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Il piccolo Cesare e gli strateghi del PD
Franco Isman

il piccolo Cesare

Degli errori del PD in campagna elettorale per cui Bersani, perdendo milioni di voti dalle elezioni precedenti, è riuscito a trasformare una vittoria annunciata in un faticato pareggio, abbiamo già parlato (le colpe del PìDì): l'appoggio acritico alla “legge salvaItalia” di Monti ed ai sacrifici concentrati sui poveri cristi, il coinvolgimento in episodi di corruzione, dal caso Penati a quello Monte dei Paschi, l'indifferenza alla necessità di rinnovo, il rifiuto di accettare sacrifici per la casta.

Poi la “cadreghite” di Bersani che dopo aver portato il partito allo sfacelo elettorale non ha sentito il dovere di dimettersi, i quaranta giorni di stallo, lo schiaffo a Renzi escluso dai grandi elettori, il vergognoso comportamento nelle elezioni del Presidente della Repubblica con il rifiuto di accettare, anzi di cogliere al volo, la proposta Rodotà dei 5 stelle, la candidatura Marini concordata con Berlusconi, il tradimento nei confronti di Prodi con la sua candidatura approvata all'unanimità la mattina e la indecente impallinatura del pomeriggio da parte di 101 traditori.

Infine l'inciucio della rielezione di Napolitano con il corollario del cosiddetto governo delle larghe intese da questi preteso, la resurrezione di Berlusconi e l'indecente varo del governo Alfano-Letta, pardon, Letta-Alfano.
I sui compiti erano: provvedimenti economici di rilancio dell'economia, riforma della legge elettorale, riforme costituzionali limitate a quanto urgente e praticamente già concordato e cioè riforma del Senato, diminuzione del numero (e dei compensi) dei parlamentari, eliminazione delle Provincie. Ovviamente niente patrimoniali, niente aumento delle aliquote Irpef per i redditi alti, niente limiti sulle speculazioni di borsa né imposte sui relativi guadagni, niente aste delle frequenze e, soprattutto, niente conflitto di interessi né un'incisiva lotta alla corruzione.

Ma poi il lustrato del Signore, che pare gli dia una ritoccatina in testa ogni mattina, non soltanto non ha consentito una qualsivoglia riforma elettorale, ma ha preteso che il suo deriso impegno elettorale di abolire l'IMU venisse fatto proprio dal nuovo governo e il PD ha abbozzato, anche se in campagna elettorale aveva sostenuto la sua impraticabilità. Berlusconi doveva salvare la faccia, pazienza se la perdeva il PD, e pazienza se per abolire l'IMU, anche sulle case di lusso, non ci saranno probabilmente più quattrini per evitare l'aumento dell'IVA, aumento che colpisce soprattutto i meno abbienti e rischierà di gelare la timida ripresina che forse si sta manifestando.
E la Costituzione? Berlusconi mira al presidenzialismo, già ampiamente sperimentato con gli sconfinamenti di Napolitano, ed allora niente obiettivi limitati ma una riforma più cogente, che vada addirittura a coinvolgere l'articolo 138 che ne regolamenta le modalità di riforma.

E la decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore? E la sua agibilità politica? Ad una lodevole fermezza di principio si è accompagnato lo spazio lasciato a costui ed ai sui scherani che hanno monopolizzato da un mese e mezzo servizi televisivi e giornali con i loro indecenti ricatti e le loro fantasiose ipotesi di grazia, per i reati già passati in giudicato e magari anche per quelli prossimamente sotto giudizio. Ma oltre alla legge Severino vi è anche una prossima pronuncia della Corte Costituzionale che con tutta probabilità andrà nella stessa direzione e, soprattutto, la condanna definitiva all'interdizione dai pubblici uffici di cui la corte d'appello di Milano definirà a giorni la durata. Ma allora perché giocare la faccia sulla decadenza immediata ai sensi della legge Severino invece di adottare la soluzione proposta da Violante di consentire la valutazione di costituzionalità sulla sua applicabilità o meno ad episodi avvenuti antecedentemente all'approvazione della legge (ma sanzionati dopo)?

Franco Isman



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  16 settembre 2013