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Liliana Segre a Monza
Franco Isman


Organizzato da ANED e LIBERE democratiche, con la partecipazione dell'ANPI di Monza ed il patrocinio di Comune e Provincia, si è svolto stamattina l'incontro della senatrice Liliana Segre con i ragazzi delle scuole superiori di Monza e provincia che hanno riempito il teatro Manzoni.
Sullo sfondo, a caratteri cubitali, la scritta INDIFFERENZA, la stessa che la Segre ha voluto nel Memoriale della Shoah al binario 21. Indifferenza, che ha consentito che accadesse quanto è accaduto.


Sono ormai molti anni che Liliana Segre ha rotto il doloroso silenzio sulla tragedia della Shoah, lo sterminio di sei milioni di ebrei e di altrettanti fra prigionieri di guerra sovietici ed altri “diversi”: Rom, Sinti, omosessuali, minorati, oppositori politici. Da quando è diventata nonna, ci ha raccontato.

Ragazzina milanese, nel 1938 all'emanazione delle leggi razziali aveva otto anni e fu, di conseguenza, espulsa dalla scuola che frequentava: ma perché, perché, perché si domandava e chiedeva al padre (la mamma era morta quando lei era piccolissima). Perché era ebrea, ma nemmeno lo sapeva, e non riusciva a capire.
Dopo l'otto settembre il suo papà assieme a lei tentò la fuga in Svizzera, guidato dai contrabbandieri che ne avevano fatto un business, inumani come gli scafisti oggi con i migranti, osserva.
Ma aldilà del confine un graduato svizzero, tedesco di lingua e di sentimenti, li obbligò a ripassare il confine attraverso lo stesso buco nella rete che avevano usato per entrare. E lì c'erano i fascisti che li catturarono.
Qualche mese fa a Lugano un amministratore svizzero volle scusarsi di quel respingimento, dopo 75 anni, osserva Liliana (mi viene spontaneo chiamarla così) e probabilmente soltanto perché adesso sono senatrice.
E subito dopo il fermo, lo shock del carcere, prima a Varese, poi a Como, infine a San Vittore: le foto segnaletiche, il rilievo delle impronte digitali, il sequestro di tutti gli oggetti personali: a una ragazzina di 13 anni della piccola borghesia milanese.


E poi la deportazione, 605 persone, ma persone ormai soltanto per poco, prelevate dal raggio “dedicato” agli ebrei, passando attraverso un altro raggio in cui c'erano i prigionieri comuni, che mostrarono nei loro confronti solidarietà e compassione, l'ultima volta per tutti gli anni a venire. Poi i camion attraverso una Milano deserta fino ai sotterranei della Stazione centrale dove c'erano altri binari destinati un tempo al carico dei vagoni per il traporto della posta. E qui i carri bestiame dove vennero sospinti e caricati, una quarantina per vagone, da fascisti ed SS. E non erano più considerati persone ma stücke, pezzi, soltanto da contare. 605 "non persone", fra essi anche due anziani coniugi monzesi, Alessandro Colombo e Ilde Zamorani: ne tornarono soltanto 22, Liliana Segre fra questi. E nei sette giorni di viaggio, con quasi nulla da mangiare e niente da bere, iniziò il processo di disumanizzazione, con la promiscuità, l'impossibilità di lavarsi e la necessità di fare i propri bisogni in un secchio in un angolo del vagone.

Auschwitz la prima destinazione, e lì, buttati giù dal treno, la prima selezione: disabili, vecchi e bambini venivano immediatamente avviati alle camere a gas e quindi ai forni crematori, quelli che venivano considerati abili al lavoro erano separati uomini e donne, e Liliana non vedrà mai più il suo papà. E continuava il processo di disumanizzazione: le donne fatte spogliare completamente ed esposte al ludibrio dei soldati, ed il pudore allora era molto più sentito che ai nostri giorni. Sequestrati i vestiti, venivano assegnate le divise a righe di ruvido cotone, nell'inverno polacco, ed un paio di zoccoli.
Liliana ha raccontato della sua fortuna di essere stata assegnata ad una fabbrica di munizioni della Siemens, e quindi di lavorare al riparo dalle intemperie, delle amicizie che pur in quelle condizioni era riuscita a coltivare ma anche, nel silenzio sgomento dei ragazzi che ascoltavano, delle ulteriori selezioni, sempre sfilando nude davanti agli aguzzini, con il medico, talvolta il famigerato Mengele, che, con un cenno del capo, decideva la vita o la morte delle prigioniere. E l'attaccamento alla vita faceva addirittura scomparire la pietà per quelle avviate alla morte.

Poi, con l'avanzata dell'Armata rossa, lo sgombero del campo con la marcia della morte: settecento chilometri, passo dopo passo, scheletri che camminavano, e chi non ce la faceva e cadeva a terra veniva inesorabilmente ucciso. Liliana ce la fece e arrivò al campo di Malcow, ma, quando stava per arrivare l'Armata rossa, i nazisti fuggirono e Liliana racconta che il comandante del Campo, proprio vicino a lei, buttò la divisa e la sua pistola d'ordinanza e lei per un attimo ebbe la tentazione di raccogliere l'arma e di sparargli. Ma poi pensò che lei non era come loro e che non avrebbe mai potuto farlo.

Il commento più bello è stato il "grazie" lanciato da una ragazza dal fondo della sala.

Franco Isman


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  18 dicembre 2018