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Il Cavallo Rosso
Il romanzo di Eugenio Corti
Umberto De Pace


Qui di seguito la lettera che ho inviato due settimane orsono a “il Cittadino” nella vana speranza che sullo spirito di parte e sulla propaganda prevalesse la logica del confronto di opinioni. Ancora una volta mi sono sbagliato, verrebbe da dire; io invece mi ostino a pensare che lo sbaglio lo faccia chi rifugge il confronto. La cultura deve essere libera non solo di esprimersi, ma anche libera dalla propaganda e dalle lobby, così come deve essere altrettanto libera la critica, soprattutto quando è documentata e serena.

il cavallo rosso

Incuriosito dalla imponente campagna di promozione al premio Nobel dello scrittore besanese Eugenio Corti, portata avanti dalla vostra testata, ho letto il suo voluminoso romanzo storico “Il Cavallo Rosso”. L'ho trovata un'opera molto interessante, di stampo ottocentesco – pur coprendo un periodo storico che va dal 1940 al 1974 – nella quale l'autore dispiega una grande capacità descrittiva, intrecciata da minuziosi particolari, con punte epiche – penso alla ritirata di Russia – e squarci poetici – penso alla descrizione di alcuni scorci della Brianza.
Non voglio però qui entrare nel merito specifico del romanzo, di cui ampliamente avete scritto e citato, ma sottolineare un aspetto dell'opera, tanto evidente quanto, da tutti i vostri interventi, omesso in modo inspiegabile. Mi riferisco ai rimandi filosofici, morali, etici e storici che costellano l'opera, attraverso non solo il pensiero della gran parte dei protagonisti del romanzo ma, spesso, attraverso il pensiero diretto dell'autore, la cui voce fuori campo, a mio giudizio, annichilisce la prosa e la genuinità del racconto.
La disinvoltura con cui l'autore traccia il confine tra il bene e il male in una visione manichea degli avvenimenti, porta inevitabilmente a uno schierarsi delle coscienze e delle conoscenze, che si addice più a un saggio che a un romanzo, pur storico che esso sia. Corti – a differenza dei suoi estimatori – ha il pregio della schiettezza. Non dissimula il suo pensiero, la sua è una crociata contro l'Anticristo, individuato per lo più nel comunismo e in seconda battuta nella modernità. In un volo pindarico dal Concilio di Trento (1545) al referendum sul divorzio (1974) Corti non ha dubbi su dove stia il bene (Chiesa Cattolica, Controriforma, Pio XII, Creazionismo, Patria, famiglia, lavoro) e dove stia il male (Riforma Protestante, Rivoluzione Francese, comunismo e nazismo, partigiani rossi, Costituzione garantista, Concilio Vaticano II, '68, divorzio, aborto, preti contestatori, sindacati, ACLI, DC corrotta, TV marxista, giornali laici) con punte critico-polemiche che, alle volte, raggiungono il surreale. Dalla summa del pensiero cortiano mi pare non manchi nessuno dei capisaldi dell'integralismo cattolico e della destra reazionaria dell'ultimo secolo.
Corti non è solo l'autore del libro, ma ne è in gran parte il protagonista; cosi come non è stato solo un soldato del Regio Esercito Italiano, ma da sempre un fervente militante cattolico in perenne combattimento spirituale, ideale, etico e politico. Ma qui non è in questione la fede o il proprio credo, quanto la militanza, e come ogni militante Corti è portatore di una visione ideale molto forte e inevitabilmente di parte. Questo può piacere o non piacere, di certo non si può ignorare, perché significherebbe privare l'opera della sua anima. L'impressione che ho avuto a fine lettura è che sulla indubbia capacità descrittiva di un mondo e di avvenimenti conosciuti, prevalesse nell'autore l'affermazione di una verità superiore, trascendente le vicissitudini terrene, quell'unica “Verità” riconosciuta e determinata dalla propria fede. Una “Verità” superiore che porta a semplificare e uniformare un mondo di per se complesso e multiforme.
Opera universale? Trarre dalle proprie o altrui esperienze degli insegnamenti universali che possano essere trasmessi all'umanità intera è un privilegio di pochi; a mio modesto parere, di quei pochi scrittori che hanno saputo accomunare gli esseri umani al di là delle loro distinzioni; che hanno saputo descrivere la Storia, attraverso le storie dei singoli protagonisti, raccontate senza deformarle sulla base delle proprie convinzioni; che hanno saputo guardare all'altro con lo stesso sguardo con cui hanno saputo guardare a se stessi; che hanno saputo scavare a fondo nell'animo umano con le proprie mani nude, senza volerlo modellare a proprio piacimento. Mi pare fin troppo evidente che la strada scelta da Corti non sia quella universale, quanto quella particolare, militante, oserei dire “partigiana” senza volerlo offendere vista la sua idiosincrasia verso il movimento partigiano nostrano.
Romanzo storico? Personalmente lo definirei storico-politico, tenuto conto dell'approccio militante. La storia, che accompagna le vicissitudini del romanzo, ne risulta alquanto forzata. Suppongo che un lettore con scarse nozioni di storia, come sempre più si sta portando ad essere i nostri giovani, leggendo “Il Cavallo Rosso” si convinca che l'esercito italiano nella seconda guerra mondiale fosse impegnato a liberare la popolazione russa dalla dittatura comunista e che il nazismo in fondo sia stata sì una cosa brutta, ma pur sempre conseguente alla barbarie comunista, mentre il fascismo rimane sullo sfondo dell'intera opera, spesso giustificato o minimizzato. Da questo punto di vista è comunque interessante il contributo di Corti, in quanto descrive molto bene quella che definirei “incoscienza” di uno spaccato, sicuramente maggioritario, di società brianzola – ma non solo – verso la dittatura fascista nel nostro paese. Così come sono interessanti altri aspetti di costume dell'epoca e di una mentalità “paolotta” – così definita dallo stesso autore – relativi alla figura della donna e della sessualità, che non saprei definire altrimenti se non disarmanti.
Dal punto di vista strettamente storico mi hanno comunque colpito alcuni fatti, dei quali non ero a conoscenza e che non mancherò di approfondire: gli agghiaccianti atti di cannibalismo descritti nel gulag sovietico di Crinovaia, o sui treni per Cazan, dei quali si resero protagonisti i soldati italiani prigionieri; la crocifissione delle donne tedesche sulle porte dei loro villaggi ad opera delle truppe sovietiche nel corso dell'avanzata finale; le apposite sezioni dei gulag sovietici dedicate ai bambini spagnoli; le uccisioni, nei giorni dopo la Liberazione, di diverse persone negli alti forni della Breda a Sesto San Giovanni.
        Concludendo, Eugenio Corti de “il Cavallo Rosso”, rimane per me un grande scrittore, un'improbabile storico e un pedante moralista, quindi pur non aderendo all'appello per il Nobel non mancherò di leggere altre sue opere, visti gli stimoli che ho tratto dalla sua lettura. Ho riflettuto molto sull'opportunità di rendere pubblica questa mia critica, non tanto perché in controtendenza all'imponente campagna di propaganda, quanto per lo scrupolo di essere certo che stessimo parlando della stessa cosa. Per cui ho letto e riletto quanto da voi pubblicato e nuovamente ampie parti de “il Cavallo Rosso”, alla ricerca di dove si annidassero quei valori di “coesione e solidarietà” validi per tutti, quel “ruolo guida della coscienza nazionale”, quella visione della vita “condivisibile da tutti”, quell' ”universalità” del messaggio. A quanto pare parliamo della stessa opera, ma traiamo conclusioni alquanto diverse, tanto che trovo persino stonato il tentativo di ricondurla indiscriminatamente nell'ambito della stessa comunità cattolica nella quale, sono certo, molti non condividerebbero l'impostazione integralista dell'autore.
Una preghiera infine al mondo politico: ne rimanga fuori per favore. Leggere le dichiarazioni dei consiglieri regionali Carugo (Pdl) sul fare le “lobby” di sostegno o, ancor peggio, quelle di Brambilla (PD) il quale, candidamente, dichiara di non aver letto il libro ma vota per fare “sistema” a favore del territorio, svela, nel primo caso, ciò che sta realmente dietro alla campagna di propaganda, e nel secondo caso è l'ennesima dimostrazione della sciatteria culturale, ancor prima che politica, di chi è deputato a rappresentarci. Bene ha fatto la Lega a rimanerne fuori.
Cordiali saluti

Umberto De Pace

P.S.: Tenuto conto del fatto che sono pochi – anche fra i suoi sostenitori (sic) – quelli che hanno letto il Cavallo Rosso, farò seguire, sempre su Arengario, alcuni stralci, dal mio punto di vista significativi del pensiero cortiano, a compendio di quelli di puro romanzo (e propaganda) pubblicati per mesi, settimanalmente, su il Cittadino.


copertina
Il cavallo rosso

Corti, Eugenio
Ares edizioni, 1983-2009, 1280 pagine, 24,00 / 29,80
A Monza al LIBRACCIO
on line  www.libraccio.it



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Armando Pioltelli
September 30, 2010 11:54 PM

Caro Umberto, sono uno dei pochi che hanno letto il Cavallo Rosso, chi sponsorizza l'autore Corti per il nobel lo paragona a Guerra e Pace di Leone Tolstoi.
Guerra e Pace ha fotografato la società russa durante l'invasione della grande armata napoleonica dove il generale inverno e il popolo russo hanno vinto.

Il Cavallo Rosso mi affascina quando mostra una terra, la nostra Brianza che oggi non c'è più, perché urbanizzata oltre ogni considerazione (vedi variante al PGT di Monza), quando nel maggio del 1940 le scuole si chiudono prima a causa dei venti di guerra e questi ragazzi partono per il distretto di via Azzone Visconti (dove anche a me fecero firmare le mie licenze) : Ambrogio accompagna Igino e Pierello con la 1100, altri passano per il ponte di ferro per poi partire con il treno per la guerra dalla stazione di Monza.

Chiamati da una cartolina precetto alla guerra da Nomana (Besana) a Monza sui vari fronti e alcuni non sono tornati. Corti è autobiografico nel testo: Ambrogio, il figlio dell'industriale tessile Gerardo, parte per la Russia.
Il Corti partì volontario per aggredire un popolo che sacrificò più di 20 milioni di persone per sconfiggere la bestia nazista. Il Corti partì come un crociato, per sconfiggere il comunismo e imporre un regime oscurantista una Vandea per il 20° secolo.

Si può chiedere per quest'uomo un premio NOBEL? Io dico di NO !
Nobel inventò la nitro e per questo, pentito, inventò il premio.
Corti non ha mai messo in discussione la sua scelta di partecipare a una guerra di aggressione, anzi riesce a trasformare le vittime in aggressori, il davai come dicevano i russi ai prigionieri, cammina.
Vittime che aiutarono molti nostri soldati a portare a casa la pelle.
Nelle isbe c'era sempre una minestra di miglio per gli invasori. Rigoni Stern lo spiega bene nel Sergente nella neve.

Bene fai ad affermare, nei confronti di chi da un giudizio positivo del libro, che almeno abbia il pudore di leggere le 1277 pagine.

Armando
UNITI SI VINCE



Dario Chiarino sul blog di Novaluna
02 ottobre 2010 23:20

Ho letto una ventina di anni fa il libro e condivido pienamente il giudizio espresso nella lettera e quindi non mi stupisce che il contenuto abbia successo negli ambienti vicini a "il Cittadino".



Paolo Pirola
October 04, 2010 11:24 PM

Gent.le Sig. De Pace, pur essendo io un "devoto" del Corti devo dirLe che ho molto apprezzato la Sua lettera non pubblicata da "il Cittadino".
Sono convinto che anche lo scrittore besanese sarebbe contento di leggere le Sue critiche.
In primo luogo perchè espresse da uno che ha letto con attenzione il libro: il che, per uno scrittore, credo sia motivo di soddisfazione. Non si leggono 1274 pagine per mero spirito polemico...
Poi perchè esprimono alcune valutazioni, che io non condivido, ma che sono argomentate in maniera tutt'altro che superficiale.
La invito fin d'ora a partecipare ad un importante convegno che si terrà a Monza, verso la metà di novembre, in cui autorevoli studiosi ragioneranno sul valore letterario dell'opera di Eugenio Corti.
 
Davvero cordiali saluti  
Paolo Pirola 



Umberto De Pace
October 09, 2010 10:09 AM

Gentile Sig. Pirola,
mi ha fatto molto piacere ricevere la sua lettera nella quale ha saputo cogliere lo “spirito” con cui ho espresso le mie valutazione sul romanzo di Eugenio Corti. Se i commenti di Dario Chiarino e Armando Pioltelli – che ringrazio per il contributo alla discussione – mi hanno tolto il dubbio di aver frainteso il testo o di essere il solito “Bastian contrario”, il suo intervento, in quanto “devoto” del Corti, mi rafforza nella convinzione che il dialogo e il confronto non sono solo il sale della democrazia, ma ancor più rappresentano uno strumento di crescita e di conoscenza personale e collettiva. Io non solo ho letto con attenzione il romanzo, ma altrettanto ho fatto con tutti gli articoli usciti su “il Cittadino” a partire dal maggio scorso fino ad oggi, più qualche breve incursione in internet, e, a meno che non sia un caso di omonimia, ho letto anche il suo intervento, sempre su “il Cittadino”, su Pierello uno dei protagonisti del romanzo di Corti.
La ringrazio per l'invito al convegno internazionale che si terrà a Monza sulla figura di Eugenio Corti, al quale difficilmente parteciperò in quanto non sono né uno studioso, né sinceramente ho intenzione di diventare un esperto del pensiero cortiano, vista la mia scarsa affinità non solo ideale quanto di sentimento con la sua opera.
Continuerò comunque a documentare il mio intervento con i brani de “il Cavallo Rosso” che più mi hanno colpito, con la speranza che da questo primo nostro contatto possa nascere una discussione e un confronto che sappia entrare nel merito delle ragioni, opinioni e punti di vista di ognuno. Nutro in ciò speranza perché non sono il solo a credere che il territorio in cui viviamo vada, in questi casi, sempre espresso al plurale – Brianze – cogliendo così la sua complessità ma soprattutto la sua ricchezza. E poi Brianze oltre ad essere plurale è un sostantivo femminile a ulteriore garanzia della possibilità di dialogo.
I miei più cordiali saluti

Umberto De Pace



Diego Colombo
October 15, 2010 3:37 PM

Gentile De Pace,
ho letto il suo commento al "Cavallo rosso", di cui apprezzo lo spirito critico e mai polemico. Lo condivido in buona parte, tanto che ci ritrovo molto di quanto scrissi (glielo mando di seguito) come promemoria per un'intervista al Cittadino dello scorso luglio, proprio in merito al Nobel a Corti.
Grazie dell'attenzione.
Un cordiale saluto.

Diego Colombo 
 
E' manicheo, integralista e fortemente ideologico. Insomma è un libro che ha in sé pregi e difetti del Novecento. Eppure “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti è un gran bel libro. Non solo per la ricostruzione delle guerra e della ritirata di Russia, con la descrizione delle sofferenze immani patite dai nostri soldati. E nemmeno per la capacità magistrale di rendere al meglio i gulag sovietici e l'ipocrisia del comunismo. Per questo, forse, bastavano Tolstoj e Solgenitzin. E allora? Dietro a quella facciata di cattolicesimo preconciliare (che porta l'autore a diffidare anche di Maritain e Mounier), io ci ho visto la Brianza della mia giovinezza. Sì, perché più che la disputa ideologica, la forza del libro sta nei suoi personaggi, veri nel modo di essere, di pensare e di affrontare la vita, così come ne ho conosciuti tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta.
“Il cavallo rosso” è un grande affresco della nostra terra, della sua cultura (non solo cattolica, forse, come vuole Corti) e del realismo con cui è solita affrontare l'esistenza. Sotto la visione di una moderna filosofia della storia cattolica (spesso sembra che anche il cristianesimo stia stretto a Corti), si muovono uomini e donne che hanno una visione chiara della vita. Sanno cosa fare, conoscono il loro ruolo nel mondo, hanno – con una parola un po' datata oggi – una missione, sono gli eredi consapevoli di una tradizione. Peccato che Corti veda questo – almeno in positivo – soltanto dalla parte dei cattolici. C'è anche negli altri, anche se non emerge abbastanza dal libro, che resta comunque un capolavoro: dalla descrizione della morte di Stefano sul fronte russo, alla prigionia di Michele, al ritorno a casa di Pierello, fino alla morte di Alma, con quella descrizione inconcepibile per la mentalità odierna dell'angelo custode che l'accompagna in paradiso, ma per nulla stonata nell'intreccio escatologico e salvifico di Corti. Anzi, quando fa il romanziere e si concentra sulla narrazione (la lingua) è più convincente di quando si lascia affascinare dal discorso ideologico e sociologico.
Nel libro appare interessante – almeno così mi sembra – anche l'accento che Corti pone sul modo in cui vivono la fede i tre personaggi principali del romanzo. Manno è l'entusiasmo di chi si sente pervaso da Dio e sa di avere una missione da compiere. La sua è una fede spontanea, senza mediazioni. Diversa è la fede di Michele, in cui l'adesione al mistero ha una forte connotazione razionale, quasi dialettica. Ma proprio per questo incapace di dubbi e incertezze. E, poi, c'è Ambrogio, coi suoi tentennamenti, gli smarrimenti di fronte ai momenti difficili ma anche con la sua capacità di riprendersi ogni volta. Ecco, Corti qui ammette la diversità, ma soltanto all'interno di un quadro di fede. E, infine, c'è – quanto mai centrale – il senso di responsabilità dei suoi personaggi: doveri verso se stessi e verso gli altri, disponibilità alla sofferenza e al sacrificio. Corti si lamenta che tutto questo è andato perduto. E' così? Sì, “Il cavallo rosso” è il libro di un'epoca che non c'è più, come non c'è più la Brianza già a partire dalla seconda metà degli anni Settanta (la parte meno bella del romanzo, sarà un caso?). Lo sa anche il suo autore che al termine del libro riporta una frase di Elliot: “Ecco, ora svaniscono. I volti e i luoghi, con quella parte di noi che, come poteva, li amava. Per rinnovarsi, trasfigurati, in un'altra trama”.
E non vale neanche aggrapparsi alla retorica del lavoro per salvare quello che non c'è più. Anche perché, forse, sta proprio lì la disfatta del mondo di Corti. Venuto meno il sentimento umano e religioso che legava quegli uomini, è rimasto soltanto il lavoro. Guardarsi indietro non serve. Per rinnovarsi – ha ragione Elliot-Corti – bisogna trasfigurarsi in una nuova trama. Quale sia, io non lo so.



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  1 ottobre 2010