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Il paese che non c'è
Un intenso spettacolo al Binario 7
Tania Marinoni



Tra le montagne della Turchia e nel deserto iracheno incontriamo il paese che non c'è. È il triste canto dei Kurdi, del Popolo senza stato, che da cent'anni si leva inascoltato sui cieli del Medio Oriente. Il loro sogno di democrazia, mai tramontato e da sempre tradito, nutrito dalla resistenza di uomini e donne, è taciuto in Europa e percosso dalla violenza dei dominatori. Il paese che non c'è è il progetto teatrale di Gianluigi Gherzi e Fabrizio Saccomanno, realizzato con la preziosa collaborazione di UIKI onlus rete (Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia) e GUS (Gruppo Umana Solidarietà “G.Puletti” onlus). È una narrazione in divenire che, tra storia e cronaca, tenta di testimoniare, in una difficile riflessione, le vicende del popolo di nomadi e pastori destinato alla persecuzione. I Kurdi, minoranza senza terra come ha sancito il trattato di Losanna al termine della prima guerra mondiale, ostinato sogno di libertà e democrazia che tuttora resiste dopo un secolo di oppressione.

Nelle serate di venerdì 25 e sabato 26 ottobre il Teatro Binario 7 di Monza ha inscenato la perfomance animata da due intensi monologhi dal ritmo serrato e dalle immagini forti. Il paese che non c'è è un'esperienza intensa, che travolge lo spettatore, catapultandolo nelle vicende narrate in una sorta di incalzante presente. Non si ascolta questa storia, non si assiste ad uno spettacolo, ma si vive una realtà troppo cruda per essere fedelmente rappresentata. Solo alcuni capisaldi sono tracciati sulla grande lavagna che domina la scena: perimetri, località, date, appuntati con la polvere di gesso, provvisoria come i confini stabiliti dai trattati; come i confini per i quali troppi uomini sono morti. Chi narra queste vicende, sotto il cono di luce acceso nelle tenebre di un'umanità soffocata, sperimenta il limite di un vocabolario che all'improvviso diventa troppo povero e inefficace. “Come si può raccontare la fame, con quali parole è possibile descrivere quel silenzio?”

La vicenda curda viene affrontata attraverso i volti e la paura di un popolo in cammino, in un frenetico susseguirsi di fatti e di emozioni. Per l'Italia la storia del Popolo delle montagne ha inizio quella notte a Santa Maria di Leuca, quando il vento di scirocco fermava i pescatori, ma non il barcone carico di profughi. La questione curda è lo scolaro che sulle alture di Botan non capisce le parole del maestro pronunciate in turco, sono i soldati che danno alle fiamme interi villaggi, è il bosco che odora di ruggine. È la lunga marcia verso la speranza e la morte, intrapresa da uomini e donne, anziani e bambini. Il cammino che porterà al campo profughi di Makhmour è scandito passo dopo passo nella solitudine di tredicimila anime, in un silenzio che non sappiamo narrare.
Eppure anche qui i bambini prima di dormire attendono dalle madri la formula che concilia il sonno: “C'era una volta”. Ma il preludio onirico non è un dolce accompagnamento, bensì il rifugio che sostituisce la dimensione domestica, improvvisata dapprima tra le pareti di una grotta e poi da una buca protetta da coperte.
Alle porte del confine iracheno arriva la fame, una realtà che non si può descrivere, ma solo immaginare. Poi sopraggiunge il silenzio, dove trova la morte la Speranza. E ancora una volta è un silenzio che non si può raccontare.

Il campo profughi di Makhmour, un lembo di terra assegnato dall'Iraq all'ONU, diviene un laboratorio di democrazia: è il cuore del Confederalismo democratico. Un luogo in cui il nostro vocabolario non è più sufficiente a comprendere la realtà che i media restituiscono in una versione distorta e resa artificiale dalla messinscena occidentale. In un fazzoletto di arida terra, prende vita un modello di democrazia partecipativa, una società in cui l'etica si fonda sul rispetto, riconosciuto anche ai propri nemici. Ma noi, in Italia, nulla sapevamo della Casa delle donne, o della scuola aperta per sconfiggere l'analfabetismo. Non ci veniva detto che a Kobanê si percepisce il calore di un falò acceso in lontananza, o che è possibile condividere un canto attraverso l'eco. Bella ciao, in curdo, ha toni lirici e struggenti ed è intonato dalle giovani donne che imbracciano un  kalashnikov.

I Kurdi sono il popolo amico delle montagne, strano e fortunato perché custodisce il proprio passato. Popolo inviso a tutti, alla Turchia, come alla Siria, agli Usa come alla Russia. E tra il silenzio delle grandi potenze si delineano oggi in lontananza i prodromi di una pulizia etnica.
Al termine della Narrazione, la performance regala un brillante colpo di scena. Dai luoghi della Resistenza giungono sul palco gli aggiornamenti: a portarli è una telefonata condivisa tra gli interpreti- testimoni e chi vive in questi giorni l'evoluzione della vicenda curda.
La storia è realtà, è cronaca, è il tempo presente.

Tania Marinoni



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  1 novembre 2019