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25 luglio 1943
La caduta del regime fascista
il 25 luglio 2013 alla Sala Maddalena a Monza
Giacomo Correale


I miei non sono i ricordi di un combattente per la libertà. E' la memoria di un ragazzino di 13 anni,  di una comune famiglia borghese di Roma. Ma credo che possa far capire come la dittatura distrugga, anzi soffochi sul nascere il senso della libertà e della democrazia, e come sia lungo il riconquistarlo.

Ero un balilla, educato a “credere, obbedire, combattere”, avevo giurato “nel nome di Dio e dell'Italia di eseguire gli ordini del duce”, il termine “libertà” era cancellato dall'uso comune. Nel 1943 credevo ancora, contro ogni evidenza, che avremmo vinto la guerra, perché "lo ha detto il duce". Ricordo una mia zia, socialista in gioventù e poi diventata fascista, ed ora già pronta a cambiare abito, che mi guardava con ironia per questa mia credulità. Ma la memoria di poi mi ricorda anche uno zio Bruno, fratello di mio padre, che veniva zittito perché noi ragazzi non udissimo le sue sparate contro il regime.

La seduta del Gran Consiglio
La seduta del Gran Consiglio

Il 25 luglio non ero a Roma. Ero in vacanza all'Abetone, in montagna (Appennino tosco-emiliano, dove un anno dopo sarebbe passata la Linea Gotica, ultimo baluardo dei tedeschi prima della Liberazione) perché avevo avuto la pleurite, causata probabilmente dalle privazioni della guerra (specialmente il mancato riscaldamento). Ma anche perché non potevamo andare, come sempre, in Calabria dai nonni, essendo il Sud separato dal resto d'Italia dalla Linea Gustav, che attraversava Montecassino, l'Abbazia distrutta inutilmente dagli Alleati, dove i tedeschi avevano bloccato la loro avanzata.
Ma il 18 luglio con mia madre eravamo  dovuti tornare a Roma per qualche urgenza. In tempo per subire, il giorno dopo, il primo pesante bombardamento della città. Roma era città aperta, c'era un accordo per non bombardarla. Ma lo scalo S.Lorenzo era diventato uno snodo della logistica degli armamenti tedeschi  che alimentavano il fronte. Passammo quattro ore in cantina, mentre gli aerei Alleati radevano al suolo lo scalo, con la Basilica e tutto il quartiere  popolare intorno. Scaricarono oltre 1000 tonnellate di bombe e fecero 3000 morti e 11 mila feriti. Tornammo avventurosamente all'Abetone il giorno dopo, dove
vedevamo passare tutti i giorni le formazioni di fortezze volanti, i B 24, i “Liberator”, che andavano a bombardare le città del Nord.

La mattina del 25 luglio, appena alzato, ho cominciato a vedere gente che apriva le finestre gridando: "abbasso il duce!", cosa che per me era oggetto di sorpresa, tra frastornata e sgradevole, e altra gente che andava in giro a distruggere i simboli del fascismo. Per me, Il mondo si era rovesciato!

La scalpellatura dei fasci

Tornati a Roma, cominciammo a vivere il terribile autunno-inverno del 43-44. Dei fatti storici che stavano avvenendo sapevo poco. In famiglia regnava il più rigoroso silenzio nei confronti di noi ragazzi, per paura che svelassimo sentimenti e frasi proibiti. Li vivevo indirettamente in tanti piccoli, drammatici episodi.

L'8 settembre, il giorno dell'armistizio, nella zona di Roma in cui abitavo, tra via Nomentana e Corso Trieste, nulla si sentì della battaglia che si stava svolgendo a Porta S. Paolo. Questo fu il primo eroico episodio di resistenza che vide insieme militari e i primi gruppi di partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP), comunisti, socialisti, azionisti, cattolici. Caddero, nelle diverse ricostruzioni, da 600 a 1000 combattenti tra militari e partigiani. L'unico mio triste ricordo è di una divisione corazzata italiana, forse l'Ariete, una lunga fila di autoblindo e carri armati stanziata lungo tutto il Corso Trieste. Seppi dopo che era stata disarmata dai tedeschi. Secondo alcuni storici la difesa di Roma era possibile, ma l'esercito italiano era allo sbando per la mancanza di ordini precisi e per la fuga del “Capo delle Forze armate”, il re, a Brindisi.

Il 12 settembre i tedeschi prelevarono Mussolini dalla prigione del Gran Sasso, e crearono lo stato fantoccio della RSI. Occorre ricordare, e io ricordo perfettamente, che alla chiamata alle armi della RSI pochissimi risposero all'appello. Altro che guerra civile! La grande maggioranza degli italiani ormai erano contro il regime. Due miei zii, ufficiali dell'aeronautica, entrarono nel movimento partigiano. Comparivano ogni tanto a portarci da mangiare (magari un fagiano o una aragosta, in uno scenario alimentare in cui si mangiavano anche le bucce delle fave).

Roma, come città aperta, era diventata rifugio per migliaia di sfollati. Mia madre si avventurava nelle campagne in cerca di cibo. Si poteva fare la fila all'alba in un negozio di alimentari, e tornare a casa alle otto senza niente. Con la tessera si aveva un panino a testa al giorno, di pane orrendo (ci facemmo anche dei pupazzetti, tanto era colloso. Avrei dovuto conservarne qualcuno!). Non a caso gli Alleati, appena arrivati, distribuirono un pane straordinariamente bianco. Ma dato che nel Lazio c'erano molti allevamenti di pecore, si mangiava quasi solo caciotta. Buonissima oggi, l'ho odiata per decenni!

Di quell'inverno 1943-44 ricordo il clima plumbeo, le ispezioni inattese di tedeschi e fascisti nelle abitazioni (anche nella nostra, a tarda sera), alla ricerca di renitenti alla leva. La cosa più drammatica erano le "retate" che i nazifascisti facevano improvvisamente, isolando una zona della città e portando via tutti gli uomini non in regola.
Un altro ricordo è quello dei manifesti firmati da Kesselring che vietavano di circolare in bicicletta, pena l'esecuzione sul posto, perché i partigiani avevano fatto diversi attentati, con numerose vittime di militari tedeschi o repubblichini, usando la bicicletta (che per me è oggi più che mai il simbolo della libertà!). La città fu invasa dai più strani tricicli.
La guerra ormai durava da quando avevo nove anni. Mi sembrava che non sarebbe mai finita.

Il  16 ottobre,  dalle cinque di mattina i tedeschi cominciarono a rastrellare a tappeto il Portico di Ottavia, il ghetto di Roma, deportando ad Auschwitz circa 1000 ebrei di cui ne tornarono vivi meno di venti. Sicuramente i miei sapevano, dato che avevano molti amici tra gli ebrei, ma a noi ragazzi nulla si diceva.

Il 22 gennaio del 1944 ci fu lo sbarco degli Alleati ad Anzio.
La notizia creò a Roma un clima euforico, perché si pensava che nel giro di pochi giorni Roma sarebbe stata liberata. Purtroppo la speranza restò delusa, perché gli alleati furono quasi ricacciati in mare dai tedeschi.

Ricordo perfettamente il fragore della battaglia che inizialmente arrivava fino alla città, e poi il suo affievolirsi ed esaurirsi. La storia dice che il fallimento dell'operazione fu dovuto all'incapacità del comandante in capo, che fu destituito. Forse, se questo non fosse accaduto, Roma si sarebbe risparmiata le peggiori sofferenze.

E' infatti del 23 marzo l'azione partigiana di Via Rasella, in centro di Roma, in cui venne annientato un reparto di occupazione tedesco. La ritorsione fu l'eccidio delle Fosse Ardeatine, con l'assassinio di 335 persone, per lo più civili innocenti.

Ricordo benissimo la ritirata dei tedeschi,  la sera del 3 giugno del '44, una fila interminabile di militari in condizioni penose, molti a piedi, lungo la Via Nomentana, e l'ingresso, la mattina dopo, in un primo momento circospetto, e poi trionfale, degli Alleati.

Col tempo seppi che nella mia famiglia c'erano tradizioni liberali e socialiste. Un nostro cugino con il mio stesso cognome,  Giovanni, fu il primo sindaco socialista di Catanzaro dopo la liberazione della città, e suo fratello Ugo, anch'egli socialista, è morto con gli eroi di Cefalonia combattendo contro i tedeschi. Il terzo fratello, l'ufficiale dell'aeronautica di cui ho già parlato, si era unito ai partigiani.

Successivamente la mia famiglia si trasferì a Milano. La mia maturazione politica fu completa solo intorno ai 20 anni quando, studente alla Bocconi, ho cominciato a leggere Il Mondo di Mario Pannunzio. La redazione de Il Mondo era un ritrovo di ex appartenenti al Partito d’Azione e di partigiani di Giustizia e Libertà, i più intransigenti tra gli antifascisti Avevo fatto le mie scelte politiche, che non ho più abbandonato. Ernesto Rossi scriveva su quel giornale contro i “padroni del vapore”, cioè i monopolisti dell’economia italiana (purtroppo, gli argomenti non gli mancherebbero neppure oggi!). Io feci una tesina contro gli industriali zuccherieri, e presi un ottimo voto.

Giacomo Correale Santacroce

Il manifestino delle serate celebrative del 25 luglio e dell'8 settembre: fronte, retro


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Vittorio Annovazzi
July 31, 2013 8:11 PM

Bellissimo e coinvolgente il ricordo del mio coetaneo Correale, che ci dice quanto anche un giovanissimo dodicenne era coinvolto dalle tragiche vicende della infausta guerra fascista, e ci riporta alla atmosfera di quei giorni, quando tutto sembrava crollato, ma era sentimento condiviso la volontà di risorgimento civile, economico e morale. D'altra parte Correale è un profondo studioso di quel periodo, tanto da essere più volte citato nel documentatissimo "il partigiano Montezzemolo" di Mario Avagliano, testo questo fondamentale sia per la vicenda dell'eroico colonnello, martire della rappresaglia delle fosse Ardeatine, sia per la puntigliosa ricostruzione della resistenza nella Roma occupata.
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Vittorio


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