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Addio a Zygmunt Bauman
Tania Marinoni


Muore all'età di 91 anni Zygmunt Bauman, il pensatore ebreo polacco, che ha interrogato a lungo la società successiva al crollo delle grandi Narrazioni lyotardiane; il filosofo che ha indagato le problematiche complesse del nostro tempo, leggendo nella solitudine dell'uomo contemporaneo la patologia insorta nel nuovo ordine socio politico globale. L'analisi di Bauman si concentra sui maggiori fenomeni che hanno caratterizzato l'Europa degli ultimi decenni: dal dilagare di nuove forme di comunicazione e di aggregazione alle patologie sociali tipiche del mondo post moderno.

Con la post modernità la società abbandona quelle che Jean-François Lyotard definiva i grandi “racconti per adulti” e che legittimavano ad operare in termini di progresso e di emancipazione, organizzando l'essere umano nel corpo dello Stato. Nell'era contemporanea vengono a mancare i principi ordinatori all'interno dei quali l'uomo si percepiva parte di un tutto e si sentiva chiamato ad agire coralmente. Fenomeni come la globalizzazione e l'esternalizzazione delle attività produttive, tipiche dei tempi attuali, hanno soppiantato l'etica del lavoro con la logica del consumo edonistico, creando un'inedita e disumana forma di povertà.

Il disoccupato oggi non vive più, come in passato, una condizione temporanea di disagio occupazionale, ma una situazione permanente di esclusione dalla macchina societaria perché non più in grado di permettersi adeguati livelli di consumo. Egli diviene quindi il soggetto da emarginare, perché percepito come un carico gravante sulla società, al pari di un parassita di cui doversi necessariamente sbarazzare. Da qui nasce la solitudine post moderna, da un mondo privo di valori e segnato dalla precarizzazione di un lavoro sempre più smaterializzato, che fa dell'essere umano, da sempre animale sociale, un perfetto individuo. Eppure Bauman coglie in questa realtà contemporanea un elemento positivo per quanto riguarda l'impianto relazionale degli individui; il filosofo riesce a definire questa attuale condizione, seppur dolorosa, “feconda”, perché ha orientato lo sviluppo tecnologico alla creazione di nuove forme aggregative: alla rete impostata sui social network. Ma la risposta che sembra offrire questa società “liquida”, questa struttura dai legami deboli, è l'indignazione degna dei più pericolosi populismi, che sanno demolire senza ricostruire. E proprio in questa direzione si rivolge il popolo indignato che ben conosce cosa non vuole, ma non sa invece cosa desidera. (vedasi Stato di crisi).

Il nome di Zygmunt Bauman è legato anche all'analisi e alla ricerca di un altro fenomeno complesso e spesso affrontato dai sociologi con troppa superficialità: lo sterminio nazista. Il filosofo si concentra, in “Modernità e olocausto”, su una tematica estremamente dolorosa per il genere umano, su un argomento sempre trattato secondo i canoni interpretativi semplicistici che preferiscono imputare le tragedie della storia a cause isolate e assolutamente patologiche, piuttosto che considerarle come il frutto della società entro cui il fenomeno si è sviluppato. Zygmunt Bauman, ebreo d'origine, scampato allo sterminio nazista perché fuggito nel 1939 assieme alla famiglia dalla sua Polonia verso la Russia, vede nella Shoah non un incidente di percorso, non un episodio unico ed irripetibile, ma una possibile conseguenza del moderno mondo occidentale, del quale l'Olocausto rappresenta il fallimento. Lo sterminio raccoglie l'eredità di un pensiero cristiano patologico, sviluppato nei secoli dai dottori della Chiesa e alimentato dalla communis opinio che considerava gli ebrei il popolo deicida, che vaga senza patria: elementi distintivi inconcepibili e intollerabili per la Germania nazista, fondata sul mito della razza e della patria.

Ma la Shoah, benché nutrita da un odio secolare, ha mietuto più vittime di tutti gli altri genocidi perché è stata attuata attraverso un'operazione organizzata scientificamente ed impeccabile, secondo la razionalità e la burocrazia tipiche dell'età moderna: negando agli ebrei la dignità di esseri umani, li ha resi numeri, cifre, da poter deportare con assoluta indifferenza. “La rivoluzione nazista fu un esercizio di ingegneria sociale su scala gigantesca”. Le SS non erano quindi soggetti patologici ma, come insegna Hannah Arendt, persone “normali” che il sistema aveva efficacemente privato della morale e reso servitori di un ordine indiscutibile.

Riletta in quest'ottica la Shoah mostra tutta la sua più terribile essenza: appare come una tragedia compiuta con strumenti ancora vigenti e, quindi, tuttora ripetibile.

Tania Marinoni

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  11 gfennaio 2017