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Il fiore del partigiano
Tania Marinoni e Franco Isman


Il fiore del partigiano

E le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
e diranno: o che bel fior!

È questo il fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao
bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà




E' così che invitano alla memoria dei martiri della Libertà le ultime strofe dell'inno, simbolo della lotta partigiana, ma anche di tutte le altre forme di resistenza. Nato come canto delle mondine, le giovani lavoratrici stagionali delle risaie, e poi divenuto celeberrimo in tutto il mondo, Bella ciao è oggi cantato in numerose lingue e paesi da tutti coloro che non accettano di chinare il capo davanti alle ingiustizie e alle sopraffazioni.

Il fiore del partigiano è l'iniziativa che dal 2009 ANPI e ANED organizzano il 25 aprile al Campo dei Martiri della Libertà al Cimitero di Monza perché la commemorazione della Liberazione non sia solo celebrazione, ma diventi partecipazione e momento corale nella condivisione dei valori sanciti con la Resistenza. I volti, i nomi dei giovani che accettarono di sacrificare la loro vita sulle montagne e le parole dei loro familiari testimoniano il loro coraggio sulle note di “Bella ciao”. La cittadinanza rende omaggio con un fiore ai combattenti che lottarono per la libertà del loro Paese nel Campo che custodisce la loro memoria, dove pulsa “il cuore del 25 aprile”, come sottolinea Milena Bracesco, vice presidente dell'ANED di Sesto San Giovanni e Monza.

Il fiore del partigiano Il fiore del partigiano Il fiore del partigiano
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Quest'anno si è voluto in particolare ricordare Edmondo Vicari, il più giovane partigiano monzese come ci racconta Rosella Stucchi, presidente dell'ANPI di Monza. A soli diciassette anni decide di combattere il fascismo verso cui nutre una profonda avversione. Edmondo proviene da una famiglia di modeste condizioni economiche e culturali e non ha una particolare preparazione politica. Ma in montagna si distingue per il valore, e il suo nome di battaglia “Volante” testimonia la sua grande solerzia. Lo conosciamo grazie alle parole di Elena Vicari, la madre, che durante gli anni Ottanta dipinse la figura del figlio nell'intervista condotta da Giovanna Meroni. Gli unici scritti che la donna riceve da Edmondo, due cartoline e un biglietto, riflettono la ferma convinzione per ciò che il giovane sta compiendo: riconquistare quella libertà sottratta all'Italia è per lui un dovere da compiere, guidato dall'esempio di Bracesco, Camisasca e Samiolo, suoi compagni, ma anche maestri, al campo volo della Breda. “Cari genitori non state a pensare male di me; sto compiendo il mio dovere; sono arrivato bene, sto bene e non ho bisogno di niente. Un augurio a papà per San Giuseppe” scriveva Edmondo Vicari alla famiglia. Coraggio e dedizione in un giovane di soli diciassette anni, che matura una solida convinzione politica e sociale, speranza e determinazione in una madre che si incammina alla ricerca del figlio, con poche e scarne informazioni, quando una sera il giovane non fa ritorno a casa. Nel marzo 1944 le montagne italiane sono teatro di aspri combattimenti tra fascisti e brigate partigiane: Edmondo tra quelle valli sta compiendo il suo dovere, i suoi genitori lo sanno, ma alla polizia fascista che alla porta di casa sua pretende di sapere dove si trovi il giovane, il padre non fornisce informazioni e finisce in carcere per reticenza.

La libertà conquistata a prezzo della vita e delle violenze subite richiede ancora oggi di essere difesa con altrettanta fermezza e dedizione: è quindi fondamentale promuovere la conoscenza del sacrificio compiuto da tanti giovani, in Italia ma anche in Europa, in particolare adesso, quando sentimenti di timore e di intolleranza stanno spostando pericolosamente a destra gran parte della communis opinio. Le parole di Giuseppe Valota, presidente ANED di Sesto San Giovanni, annunciano con fierezza il contributo offerto per la realizzazione di un archivio in Austria, che testimoni gli orrori compiuti nel Castello di Hartheim, uno dei sei adibiti all' Aktion T4, il programma di “eutanasia” nazionalsocialista. L'Associazione nazionale ex deportati ha fornito ai funzionari austriaci impegnati nel progetto dettagliate informazioni inerenti al monzese Enrico Bracesco, che tra le mura del Castello trovò la morte. “Siamo orgogliosi, così anche in Austria si conoscerà la sua figura”, commenta fiero Giuseppe Valota.

***
Ma il pomeriggio, allo stesso cimitero, i fascisti di “Lealtà Azione” e di “Memento” celebrano a loro modo il 25 aprile che per loro, apertamente nostalgici del duce e della Repubblica di Salò, è un giorno di lutto. Celebrano i loro morti, dicono, e per questo si recano al campo 62 che hanno adottato come campo dei caduti della RSI. Un'attribuzione fantasiosa perché il monumento che onorano è del console della Milizia e generale delle Camicie nere Aldo Tarabella, ardito della Grande guerra e pluridecorato ma deceduto negli anni Trenta, e lo stesso vale per tutte o quasi le poche persone ivi sepolte.

Entrano nel cimitero e in corteo, ma sarebbe più giusto dire in processione perché davanti a tutti cammina una ragazza che in un piatto d'argento porta come una reliquia una bandiera della Repubblica Sociale, raggiungono il monumento a Tarabella. Qui si schierano, fanno l'alzabandiera e salutano romanamente. Non sappiamo se gridano anche eia eia alalà.

fasci in processione eia eia
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foto dal sito FB di LealtÓ Azione - la foto di destra Ŕ del 25 aprile 2015

Quest'anno uno sparuto gruppo di iscritti all'ANPI ha fatto un presidio davanti all'area, quanto meno per documentare l'operato dei fascisti, ci sono state discussioni con le “avanguardie” che pulivano ed allestivano la zona mantenutesi su un livello certamente di contrasto ma sostanzialmente corretto.
Sono poi arrivati i dirigenti della polizia al massimo livello locale ed a loro è stato fatto presente che nel momento in cui i fascisti avessero esposto la bandiera della RSI, reato ai sensi delle leggi Scelba-Mancino, sarebbe stato chiesto loro formalmente di intervenire. “Se è un reato lo può decidere soltanto la magistratura” la risposta pressoché testuale.
Nessun intervento delle autorità, proibizione di scattare fotografie: il gruppetto dell'ANPI ha deciso di togliere il disturbo contentandosi di aver segnalato e contestato l'arroganza dei fascisti che non si peritano di esaltare il disciolto partito fascista addirittura nella sua forma più odiosa quando i militi repubblichini erano complici dei nazisti nel catturare gli ebrei (e gli oppositori politici del fascismo) ed inviarli nei carri della morte alle camere a gas di Auschwitz.

Tania Marinoni e Franco Isman


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  27.04.2016