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La Grande guerra in Galizia
La storia degli italiani soldati nell'esercito austro-ungarico
Franco Isman

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, giornalista prima del Piccolo e attualmente di Repubblica, ce la racconta nel libro “Come cavalli che dormono in piedi” che ha presentato al Binario 7 a Monza nel ciclo dedicato appunto alla Prima guerra mondiale nel centenario dell'entrata in guerra dell'Italia; già perché l'inizio vero è del 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia dopo l'attentato di Sarajevo.

I triestini e i trentini, in gran parte di lingua italiana ma sudditi dell'Impero austro-ungarico, in maggioranza di sentimenti italiani i triestini, molto più integrati i trentini, hanno per lo più regolarmente servito nell'esercito di Francesco Giuseppe e sono stati inviati sul fronte orientale, in Galizia, contro i russi. Così Augusto De Gasperi, fratello di Alcide, classe 1893, che si è guadagnato addirittura la medaglia d'oro al valor militare, così Ferruccio nonno di Rumiz, classe 1897, così Umberto Isman, classe 1899, padre di chi scrive: centoventimila, un corpo d'armata, e venticinquemila sono rimasti lì “a guardare la luna” ci dice Rumiz.

Giovan Battista Stucchi e Umberto Isman
Giovan Battista Stucchi e Umberto Isman

E qui mi sia consentita una nota personale: mio padre, del 1899 appunto, diciottenne ufficialetto di prima nomina, combattè in Galizia. Mio suocero, il monzese Giovan Battista Stucchi, “ragazzo del '99”, anche lui sottotenente di diciott'anni era invece sul Piave. “Ma tu se avessi incontrato nonno Umberto non gli avresti mica sparato?!” chiese, o meglio affermò, uno dei miei figli bambini rivolto al nonno GiBi…

Ma di questo dopo la guerra non si doveva parlare, men che meno con l'ascesa al potere del fascismo: non esiste alcuna lapide, alcun ricordo dei caduti italiani in divisa austriaca, sono state addirittura fatte sparire le liste dei caduti messe a disposizione da Vienna.
Rumiz racconta che in un piccolo cimitero in val Rendena ha visto alcune tombe di caduti con nomi italiani senza l'indicazione della località dove erano morti. Ma che si trattasse di soldati dell'esercito austro-ungarico si capiva dalla data: nel 1914 l'Italia non era ancora in guerra.
Sul Pasubio negli anni Ottanta si raccoglievano ancora pietosamente i resti dei caduti che ghiacciai e morene restituivano, a Ypres, la città belga totalmente distrutta, con un milione di morti di cui trecentomila addirittura dissolti dalle bombe, ancora oggi ogni sera alle otto suona il silenzio, con centinaia di persone immobili per alcuni minuti. Ma questi morti invece non dovevano esistere.

Galizia, attualmente spartita fra Polonia e Ucraina. Un fronte di molte migliaia di chilometri che andava dal mare del Nord a Tannenberg, a Lublino, Rzeszow, Przemyœl, Leopoli e Èernivci, nelle piatte pianure a oriente dei monti Carpazi; una guerra di movimento con spostamenti del fronte addirittura di mille chilometri e decine di migliaia di soldati tagliati fuori dalle linee e fatti prigionieri.
Un fronte “cinque volte più lungo e cinquanta volte più largo di quello franco-belga per non parlare di quello italo-austriaco” scrive Rumiz.
“In soli cinque mesi, da agosto a dicembre del '14 la Galizia inghiotte due milioni di uomini, fra morti, feriti e prigionieri, nel solo settore austriaco… Armate ottocentesche, con trombe e cavalleria leggera, vanno al massacro contro le mitragliatrici…” racconta ancora Rumiz.

Un paio di anni fa Rumiz scrive alcuni articoli sul Piccolo, è sommerso da numerosissime testimonianze e decide che i tempi sono maturi per poterne parlare. Prima però di mettersi in viaggio va a chiedere il permesso ai morti di Redipuglia e poi visita anche l'attiguo cimitero austroungarico curato dalla efficientissima Schwarzes Creuz (Croce Nera) austriaca perché “alla notte dei morti manca una cosa. La più importante. Mancano i triestini, gli istriani e gli altri figli delle terre conquistate dall'Italia. Non i Battisti, i Filzi, gli Slataper o i Sauro celebrati con piazze, monumenti, strade, scuole e rifugi alpini. Non loro, gli arditi che hanno scelto di combattere col Tricolore: ma gli altri, cento volte più numerosi, coloro che, prima di essere ribattezzati “italianissimi”, sono stati “nemici”. I nostri vecchi andati in guerra “für Kaiser und Vaterland” sotto la bandiera giallo-nera.”
E' arrivato il momento almeno di parlarne.

Rumiz parte in treno per Vienna ma da Trieste non si va più da nessuna parte: “per fare cinquecento chilometri fino a Vienna mi ci vorranno tre biglietti, uno per Udine su un locale, uno per l'autobus Udine-Villaco della ?sterreichische Bundesbahnen e uno da Villaco a Wien-Meidling”, nove ore e mezza. Alla vigilia della Grande guerra c'erano dodici treni al giorno per Vienna, tutti diretti, e da Trieste si andava anche a Parigi, Praga, Berlino, Lubiana, Fiume, Spalato. Adesso non si va in nessun posto. “E noi lì, fortissimamente voluti dall'Italia solo per essere tagliati fuori dal mondo” commenta amaro Rumiz.

Vienna, Cracovia, Tarnów, Nowry ¯migród…

A Vienna Rumiz incontra Erwin Schreiber, triestino ma lì residente, che del ritrovamento dei luoghi ove sono sepolti i “nostri ragazzi” ha fatto una missione: “… quando in fondo a una foresta impenetrabile… intuisci quella trama inconfondibile di sporgenze squadrate, allora il tuo cuore sussulta e ti viene da piangere… Capisci? Entri nel loro patimento, li accarezzi, ci parli attraverso la terra, e quando accendi la tua candela sembra davvero che loro non abbiano aspettato che te.”
Incontra anche Otto Jaus super attivo “governatore” della Schwarzes Creuz (Croce Nera) che si occupa, autofinanziandosi, “di uno sterminato arcipelago di lapidi, croci e lumini che ricalca un po' il perimetro dell'ex Impero”. Migliaia di cimiteri di soldati della Prima e Seconda guerra mondiale. “L'Impero teneva memoria di ogni cosa, ci sono registri e registri con centinaia di migliaia di nomi… e se ha i nomi può risalire ai cimiteri. Il problema è che a Trieste e a Gorizia hanno perduto i nomi dei loro Caduti, e allora noi come possiamo aiutarvi?”.

Soldati russi
Soldati russi con trofei austroungarici. Fronte Galiziano, 1915 -dall'archivio della professoressa Marina Rossi.

E Rumiz comincia i suoi pellegrinaggi aiutato anche dalla triestina Marina Rossi, detta Marina la Russa, che ha dedicato anni a documentarsi su questo argomento.
Quattrocento sono i cimiteri austroungarici di Galizia, tutti curati dalla Schwarzes Creuz, e in molti di essi, oltre a trentini e triestini, ma anche sloveni e croati, come si riconosce dai nomi, Rumiz trova sepolti anche numerosi soldati russi: gli acerrimi nemici durante la terribile guerra riposano in pace nella martoriata Galizia.
E Rumiz parla con i morti e vuole passare da solo la notte nei cimiteri, sdraiato sulle tombe, e i morti gli raccontano la loro storia: “e io mi misi zitto fra le tombe disteso sulla pancia a orecchie tese per ascoltare il canto del Profondo; rimasi lì finché, disceso il buio, sentii brusio di zoccoli e di scarponi e un vociare sommesso dentro il bosco. Poi venne un canto, e tremai ascoltando, dietro un bordone corale profondo, queste parole di lutto e dolor”:

Canto dei trentini caduti
ispirato dal diario di Antonio Rattin detto “Picci”,
Landesshütze di Ronco di Canal San Bovo


“Ubriachi partimmo, e con gran pena
Increduli dai masi del Primiero, la Patria ci strappava alle montagne e ci mandava in Galizia a morir. Passammo in quattrocento il Passo Rolle, stanchi sfiniti arrivammo a Bolzano…” e via così per tre pagine, 67 righe.
Come ci racconta l'autore più avanti, altre erano state le ispirazioni e le storie, dei triestini e non dei trentini, ma tutti i suoi preziosi appunti gli sono stati rubati sul freccia rossa Roma Napoli, poi fortunatamente in una visita sull'altopiano di Asiago è stato sommerso dai racconti dei nonni di quelle parti, soldati di Cecco Bebbe, e di qui questo canto.
E in un altro cimitero, dove i nomi dei morti erano scritti “su targhette ovali in maiolica, assolutamente identiche a quelle che da cent'anni sono affisse sulle case di Trieste” (e di Vienna), Rumiz recita per i nonni caduti la “Litania per i Caduti triestini sui Carpazi”.

Rumiz continua il suo pellegrinaggio e ovunque trova tombe di soldati provenienti da Trieste e da Trento e ogni volta che può accende dei lumini.
Una seconda parte del libro si riferisce alla situazione attuale dell'Ucraina, che ha le sue radici in quanto accaduto nella Grande guerra. Il viaggio si conclude dove era iniziato, a Redipuglia dove non è nemmeno permesso accendere un lumino o portare un fiore.

Franco Isman


Filmato messo on line dai kaiserjäger trentini


copertina
Come cavalli che dormono in piedi - Paolo Rumiz
Narratori-Feltrinelli, 2014
pagine 265, 18,00
ISBN 978-88-07-03104-5
Davvero "strana" la copertina di cui si scrive: "la tecnologia digitale ci ha consentito di realizzare ideale incrocio tra fronte occidentale e fronte orientale: un soldato francese... con un gufo reale porta il berretto austroungarico del nonno dell'autore che compare a pagina 8."

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  6 marzo 2015