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Prima guerra mondiale, Grande guerra, guerra totale
Anna Marini


Giovanni Sabbatucci    Giovanni Sabbatucci

Giovedì 19 febbraio al teatro Binario 7 a Monza, il professor Giovanni Sabbatucci, ordinario di Storia contemporanea all'università La Sapienza di Roma, in occasione del centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale, ha tenuto una conferenza sul tema Grande guerra, guerra totale. L'evento si colloca all'interno di una serie di iniziative dedicate al primo conflitto mondiale, organizzate da Novaluna con il Museo Etnologico di Monza e Brianza, dove è in corso una piccola mostra sull'argomento, l'ANPI e numerose altre associazioni, con il patrocinio di Prefettura, Provincia e Comune di Monza.
Dopo un breve intervento introduttivo del professor Paolo Ferro del liceo Zucchi di Monza, Sabbatucci ha illustrato gli aspetti innovativi che hanno caratterizzato questo conflitto, soffermandosi anche sulle trasformazioni che hanno interessato l'intera società e sulle conseguenze che ne sono risultate.

La Prima guerra mondiale viene considerata da tutti gli storici come l'evento che ha dato inizio al cosiddetto secolo breve: quel periodo che si è aperto appunto nel 1914 e si è concluso con il crollo dei regimi comunisti nell'Est Europa. Il conflitto mondiale, denominato anche Grande guerra, si è contraddistinto per il carattere estremamente distruttivo e per essersi rivelato come epocale: la società europea che ne ha celebrato la fine era completamente diversa da quella che ne aveva visto l'inizio, tanto che si può considerare quest'immane tragedia come uno spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. L'Europa è stata il principale teatro di una guerra devastante, che ha portato ad un numero elevatissimo di morti, eserciti di milioni di soldati, reclutati anche nelle diverse colonie, hanno combattuto senza tregua anche oltre i suoi confini, come, ad esempio, in Estremo Oriente, in Turchia, in Africa.

Non fu questa la prima guerra della storia combattuta in più continenti: a titolo d'esempio il professor Sabbatucci ha ricordato la guerra dei Sette anni, che fa da sfondo storico al romanzo L'ultimo dei Mohicani di J. Fenimore Cooper e alle sue versioni cinematografiche. Quell'evento vide le principali potenze europee Gran Bretagna, Francia, Austria e Impero russo scontrarsi tra il 1756 e il 1763 in Europa, nel Nord America, ma anche nei possedimenti coloniali dell'Africa e dell'India.

Ma questa guerra, a differenza di tutte le altre che l'avevano preceduta, fu combattuta da tutte le principali nazioni in tutti i continenti; provocò non meno di 8 – 9 milioni di morti nelle file degli eserciti coinvolti e molti milioni di vittime civili. Miseria e carestie derivanti dal conflitto provocarono infatti il diffondersi di malattie come la spagnola, che provocò un numero incalcolabile di vittime, qualcosa come 350.000 soltanto in Italia. Molti inoltre furono i feriti gravi e altrettanto numerosi i mutilati.

Secondo Sabbatucci, non fu per necessità storica che i sovrani condussero i loro popoli a questo terribile massacro; prima del 1914 l'Europa aveva conosciuto un periodo di pace durato quarant'anni. Ma la politica delle grandi potenze vuole che ci si imponga sulla scena politica e si diventi sempre più influenti, servendosi di ogni mezzo, compresa la guerra. Ecco che allora il conflitto venne configurandosi come una possibilità reale, uno strumento lecito, al quale occorreva prepararsi. Ma la guerra a cui pensavano gli strateghi europei era caratterizzata da tratti completamente diversi da quelli che poi assunse: quelle dei generali erano le strategie militari tipiche del secolo precedente, le sole che conoscessero. Nell'Ottocento un conflitto vedeva la partecipazione di due potenze in uno scontro campale, dal quale una delle due usciva vincitrice e l'altra sconfitta. La prima dettava le condizioni, maggiormente favorevoli per se stessa e più sfavorevoli per l'avversaria, attorno al tavolo a cui sedevano entrambe. Successivamente si proseguiva con il “concerto europeo”, esito delle decisioni prese al Congresso di Vienna che rappresentava l'equilibrio tra le potenze europee dalla fine delle guerre napoleoniche (1815) al congresso di Berlino, tenutosi nel 1878.

In ambito strategico-militare la Prima guerra mondiale segnò il passaggio da un sistema di alleanze mobili ad uno ad alleanze rigide, che vedeva scontrarsi non più due eserciti nemici, ma due blocchi contrapposti. Un esercito poteva perdere una battaglia ma questo non significava la sconfitta perché automaticamente sarebbero intervenuti gli alleati in suo favore: fu anche per questo motivo che il conflitto si estese a tutti i continenti. Nonostante fosse questa una guerra logorante, in cui gli eserciti avanzavano di pochi metri a costo di numerosissime vite umane, in un sacrificio assolutamente sproporzionato rispetto ai territori conquistati, si proseguiva negli scontri, perché c'era la convinzione che l'esito del conflitto avrebbe deciso della sorte della patria. Non era quindi possibile desistere dal combattere e considerare l'ipotesi di un armistizio.

La Grande guerra è stata la prima combattuta dopo l'avvento della rivoluzione industriale e tale fatto determinò da subito il carattere distruttivo del conflitto, proprio per l'enorme numero di vittime che il progresso tecnologico applicato agli armamenti riuscì a mietere in tempi brevissimi. Vennero introdotte infatti nuove armi, come l'artiglieria, le bombe a mano, gli aggressivi chimici; ma la vera innovazione fu rappresentata dalla mitragliatrice, che riusciva a sparare centinaia di colpi in un solo minuto. Da un'arma di tale potenza distruttrice ci si poteva difendere solo rifugiandosi sotto terra: la guerra divenne così di trincea, di posizione; avrebbe vinto non tanto chi fosse andato eroicamente all'assalto, ma chi avesse resistito un giorno in più a tale massacro.
Emerge quindi un aspetto contraddittorio: da un lato l'impiego di armi tecnologicamente nuove, dall'altro strategie militari ormai superate. "Armate ottocentesche, con trombe e cavalleria leggera, vanno al massacro contro le mitragliatrici..." scrive Paolo Rumiz sul libro che verrà a presentare, sempre al Binario 7, martedì 25 prossimo.

La prima guerra mondiale fu caratterizzata da una dimensione totale che coinvolse non solo gli eserciti al fronte, ma anche l'intera società e significative trasformazioni vennero apportate in campo economico, sociale e anche nella sfera privata della popolazione.
Secondo una recente stima il quantitativo di proiettili sparato in soli trentacinque minuti durante la battaglia della Somme eguagliò quello utilizzato nei tre anni della guerra anglo boera: questo enorme fabbisogno di armi portò sulla scena socio-economica due fenomeni assolutamente inediti. Il primo fu quello della mobilitazione industriale per coprire la domanda sempre maggiore di armamenti; il secondo fu quello dell'inflazione: grazie alla riconversione produttiva, alcune imprese riuscirono ad affermarsi sul mercato e a registrare una sensibile crescita; le spese dello stato crebbero e si rese necessario da una parte ricorrere ai prestiti degli alleati, dall'altro stampare carta moneta.

Anche il ruolo della donna fu interessato da un cambiamento radicale: quando tutti gli uomini si trovarono a combattere al fronte venne chiamata a ricoprire ruoli prettamente maschili nelle fabbriche e ad occuparsi nelle campagne del soddisfacimento delle necessità familiari. Si videro così donne alla guida di tram e svolgere incarichi che in precedenza erano di competenza degli uomini.
Anche lo stato si trovò ad operare interventi assolutamente innovativi: ne furono un esempio i calmieri e una prima forma di welfare, rappresentata dai sussidi alle vedove di guerra.

Al collasso dell'esercito tedesco anche la Grande guerra terminò e vide da una parte vincitori e dall'altra vinti. Tuttavia anche i primi si trovarono in una posizione estremamente critica, poiché scossi da tensioni sociali molto intense. Il recente episodio della rivoluzione russa incombeva come una minaccia sulle classi dominanti e sull'ordine politico divenuto sempre più fragile e precario: l'ascesa al potere delle masse popolari si configurava quindi come una possibilità tanto reale, quanto temuta. Tutte le potenze che avevano preso parte al conflitto, indipendentemente dall'esito, uscirono dalla guerra esauste, sia dal punto di vista morale, che demografico, che economico. In Gran Bretagna le spese di guerra risultarono essere in un anno cinque volte superiori a quelle registrate in tempo di pace. L'Italia uscì vincitrice dal conflitto, ma in diversi ambienti la vittoria venne salutata con freddezza e subito definita “mutilata”. Gli USA vantavano crediti verso tutte le nazioni e, al termine di una guerra combattuta al di fuori dal loro territorio, che li rendeva ancora più forti economicamente di prima, uscirono dalla scena europea. Le grandi potenze europee si illusero di poter esercitare ancora la loro supremazia, ma non disponevano più delle risorse necessarie per imporsi sulla scena politica come in passato. Nel grande vuoto di egemonia lasciato, nasceranno esperimenti autoritari e si prepareranno in seguito i presupposti per una seconda guerra mondiale, che avrà un esito catastrofico.

Se al termine del primo conflitto le principali potenze europee credevano ancora di poter esercitare la loro supremazia, con la fine della seconda guerra mondiale questo non sarà più possibile, poiché l'Europa non si troverà più al centro degli affari mondiali e avrà un assetto completamente nuovo, che segnerà la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, dalle connotazioni profondamente innovative.
La nuova Europa sarà costituita non più da potenze imperialiste, ma da stati democratici e sarà divisa dalla cortina di ferro in due blocchi contrastanti. Si avvierà quindi un processo di integrazione prima economica e successivamente politica, che porterà a decenni di assenza di conflitti (ad eccezione della penisola balcanica), un lungo periodo di pace di cui stiamo godendo tuttora.

Anna Marini

Teatro binario 7

Martedì 24 febbraio alle ore 21, sempre al Binario 7, Paolo Rumiz "Come cavalli che dormono in piedi" un libro sulla Grande guerra in Galizia dove combatterono Trentini e Triestini sudditi di Francesco Giuseppe.


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  23 febbraio 2015