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Sul ring e nella vita
il Campione è leggenda
Tania Marinoni



Quell'eleganza che accompagnava i suoi fendenti sul ring e quella determinazione nel combattere le ingiustizie facevano del più grande campione di boxe di tutti i tempi un'icona dei diritti umani e dell'uguaglianza. Muhammad Ali nasce come Cassius Clay in un'America sensibile al diabolico mito della razza, in un paese in cui la pelle nera rappresenta una disgrazia, un limite, una colpa, il marchio che sui bus impedisce ai neri di sedersi accanto ai bianchi. Il pugilato diviene presto la sua grande passione, il suo talento. A dodici anni inizia a tirare per volere del caso, o forse, della sorte: mentre si lancia alla ricerca della sua bici rubata, irrompe involontariamente in una palestra e lì ha inizio una escalation di trionfi. A diciott'anni è al vertice nella classifica ai Giochi di Roma: in quell'olimpiade indimenticabile, che ha coronato d'oro il primo atleta africano, la manifestazione in cui i piedi scalzi di Abebe Bikila tagliano il traguardo per primo nella maratona. In quella notte di settembre Cassius Clay diviene leggenda.

Ma il campione olimpico diverrà presto un simbolo nella lotta contro quella pratica vergognosa di restrizione dei diritti civili che è la segregazione razziale. Contro l'intollerabile e forte divisione gerarchica articolata su base razziale preferisce al pacifismo di Martin Luther King l'attivismo di Malcom X. E' lui la sua guida, registrato all'anagrafe come Malcom Little, ma che rifiutò il cognome perché ricordava il legame di sudditanza della sua famiglia d'origine al padrone, durante gli anni bui della schiavitù. Così Cassius Clay si converte all'islam e diviene Mohammad Ali, in onore al fondatore dell'associazione cui aderisce, la Nation of Islam.

Gli USA nel 1967 lo destinano combattere in Vietnam, contro un popolo che, come ricorda egli stesso, non solo gli fece mai alcunché di male, ma non ebbe mai nemmeno a discriminarlo per le sue origini e caratteristiche somatiche. Viene chiamato a servire un paese che invece lo discrimina assieme a tutti gli altri afroamericani per il colore della pelle. A quella guerra assurda Alì non vuol partecipare, perché i suoi nemici sono “in casa”, sono gli uomini bianchi e non i Vietcong. Provocatore, controverso, Ali è combattivo nella vita, nell'affermare le sue convinzioni, come sul ring, dove dimostra sempre coraggio e grande abilità. Pacifista, rifiuta quindi di arruolarsi e l'America classista non gliela perdona, revocandogli il titolo di campione. Negli anni d'oro della sua carriera, Muhammad Ali viene, per la sua scelta orgogliosa e coraggiosa, allontanato forzatamente dalla professione e condannato, da una giuria di soli bianchi, a cinque anni di reclusione. Ma in seguito torna, per combattere, per vincere.

Nel 1996, alle olimpiadi di Atlanta, la fiaccola dei Giochi balugina nelle sue mani, colpite dal Parkinson. E' l'ultimo tedoforo, e davanti al braciere, il mondo intero si commuove. In quell'occasione gli viene riconsegnata la medaglia d'oro vinta a Roma nel 1960, quel distintivo che, al termine della gara, Ali aveva gettato nel fiume, come gesto di protesta contro la discriminazione razziale nel suo paese.
Entra nel mito, oggi, Cassius Clay, per tutti Muhammad Ali, campione indiscusso di pesi massimi, simbolo della lotta in favore dell'uguaglianza, fedele del vero Islam, di quella religione che difende con rigore la vita umana in ogni sua declinazione.

Tania Marinoni

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  05.06.2016