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RIFLESSIONI
Democrazia
Umberto Puccio


Probabilmente non esiste parola più usata, abusata, studiata, classificata di DEMOCRAZIA (e del corrispondente aggettivo qualificativo DEMOCRATICO). Forse possono contenderle il primato altre due parole: POPOLO (e POPOLARE) e LIBERTA' (e LIBERO).
Il rapporto tra questi tre termini,  usati ora come sostantivo ora come aggettivo uno dell'altro (esempio: democrazia popolare/popolo democratico, ecc.) origina molte combinazioni che dicono e non dicono, perché risentono dell'ambiguità plurisemantica di una loro definizione. Una cosa si può affermare:  il termine "democrazia", al pari di "popolo" e "libertà", ha un contenuto assiologico POSITIVO.

Si pone però la questione di cosa in loro nome viene giustificato.
Partiamo da "democrazia", lasciando agli esperti di filosofia e dottrine politiche le infinite distinzioni e declinazioni del termine (democrazia antica e moderna; democrazia formale e sostanziale; democrazia diretta e indiretta; democrazia rappresentativa e democrazia assembleare; democrazia popolare e democrazia borghese... sino agli ultimi neologismi "democrazia decidente" e "democratura").

Ieri il premier spagnolo Rajoy ha detto di voler "ristabilire la democrazia" in Catalogna. Ha dalla sua la forza della democrazia in quanto forma definita "legalmente" dalla Costituzione spagnola. Si trova però a dover affrontare il problema del rapporto conflittuale tra la forma dello Stato spagnolo e il principio di autodeterminazione dei popoli nella sua espressione estrema e radicale di richiesta e proclamazione di indipendenza; nonché il problema ancor più delicato di imporre con il potere coercitivo dello Stato spagnolo il ristabilimento della "legalità democratica" ad una popolazione (o a parte di essa, più o meno maggioritaria) che non riconosce più tale potere.

Non serve stabilire chi ha ragione o torto: in realtà hanno torto entrambi, sia il premier spagnolo, sia il governatore catalano. O meglio entrambi sono vittime di un' aporia della democrazia: le forme di democrazia sinora "realizzate" non hanno configurato in maniera soddisfacente il trasferimento del potere dal singolo cittadino allo Stato, senza che esso, man mano che si sale nella piramide decisionale, scompaia. Le elezioni, a cui si riduce la "forma" della democrazia, non garantiscono infatti il "riappropriarsi" di tale potere. Specie nel caso in cui i meccanismi della rappresentanza girano a vuoto o sono in vari modi bypassati.

La Catalognastory rischia di finire in farsa: ma non è così e non ci si può limitare a prendersela con la scarsa "eroicità" (per non dire pusillanimità") di Puigdemont. Viene infatti al pettine il nodo della insufficienza e incapacità degli Stati nazionali UNITARI a rispondere in maniera costruttiva e non meramente repressiva alle istanze e alle spinte localistiche e centrifughe liberate dalla mondializzazione dei processi e dei poteri economici e finanziari a cui non corrisponde, come regolatore e limitatore, analogo processo e potere politico-istituzionale.
Insomma, la "democraticità" di uno Stato non si esaurisce nella democraticità del "Governo del popolo, con il popolo, per il popolo"(formula in sé non priva di ambiguità e di gravi limiti), ma dipende in egual misura (e oggi forse in misura prevalente) dalla FORMA ISTITUZIONALE dello Stato stesso e dal suo rapporto con altre, più "piccole" e più "grandi", forme istituzionali diverse dallo Stato-Nazione.
In quest' ottica, mi sembra grave la responsabilità del PSOE che non ha voluto (o potuto) portare avanti la sua proposta di modifica in senso FEDERALISTICO della Costituzione Spagnola e si è allineato (forse per calcolo politico-elettorale) alle posizioni "nazionalistiche" di Rajoy e della parte più conservatrice della società spagnola. Se avesse avuto successo tale proposta, si sarebbe potuto verificare (e smontare!) l'inconsistenza dell' indipendentismo catalano e dei suoi sostenitori: che invece ora o sono sbeffeggiati, o "eroicizzati" come vittime di una repressione "antidemocratica"e di un rigurgito di Franchismo.
Il termine "democratico" sembra aver perduto un contenuto preciso (anche se "partigiano" e dipendente dalle varie "identità" politiche) e definito: si è "liquefatto" e connotato in una sottrazione totale di qualsiasi identità: si è ridotto ad una pura e semplice tautologia. Esemplare è la vicenda del PD italiano: che è nato come NON socialista e NON "di sinistra".
"Democratico" si pùò definire in rapporto alla FORMA (cioè, alle elezioni in cui ciascun voto dovrebbe valer uno e "governa" chi ha la maggioranza)? Anche questa definizione è insufficiente: alla forma non corrisponde la sostanza (i "voti" non sono uguali, le "maggioranze" sono "manipolate").
E qui si pone il problema del rapporto tra FORMA e SOSTANZA della democrazia; tra MAGGIORANZA e MINORANZA; tra Costituzione FORMALE e la cosiddetta "Costituzione MATERIALE". La distinzione "classica" dei tre poteri (legislativo-esecutivo-giudiziario) è ancora valida e "effettiva"? E il POTERE POLITICO può regolare e limitare il POTERE ECONOMICO-FINANZIARIO ed essere, nelle persone che lo detengono, separato e autonomo? 

Umberto Puccio


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  4 novembre 2017