e non erano ancora riusciti a inquadrarlo. Trovava sempre il modo per spiazzarli, come se i loro comportamenti, consolidatisi e affinatisi negli anni, non avessero su di lui alcuna presa. Non lo distraevano, non lo provocavano, in qualche modo, inspiegabilmente, era lui, il professore, a dettare il tempo durante la lezione. Persino Sofia era riuscita a compiere una rotazione di novanta gradi, indirizzando l'attenzione verso quell'uomo con gli occhiali neri, dal sorriso franco e dalle parole ferme. «Che sia frocio?» interviene Manuela. «Ma che dici?» in tono alterato gli rispose Luca. «E poi non usare quella parola offensiva!» «Vabbé, che sia gay? Se preferisci. Voi forse non ve ne siete accorti ma io l'ho visto, più di una volta, che teneva sotto braccio il bidello!» «Ma va là, cretina!» chiuse la discussione Giulia.
Non poteva continuare così. Tommaso volle provare anche con lui, non tanto per quel senso di noia che lo induceva normalmente a reagire con performance audaci. No, non era quello, indubbiamente quel prof riusciva ad appassionare tutti, o quasi, alla materia che insegnava. Più che altro per Tommaso era un senso di sfida verso i suoi compagni, ai quali voleva semplicemente dimostrare che in fondo quell'uomo dai capelli brizzolati e gli occhiali scuri era come tutti gli altri e cioè un semplice professore. Strappata la striscia di carta l'appallottolò con cura fra le dita, fino a comprimerla con forza, scostò la sedia e fece per alzarsi. Fu colpito nell'orecchio come da un dardo: «Prego?” domandò il professore interrompendo la lezione. Tommaso, ritto in piedi, rimase impietrito a fianco del suo banco. Lo sguardo di tutti i suoi compagni puntava dritto su di lui, ma non era come le altre volte, ne sentiva il peso, provò una sensazione nuova che, lì per lì, non comprese a fondo. Diede un colpo di tosse, raddrizzò la schiena e si accinse ad avanzare fra le due file di banchi. Non era più il passo deciso di una volta, al quale erano abituati gli astanti. «Tommaso? Hai per caso chiesto di alzarti?» Fu in quel momento che, rispondendo, compì il suo primo e ultimo sbaglio: «No». «Bene! Quindi torna al tuo posto e non interrompere più la lezione! Grazie.» Il prof in quell'occasione alzò almeno di un tono la voce, qualcuno giura anche di più, resta il fatto che Tommaso si lasciò andare sulla sedia percependo appieno, a quel punto, la sensazione nuova in corso di prova: un disagio profondo, come un brivido, lo percorreva dalla testa ai piedi. Mentre Tommaso riponeva sotto il banco la sua cartuccia inesplosa, il professore ne approfittò per aprire una parentesi sul tema visto che al primo consiglio docenti dopo il suo insediamento i colleghi lo avevano edotto sulla situazione della classe e, soprattutto, gli avevano palesemente lasciato intendere la loro situazione: di sfinimento.

«Da quanto tempo non fate una gita scolastica?» «L'ultima, e unica, risale a due anni fa.» rispose Andrea. «Spiega anche il perché non siamo più andati» aggiunse prontamente Eliana. «Sai che roba. Avevo semplicemente mostrato le chiappe, insieme a Nicola a Francesco, al pullman che ci seguiva …» «Quello con le suore!» precisò Eliana. «… certo e se la ridevano pure alla grande.» «Ma cosa dici…» Con un sorriso il professore li interruppe: «Bene, diciamo che la vostra penitenza è finita. Il prossimo mese faremo insieme un'esperienza extrascolastica che, penso e spero, vi piacerà o, di questo ne sono certo, vi stupirà. Un'esperienza che vi possa far riflettere sui vostri gesti quotidiani, sul significato di ciò che fate, di come lo fate, del perché lo fate. Un'esperienza con la quale possiate toccare con mano l'importanza di essere parte di un tutto, che a sua volta necessita del contributo di ogni sua singola componente. E poi ancora, vedrete, sarà un po' come tornare bambini, riscoprendo la gioia e la felicità della novità, dell'insolito e il timore, forse anche un po' di paura, dell'ignoto». «Ma dove ci vuole portare prof? Al Luna Park?» «No, non al Luna Park. Comunque lo scoprirete quel giorno, tutti insieme.» «Come? Non ce lo dice prima?» «No, sarà una sorpresa. Ovviamente avvertirò e chiederò il consenso ai vostri genitori, dato che siete ancora minorenni.»
Quello che seguì fu un mese strano per tutta la classe, se ne accorsero persino gli altri docenti i quali, increduli, si trovarono di fronte una classe più tranquilla e disciplinata, per alcuni addirittura più attenta. Gli studenti tentarono più volte di carpire al professore qualche indizio sulla meta misteriosa ma, ogni volta, lui prendeva spunto per portarseli appresso sulle ali della poesia, lungo i sentieri della narrativa o nella selva oscura della lingua latina. E loro, incuriositi e affascinati, si facevano trascinare in questa sorta di gioco che in fondo era l'arte dell'insegnamento.

Quando il pullman partì era una mite mattina di primavera. Usciti da Monza imboccarono via Italia e attraversarono Sesto San Giovanni, per proseguire quindi su viale Monza e giungere fino in centro a Milano. In una via laterale, di fronte al Museo Civico di Storia Naturale, l'automezzo accostò al marciapiede di fronte a un cancello aperto, che dava su un cortile di un antico palazzo. Ad attenderli, una giovane donna. Scesa l'intera classe, il professore venne accolto gentilmente e preso sottobraccio dall'accompagnatrice, la quale si incamminò con lui all'interno dell'edificio, invitando gli studenti a seguirla. «Visto? Ora non è più gay, ti va bene etero?» sorrise Luca rivolto a Manuela. Dal fianco della sala, dove gli studenti si erano disposti a semicerchio, di fronte al loro prof, scostato un drappo nero, comparve una anziana signora, piccola, i capelli grigi raccolti in una spessa treccia avvolta sul capo e assicurata da due forcine. «Buongiorno Miriam» l'accolse calorosamente il professore stringendole la mano. «Buongiorno a te e ai tuoi alunni.» Dal suo sguardo si capiva che era cieca. «Ragazzi vi presento Miriam Bevilacqua che ci accompagnerà in questa vostra nuova esperienza.» «Benvenuti ragazzi all'Istituto dei ciechi di Milano. L'esperienza che oggi faremo si chiama “Dialogo nel buio”. È un percorso nel buio più totale della durata di circa un'ora e un quarto…» «Un'ora e un quarto? Ma questi son matti» sussurrò tremando Caterina a Marco, il quale fissava impietrito quella che sarebbe dovuta essere la loro traghettatrice verso l'ignoto «… si, ma vedrete passerà in fretta il tempo, non vi annoierete. Sentirete dapprima il battito del vostro cuore accelerare, per poi tornare lentamente al suo ritmo normale...» a Martina, a dire il vero, il cuore non era nemmeno più al suo posto, le era finito direttamente in gola. A Nicola sudavano inverosimilmente le mani che continuava a sfregare lungo i pantaloni. Sofia invece, con gli occhi sgranati e un ampio sorriso pennellato sul volto, non stava più nella pelle per l'emozione «… al contempo vi si acuiranno tutti gli altri sensi: l'udito, l'olfatto, il tatto e, ne avrete l'occasione, anche il senso del gusto». Fu per tutti loro un'esperienza forte, intensa, emozionante. Carlo, appena entrati nel corridoio buio, ne approfittò per toccare il tafanario ad Angela, ricavandone una sonora ceffata sulla guancia, a dimostrazione che un imbecille, anche al buio, rimane tale. Caterina e Marco con una mano tenevano il bastone bianco che ognuno di loro aveva ricevuto in dotazione e con l'altra si tenevano stretti come mai avevamo fatto, provando una sensazione di quiete, benché i battiti dei loro cuori non accennassero a calare. Nicola era rimasto penultimo della fila, dietro a lui a chiuderla il loro professore, la cui voce calma e profonda lo rassicurava mano a mano che procedevano nell'oscurità. Sofia, Elena, Antonio e Valentino erano nel gruppo di testa, curiosi ed eccitati come non mai. Seguivano la calda e sicura voce di Miriam e ascoltavano, toccavano, sfioravano tutto ciò che li circondava, lasciandosi trascinare dallo stupore e dalla felicità di un mondo fino a quel momento sconosciuto. Quando salirono tutti e quattro sulla barca ancorata sull'acqua, tra risate e qualche timore si abbracciarono gli uni agli altri, come fossero un tutt'uno. Tommaso fece a gara con Alessandro a chi scopriva quale frutto o verdura ci fosse nelle tante cassette dell'area mercato, tastando e annusando pezzo per pezzo. Ma fu al bar che le cose si complicarono, forse ancor più di quando si trovarono tutti quanti alle prese con il traffico stradale e dovettero, bene o male, attraversare il passaggio pedonale. Alcuni bene, alcuni male. Al bar ognuno era libero di prendere o meno qualcosa da bere o da mangiare. Un terzo della classe si astenne, chi per motivi di salute, altri perché indisposti, ci fu perfino uno che addusse a non meglio precisati problemi famigliari. Giovanni bisbigliò fra sé e sé: «Figurati se bevo qualcosa senza vederci na' mazza. Che schifo!». Marco approfittò della pausa e degli ultimi minuti di buio per confessare il suo amore a Caterina. Ricevette in cambio un fugace, umido e dolce bacio sulle labbra e subito dopo, entusiasta, ordinò due limonate fresche. «Guardi che siamo da questa parte» lo richiamò il barman, inducendolo a una rotazione di centottanta gradi per poter centrare il banco. Sofia nel frattempo si gustava un buon caffè insieme ai suoi prodi compagni d'avventura. Miriam e il prof, anch'essi con in mano una tazza di caffè, chiaccheravano amichevolmente seduti a uno dei tavoli in centro alla sala. Al loro fianco Tommaso e Alessandro, con il naso all'insù, intercettavano le scie di aroma che fluttuavano nell'aria, insieme alle parole e ai suoni che danzavano da una parte all'altra del locale.

Era passato oramai più di un mese dall'indimenticabile esperienza del “Dialogo nel buio”, l'anno scolastico volgeva al termine. Quella mattina Francesco entrando nell'aula si accorse di aver dimenticato nella sacca della bicicletta la focaccia. Lasciò lo zaino a terra, si girò di scatto e corse fuori. Mancavano due minuti all'inizio della lezione, la prima ora era quella d'Italiano e non voleva per nessun motivo arrivare in ritardo. Nel frattempo giungeva in classe il professore. Come tutte le mattine salutò i suoi alunni, ma quella non era una mattina come le altre; tra lui e la cattedra, quella mattina, c'era lo zaino di Francesco. Fu un attimo, il prof inciampò e cadde. Per fortuna riuscì prontamente a stendere le mani di fronte a sé, attutendo il colpo, ma gli occhiali, sbalzati dal viso, caddero un metro avanti a lui. Dai primi banchi Tommaso e Martina si alzarono fulminei per soccorrerlo e nel sollevare il prof dal pavimento Tommaso incrociò il suo sguardo. «Ma prof?» gli tornò subito alla mente Miriam «Ma lei...». Il suo sguardo era fisso, come proteso verso il vuoto. Rialzatosi e riassettatisi i pantaloni e la giacca, riposti gli occhiali raccolti da Martina nel taschino, il prof si rivolse alla classe: «Sì ragazzi, sono cieco. Questo è il problema dei miei occhi a cui avevo accennato nel nostro primo incontro». «Ma come…» Nicola con la voce risentita «… e perché non ce l'ha detto subito?». «Perché ognuno di noi deve cercare di andare oltre i suoi piccoli, o grandi, impedimenti, difficoltà, certezze, sicurezze, per scoprire ciò che non si conosce, per verificare e mettere alla prova le proprie convinzioni e le proprie capacità, per saper guardare cosa c'è fuori dalla finestra e non solo nella stanza che ci circonda. Ognuno di noi deve sforzarsi di non fermarsi alle apparenze ...» Nel frattempo che il prof spiegava ai suoi alunni la sua scelta di vita, Sofia ascoltava e al contempo scriveva sul suo diario: “Oggi abbiamo scoperto che il prof è cieco. Ma cosa importa? A me ciò che importa è che sia il nostro prof ”. Fuori dalla finestra uno stormo di uccelli danzava sulle chiome degli alberi. Sotto al banco di Tommaso non c'era più traccia di pallottole di carta. In fondo all'aula Martina e Marco si scambiavano un tenero bacio.

Umberto De Pace



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