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4 novembre:
cent'anni dalla fine della Grande guerra
La Marcia della Vittoria e gli orrori della guerra
Franco Isman e Tania Marinoni


Quasi 10 milioni di soldati morti, di cui 650.000 italiani, 21 milioni di mutilati e di feriti oltre a 6 milioni di civili morti perché coinvolti direttamente nelle operazioni belliche o per cause collaterali, in particolare la terribile “spagnola” (da Wikipedia).
Ma l'Italia, che all'ultimo momento si era schierata con l'Intesa contro l'Austria-Ungheria, ha vinto ed ha conquistato Trieste e Trento oltre al Sudtirolo, di lingua (e sentimenti) austriaci. Ed una vittoria si deve ben celebrare.

Nel 1919, il 4 novembre fu proclamato “Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate” e nel 1921, appunto in questo giorno, fu traslato a Roma e sepolto solennemente all'Altare della Patria il Milite Ignoto, scelto da una mamma fra i diecimila caduti sepolti a Redipuglia come ricordo ed omaggio a tutti i caduti ed in particolare a quelli di cui non esiste nemmeno una sepoltura identificabile
Nel 1922, poco dopo la Marcia su Roma, la festa cambiò il nome in Anniversario della Vittoria, assumendo quindi una denominazione caratterizzata da un forte richiamo alla potenza militare dell'Italia, mentre dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1949, il significato della festa è tornato quello originale, ridiventando la celebrazione delle forze armate italiane e del completamento dell'Unità d'Italia (Wikipedia).

Quest'anno, centenario della fine della guerra, a Monza e Brianza, oltre alle solite celebrazioni ufficiali, già di per sé molto retoriche e militaresche, è stata organizzata la “Marcia della Vittoria”, la marcia di otto colonne “militari” che avrebbero attraversato i comuni della Provincia nella giornata del 3 novembre e raggiunto piazza Trento e Trieste a Monza nella mattinata del 4 novembre. Una piccola marcia su Monza…
Di fatto sono arrivati alla meta soltanto sparuti gruppetti.

Per contro a Monza ed in numerose cittadine e paesi della Brianza sono stati organizzati spettacoli teatrali, molto partecipati dai cittadini, più sensibili nei paesi che nel capoluogo, che raccontano gli orrori di quella guerra, ed in generale di tutte le guerre, affinché non si ripetano mai più.

Palle girate
Uno spettacolo organizzato dal prefetto Giovanna Vilasi al teatro Manzoni a Monza.
Qui un brillante Michele D'andrea storico, specialista di araldica, ma questa volta nella sua veste di attore, anzi di mattatore, con un lungo monologo e l'ausilio di proiezioni racconta la guerra, la Grande guerra.
Inizia con… l'inizio: l'attentato di Sarajevo che ha scatenato il conflitto, con filmati d'epoca, interessanti anche se forse po' troppo lunghi.
Poi D'andrea racconta molto bene quanto la Grande guerra sia stata inumana e terribile, per tutti. Racconta dei soldati ungheresi sbattuti sul Carso, delle loro canzoni, tanto simili alle nostre, della paura di morire in una terra lontana, delle striscioline tricolori che sventolano sui cippi rimasti a ricordarli. Racconta appunto del Carso “uno strato di argilla sopra le pietre”, e le trincee dovevano essere fatta con muretti a secco, delle centinaia di migliaia di morti, delle mitragliatrici che fanno la loro comparsa in questa guerra, dei cavalleggeri di altri tempi che tentano la carica e vengono inesorabilmente falciati, dei cannoni di grosso calibro con proiettili alti quanto un uomo, ma se ne potevano sparare pochi al giorno perché il loro costo era pari a quello attuale di una Giulietta.
Dei gas asfissianti che fanno la loro prima comparsa proprio sul Carso, con 6500 fanti uccisi in pochi minuti, dello shell shock come dicono gli inglesi, gli scemi di guerra come impietosamente diciamo noi, per i traumatizzati dalle esplosioni.
Anedottica, ma divertente ed istruttiva, la spiegazione del titolo dello spettacolo “Palle girate”: alcuni soldati talvolta separavano dal bossolo il proiettile del fucile, il famoso modello 91, e lo reinserivano rovesciato. In questo modo la traiettoria del proiettile era meno lineare e la ferita che provocava molto più grave e spesso mortale. Ed anche l'espressione “rompere le scatole” ha origine da questa guerra: ai soldati, subito prima dell'assalto veniva impartito l'ordine di rompere le scatole delle munizioni e di approvvigionarsi. Ordine temuto e spesso foriero di tragiche conseguenze.
Estremamente interessante la parte dedicata al Milite ignoto, così interessante che merita una trattazione a sé stante…
Alla fine però non si tira alcuna conclusione dalle tragedie viste.


Che il Signor fermi la uère…
Al bellissimo auditorium del Collegio della Guastalla, organizzato dall'Associazione culturale S.Fruttuoso, si è esibito il coro Convivia Musica di Arcellasca, un coro femminile diretto dal maestro Marco Testori, per l'occasione integrato da sei uomini, pochi ma bravi.
Il titolo è una strofa del canto friulano “Ai preat” che rappresenta il filo conduttore di tutto lo spettacolo, ed è stato anche l'applauditissimo bis di chiusura (Ai preât la biele stele, ducj i sanz dal Paradîs. Che 'l Signôr fermi la uere e'l gnò ben torni in paîs).
Tiziano Corti, con la collaborazione di Giuditta Corti, prima di ogni canzone ne raccontava la genesi ed il contesto. Abbiamo così appreso la storia delle portatrici carniche che con le loro gerle trasportavano fino ad alta quota viveri, munizioni e, soprattutto si potrebbe dire, la posta ai soldati che lì combattevano.
Le canzoni raccontano il sogno, la dura realtà, fino alla tragedia e alla disperazione di una sposa trentina in “Sui monti Scarpazi” (Oh mio sposo eri andato soldato, per difendere l'imperator, ma la morte quassù hai trovato, e mai più non potrai ritornar. Maledeta la sia questa guera, che mi ha dato sì tanto dolor. ). Una vera requisitoria contro la guerra. (qui l'interpretazione del Coro della SAT)


Oltre il monte… oltre il fiume…
Domenica 4 novembre a Desio, replicato sabato 10 a Barzago, in un paese assolutamente deserto, ma erano già tutti nell' auditorium comunale…
Propone un'amara riflessione sull'eredità della prima guerra mondiale nella vita stravolta dei suoi reduci. Un soldato, prigioniero dopo la disfatta di Caporetto, ritorna a casa nel 1919. Ma la quotidianità postbellica è inquinata dagli incubi vissuti in guerra, dalle ossessioni che affollano la mente e non lasciano pace. Rivivono in lunghe analessi i ricordi dei commilitoni e, anche qui, delle portatrici carniche, che, sotto il fuoco nemico, trasportavano in pesanti gerle munizioni e rifornimenti. Attraverso le lettere scritte ai familiari e ai diari di guerra, lo spettatore assiste da vicino al dramma vissuto dai contadini, che, strappati ai loro campi, attendevano la morte in trincea; la paura, la fame, la sofferenza per le ferite e l'assenza di pratiche igieniche, il dolore per la perdita dei compagni, lo strazio per quelli feriti nei reiterati assalti e contrattacchi che rimanevano agonizzanti fra le trincee nemiche senza alcuna possibilità di essere soccorsi. E poi l'ottusità dei comandi: questo è stato il primo conflitto mondiale nella disperazione dei suoi protagonisti.
La performance diretta da Roberto Parma conduce una toccante analisi introspettiva dei soldati al fronte e dei reduci, coinvolgendo il pubblico in una corale partecipazione emotiva. Rappresentata a Desio domenica scorsa, e replicata a Barzago nella serata di sabato, sarà presentata nuovamente a Milano il 25 novembre.


Stupidorisiko-una geografia di guerra
È una geniale performance ideata da Patrizia Pasqui ed interpretata da Matteo Palazzo. E' andata in scena lunedì 5 novembre alla biblioteca di Verano, in un'iniziativa promossa dal Comune, che ha visto la preziosa collaborazione di Emergency.
Uno splendido Matteo Palazzo, armato della voce e di una prorompente presenza scenica, ha intonato sul palco il suo geniale monologo a favore della pace. Per una serata ha incantato il suo pubblico con un'accattivante disamina dei principali conflitti che hanno coinvolto l'Occidente nel secolo scorso. L'attore, con la sua grande versatilità interpretativa, vestiva i panni del fante che, in trincea, scriveva alla madre; subito dopo si irrigidiva nelle divise pulite dei generali, che hanno condotto le truppe al macello; pontificava con l'arroganza degli strateghi, che hanno voluto la più grande aberrazione del genere umano. Il suo corpo agile e la sua voce possente hanno dipinto l'aereo che annientò Hiroshima, l'incalzante esplodere delle bombe, le raffiche di mitra. Alle sue spalle, il tabellone di Risiko, al quale hanno giocato i più grandi dittatori del ventesimo secolo, quando condussero la meglio gioventù alla carneficina. Una generazione perduta, dicono gli inglesi. Ma le guerre oggi si combattono ancora e chi le osserva da vicino, nella sofferenza dei mutilati, nelle vittime, negli occhi di chi ha conosciuto in vita soltanto questa tragedia, è Emergency, attiva in diversi paesi con gli ospedali e la professionalità dei suoi medici. A rappresentarla, illustrandone le principali attività, è stata la testimonianza di Antonio Chiodo, coordinatore dell'Associazione a Monza e in Brianza.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…
Cerchiamo di non dimenticarcene.

Franco Isman e Tania Marinoni

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  14 novembre 2018