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Jan Palach
A trent'anni dal suicidio

Simone Bertuzzi
22 maggio 2003 17:39


In questi giorni si è lungamente parlato di censura, credo che sarebbe interessante vedere come "Jan Palach", ricordato anche nella mail di Matteo Vergani a proposito di manifestazioni di estrema destra, reagì alla censura nel suo paese.
Il pezzo è firmato da Rudi Ghedini che è direttore ed editorialista di "Zero in condotta" giornale di sinistra dell' area bolognese.
Il link riportato poi è quello di "Sinistra giovanile Bernalda circolo 'Jan Palach'".

Simone Bertuzzi



Il monumento a Jan Palach a Praga
Il monumento a Jan Palach a Praga
Ogni dieci anni ci si ricorda di Jan Palach. E' la truffa degli anniversari, delle commemorazioni, è l'occasione per rifare i conti col passato facendolo aderire, se possibile, alle convenienze del presente.

Jan Palach era uno studente di Praga che trent'anni fa si diede fuoco in piazza San Venceslao. Morì dopo 3 giorni di agonia. Aveva 21 anni. Da cinque mesi, le truppe del Patto di Varsavia occupavano la Cecoslovacchia, il paese della Primavera di Praga.

Cosa fosse vissuta quella Primavera, lo ha scritto Milan Kundera nell'Insostenibile leggerezza dell'essere: una "vertigine" umana e politica, un soffio di libertà, la sensazione di ebbrezza derivata da grandi cambiamenti politici - il comunismo dal volto umano - che coinvolgevano tanti giovani. Senza quella vertigine non si può spiegare il senso del gesto di Jan Palach, la disperazione sua e di tanti altri, l'invincibile spinta a
diventare simbolo.

Dieci anni fa, mi è capitato di intervenire nel Consiglio comunale di Bologna per ricordare Jan Palach. Dieci anni fa c'era ancora il Muro di Berlino. A Praga erano state arrestate centinaia di persone, colpevoli solo di portare fiori su una tomba. A Bologna, invece, poche settimane prima,
Aleksandr Dubcek aveva ricevuto la cittadinanza onoraria. Ero stato alla biblioteca dell'Archiginnasio per leggere i giornali dell'epoca.

Jan Palach si diede fuoco alle ore 15 del 16 gennaio. Lasciò una lettera, un breve testamento politico, l'annuncio di un'intenzione: "il nostro gruppo è formato da volontari che sono decisi a farsi bruciare vivi per la nostra causa. Io ho avuto l'onore di essere estratto a sorte per primo". Infatti
diede il via a una tragica staffetta: altri 17 giovani cercarono il suicidio nelle giornate successive, almeno altri 2 morirono (una studentessa e un giovane operaio), ma lo squarcio di verità venne rapidamente chiuso dalla censura del regime.

Tutti i giornali italiani furono molto reticenti. Per tre giorni, l'Unità mantenne la notizia fra le righe, fuori dal titolo; solo il 24 gennaio, giorno dei funerali, concesse la prima pagina. La ragione stava forse nell'opportunismo politico di chi sperava ancora in una mediazione pacifica fra gli invasori e il gruppo dirigente del Partito Comunista Cecoslovacco.
E' il caso di ricordare che Aleksandr Dubcek era ancora il Primo Segretario del Partito, e fu rimosso dall'incarico solo in aprile.

Anche la biografia di Jan Palach offriva qualche sorpresa. Aveva studiato per sei mesi in Unione Sovietica, intendeva laurearsi in filosofia con una tesi su Marx e la Terza Internazionale. Il gruppo politico clandestino di cui faceva parte non era "anticomunista", non chiedeva nemmeno il ritiro
delle truppe del Patto di Varsavia. Chiedeva la fine della censura sulla stampa e il divieto di pubblicazione per il giornale dell'esercito occupante. Anche per questo, quel suicidio è divenuto il simbolo di un popolo umiliato, eppure capace di non rassegnarsi. Il carattere della Resistenza fu a volte segnato dalla disperazione, più spesso ironico, tramite forme di lotta nonviolente come lo sciopero della fame e tattiche di guerriglia pacifica: qualcuno ricorderà le immagini dei cartelli segnaletici che venivano tolti dalle strade, per confondere i carri armati.

Praga fu lasciata sola, come scrisse il manifesto. La Primavera di Praga fu soffocata dai residui stalinisti che dominavano quella metà del mondo, mentre i capi dell'altra metà (la nostra) soffocavano i fermenti libertari nella loro sfera d'influenza, fosse l'Africa o il Sudamerica, o il Vietnam.
Anche i monaci buddisti, dalle parti di Saigon, si davano fuoco.

Dieci anni fa, a conclusione di quell'intervento in Consiglio comunale, rilanciai la proposta, già avanzata da molti, di ricordare Jan Palaci dedicandogli un luogo nella nostra città. Non se ne è fatto niente. In compenso, fra i nostri cittadini onorari, fu poi ammesso un certo Boris Eltsin.

Rudi Ghedini