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Il mito di Frankenstein al Binario 7
Elio De Capitani è “la Creatura”
Tania Marinoni


Elio De Capitani

La diversità recepita come minaccia e il bisogno dell'uomo di essere accettato dagli altri sono tematiche di grande attualità. Eppure non rappresentano certo una novità nel panorama culturale europeo. Due secoli fa questi temi, uniti al dibattito sulla natura buona dell'uomo e sull'etica della scienza, animavano il più celebre dei romanzi gotici ottocenteschi, Frankenstein di Mary Shelley.

Al Binario 7 nelle serate di venerdì 22 e di sabato 23 febbraio, Elio De Capitani ha magistralmente declamato l'amaro monologo della Creatura, tra tutti gli esseri della terra, il più infelice. Frankenstein, il racconto del mostro è una straziante narrazione di solitudine e afflizione, è un mito immortale che ancora oggi deve essere tramandato.
Seduto ad una povera scrivania di legno, ricoperta da libri impregnati di polvere, il moderno Prometeo narra al suo Fattore, incontrato per caso, l'amara solitudine del suo animo ferito dalla cecità umana, che non seppe leggere al di là delle apparenze. La luce della luna, il calore del sole che lo assistettero nel suo disperato vagabondare per dirupi e pendii, furono i suoi primi compagni in questo viaggio intriso di interrogativi senza risposta.

«Chi sono io? Che cosa sono?»: le domande che da sempre si pongono nella mente umana, divengono, nella voce della Creatura, grido di dolore e disperazione. Un vuoto profondo e nero veglia le sue origini, nessuna voce di madre, nessuna presenza paterna sulla sua culla di creazione scientifica. Nessuna meta davanti a lui, nessun percorso da intraprendere, se non il girovagare tra le montagne, nella neve e sotto la pioggia imperversante sulla sua condizione di respinto. Nessun interlocutore nelle valli desolate e tra i fitti alberi delle foreste. Chi volle fabbricarlo, deforme e orribile nell'aspetto, lo respinse, abbandonandolo alla solitudine imposta da una comunità governata dal pregiudizio e dall'insensibile diffidenza. Chi lo incontrò sul proprio cammino, terrorizzato, lesse in lui solo la minaccia del diverso, il pericolo dell'alieno che deve essere, per questo, nemico. Persino la solidarietà, per essere manifestata, richiede di riconoscere nell'altro un proprio simile, e la Creatura, da tutti respinta come diversa, non la ricevette da chi invece avrebbe potuto essere comprensivo, grazie alla propria condizione di reietto.

La presenza scenica di De Capitani domina la dimensione della tragedia, grazie ad una recitazione carica di pathos e al suono che molto bene accompagna il ritmo narrativo. Protagonisti sono la voce dell'attore, così espressiva di sentimenti, e il gesto. Sullo sfondo, i disegni di Ferdinando Bruni delineano il paesaggio arido e impervio in cui trova rifugio inizialmente la solitudine e poi sfogo l'odio disperato della Creatura. Giochi di luce e di ombra scandiscono gli stati d'animo in chi narra la propria storia di speranza e di sconfinata delusione. Un'interpretazione dalla parte dell'escluso, di colui che la Legge sa riconoscere solo come autore di delitti e la Morale come un prodotto di malvagità e di orrore. L'antieroe diventa protagonista nella splendida voce di De Capitani e coinvolge lo spettatore fino a renderlo parte della tragedia rappresentata. Una storia scritta duecento anni fa che ha ancora molto da dire, soprattutto se magistralmente interpretata e riletta alla luce della contemporaneità.

Rapiti dall'interpretazione, ci si pone spontaneamente importanti quesiti. Dove alberga il vero mostro: in colui che per disgrazia si trova costretto a confrontarsi con la propria natura infausta, oppure nel pregiudizio? Dove risiedono i sentimenti di umanità: in coloro che crediamo depositari di valori, oppure in chi reputiamo inadatto ad ospitarli nel proprio cuore? La Creatura, avvolta nel suo dolore, rivolge parole disperate al suo Fattore, chiedendogli infine di fabbricargli una compagna che possa alleviargli la sofferenza della solitudine; ma invita anche il pubblico a riflettere. Sotto accusa è il dottor Frankenstein, che senza un velo di pietà diede vita ad un essere orribile nell'aspetto, destinato a ricevere, e quindi a procurare, solo sofferenza, ma anche un'intera comunità impreparata e incapace di preferire l'inclusione all'emarginazione.

Tania Marinoni

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  24 febbraio 2019