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Dolore e rabbia: la disfatta afghana
Umberto De Pace
E' difficile esprimersi su quanto sta accadendo in questi giorni in Afghanistan, troppo è il dolore di fronte all'ennesimo capitolo di una tragedia non annunciata, è importante soppesare attentamente le parole, quanto studiata, preparata con cura e organizzata da tempo. Che sia un capitolo fra i tanti di più di quarant'anni di guerra praticamente ininterrotta, non dispensa nessuno dalle proprie responsabilità, piuttosto le aggrava. Ha un qualcosa di grottesco l'ipocrisia con la quale i Paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti, fra i quali l'Italia, hanno chiuso la guerra contro il terrorismo in terra afghana. La loro guerra. La stessa spudorata ipocrisia con la quale la iniziarono nel lontano 2001. Come non provare rabbia nell'ascoltare le parole dei responsabili politici di tale avventura, compreso il nostro ministro della difesa che nel giugno di quest'anno dichiarava da Herat: Non vogliamo che l'Afghanistan torni ad essere un luogo sicuro per i terroristi. Vogliamo continuare a rafforzare questo Paese dando anche continuità all'addestramento delle forze di sicurezza afghane per non disperdere i risultati ottenuti in questi 20 anni, aggiungendo di essere consapevole della complessità della situazione. Complessità, risultati? Mentre sto scrivendo Herat viene conquistata dai talebani, decimo capoluogo conquistato in una settimana. Il giorno dopo il ritiro dell'ultimo soldato italiano da Herat il ministro della difesa Lorenzo Guerini dichiarava: "Un momento toccante e straordinario con la chiusura di un capitolo significativo della nostra storia. Terminano 20 anni di sforzo nazionale che hanno visto la dedizione e lo spirito di sacrificio dei nostri oltre 50.000 uomini e donne in divisa che si sono avvicendati in questi lunghi anni e voglio ricordare con gratitudine i 723 feriti e con profonda commozione le 53 vittime italiane che hanno perso la vita al servizio della Repubblica e per portare stabilizzazione e pace in Afghanistan".
Era il 30 giugno di quest'anno, la controffensiva talebana era iniziata già dal mese precedente con l'inizio del ritiro delle truppe statunitensi, e ad oggi vede sotto il controllo degli studenti delle scuole coraniche circa tre quarti del paese. Capitolo significativo della nostra storia, portare stabilizzazione e pace? Profughi, morti, distruzione è quello che sta continuando ad accadere in quel paese. Certo, oggi con la partenza delle truppe straniere, in modo ancora più efferato e diffuso. A ciò si aggiunge la resa dei conti con omicidi mirati dei collaboratori (interpreti, autisti, personale di assistenza etc.) delle forze occidentali, i cui programmi di evacuazione per queste persone e le loro famiglie si dimostra, in questi giorni di terrore, lento e insufficiente. Dolore e rabbia, pur nella consapevolezza che non poteva finire diversamente, date le premesse. A partire dall'improvvida e sconsiderata guerra al terrore lanciata dagli Stati Uniti nel 2001 in Afghanistan a seguito dell'attentato alle Torri Gemelle, proseguita sulla base di falsità, bugie e macroscopici errori in Iraq a partire dal 2003, per poi proseguire, nel 2011 in Libia e nel 2014 in Siria, malamente come era partita. Oggi in Afghanistan oltre al massacro e all'esodo delle sue genti, oramai perenne, si aggiunge l'influenza sempre maggiore di Russia, Cina, Turchia in quello che viene definito il grande gioco dell'Asia centrale.
Quella delle forze occidentali in Afghanistan è una disfatta su tutti i fronti e non poteva essere altrimenti. Occorre avere il coraggio di riconoscerlo quale premessa per un cambio radicale di rotta nei confronti di quel paese, ma non solo. Occorre una chiara e condivisa strategia politica fino ad oggi mancante, che abbia al centro il destino dei suoi abitanti e non solo i propri interessi politici contingenti. Dolore e rabbia che si accentuano se pensiamo che proprio in questi giorni i ministri degli esteri di alcuni paesi europei hanno chiesto alla Commissione UE di continuare con i rimpatri volontari e non dei migranti afghani irregolari, presenti sul territorio europeo. Senza alcun senso, nemmeno quello del ridicolo, i ministri sottolineano: l'importanza di rimpatriare chi non ha reali esigenze di protezione aggiungendo che fermare i rimpatri invia un segnale sbagliato ed è probabile che motiverà ancor più i cittadini afghani a lasciare casa per dirigersi in UE. Una politica grottesca e surreale per nulla attenuata dal ripensamento di alcuni di quei ministri che chiedono oggi una sospensione momentanea dei rimpatri poc'anzi auspicati. E' inevitabile che pagheremo prima o poi il conto di questa malapolitica, vale ciò per l'ambiente e la natura, lo tocchiamo con mano in questi giorni, gioco forza vale anche per l'umanità intera alle prese con integralismi sempre più virulenti, non solo islamici, con migrazioni sempre più estese e disperate, con milioni di profughi che fuggono da guerre e carestie, con povertà e ineguaglianze sempre più estese, con guerre diffuse alimentate da un abnorme mercato delle armi. Partire dal riconoscimento della realtà che ci circonda è un primo passo essenziale, per questo non possiamo esimerci dal riconoscere che in Afghanistan abbiamo sbagliato tutto, e da lì ricominciare. Lo dobbiamo alle vittime, tutte, compresi i nostri soldati morti sul campo, lo dobbiamo ai profughi, ai migranti. Lo dobbiamo a noi stessi. Umberto De Pace Condividi su Facebook Segnala su Twitter EVENTUALI COMMENTI lettere@arengario.net Commenti anonimi non saranno pubblicati
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