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Migrazioni
21 . E' tempo di ricostruire
Umberto De Pace



migranti

Sono troppi gli anni oramai che la gente di Lampedusa è costretta a far fronte a quella che non è più un'emergenza ma una “vergogna”, come giustamente è stata definita dal Papa. La vergogna di chi non ha saputo-voluto affrontare fino ad oggi con determinazione e lungimiranza il fenomeno delle migrazioni. Un fenomeno complesso, epocale, di fronte al quale le miserrime, quanto sterili, schermaglie casalinghe a suon di insulti e accuse non fanno che confermare l'arretratezza culturale, ancor prima che politica, del nostro paese, fra altri, di fronte a tali cambiamenti.
I respingimenti sono un'infamia. Ritengo inammissibile respingere delle persone che rischiano la vita su mezzi di fortuna pur di abbandonare la propria terra, senza verificare quali siano i motivi che li spingono a un atto così estremo. Stringere accordi con regimi che non sono in grado di garantire il rispetto dei diritti umani – come fu fatto a suo tempo con il regime di Gheddafi – aggiunge all'infamia la corresponsabilità nei crimini da questi perpetrati. Crudele è costringere esseri umani a patire immani sofferenze in balia della criminalità, delle milizie armate, dei terroristi, della oramai fiorente industria del contrabbando di vite umane. Che fare quindi?
Parlando di profughi – persone spinte ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, terrorismo, dittature, carestie, persecuzioni (è penoso ma vale la pena ribadirlo) – non si dovrebbe nemmeno spendere una parola per sostenerne la causa, non fosse che ancor oggi quelli che sono diritti universalmente sanciti e riconosciuti vengono ampiamente disattesi.
Ai profughi vanno quindi garantiti: accoglienza, protezione e asilo. I “viaggi della morte” vanno interrotti garantendo protezione il più vicino possibile alle terre abbandonate, aprendo quando occorre corridoi umanitari verso i paesi di accoglienza, intervenendo sulle cause che spingono all'esodo. Ciò è quello che tutti quanti auspichiamo ma, nel frattempo che tutto ciò si avveri, è nostro dovere accoglierli comunque.
Le migrazioni però non riguardano solo i profughi. Determinate in parte dalla necessità di affrancarsi dalla povertà, non trovano in essa la sola causa. Una moltitudine di persone è spinta a migrare dal desiderio, dalla curiosità, dalla speranza, dalla ricerca di una vita migliore, differente da quella che vive nel proprio paese. Viviamo in un mondo che fino ad oggi è riuscito a globalizzare le merci, la finanza, le comunicazioni, purtroppo anche le guerre e il terrorismo. Oggi, pur in ritardo, si deve dare i giusti strumenti per condividere, ciò che è già in atto da tempo: la globalizzazione delle genti. In tal senso va garantita la più ampia libertà di movimento ai migranti. E su tale principio e verso tale fine devono essere improntate le legislazioni e le normative di ogni paese, perché è così che si è trasformato il pianeta, perché è questo ciò che necessita oggi a fronte di un mondo politico e istituzionale che fatica a stare al passo con i tempi.
Non va dimenticata la sicurezza, in tutti i suoi aspetti, ma ciò non deve penalizzare la libertà di movimento delle genti anche e soprattutto, di quelle che hanno meno mezzi a disposizione. Si dedichino le intelligenze, le forze e le risorse per porre fine ai “viaggi della morte”, per permettere la mobilità in condizioni controllate e tutelate, per informare i potenziali migranti su quelle che sono oggi le condizioni di vita e di lavoro nei paesi occidentali. Questo va fatto subito e può essere fatto subito. Parallelamente a quel lavoro immane – a mio avviso senza fine quanto ineluttabile – teso a modificare alla radice le condizioni che spingono le genti ad abbandonare le proprie terre e che molte volte, troppe, ci vedono coinvolti nello sfruttamento dei territori, delle materie prime, nella vendita delle armi se non direttamente partecipi alle guerre.
Non mi risulta che sia in corso, né in previsione, una sorta di “invasione barbarica”, credo piuttosto che i flussi migratori siano un cambiamento inevitabile per la nostra società e al contempo siano una potenziale ricchezza. Un cambiamento globale che ci impone, per poter stare al passo con i tempi, la ricostruzione non solo di politiche esterne e interne all'altezza del nuovo compito, non solo una diversa distribuzione delle ricchezze sul pianeta e all'interno di ogni singola nazione, ma anche e soprattutto una ricostruzione delle identità sociali non soltanto degli immigrati stessi ma anche di noi stessi. Non sono “loro” che devono diventare uguali a noi, né dobbiamo essere “noi” a diventare uguale a “loro”, piuttosto dobbiamo affrontare un cambiamento che ci porterà alla creazione di una nuova identità collettiva che raccolga le varie diversità senza cancellarne le specificità ma sia altro rispetto all'esistente. Questo è il grande inesorabile quanto affascinante cammino dell'umanità.
Un cambiamento che sarebbe miope pensare senza ostacoli e difficoltà, un problema che presenta anche aspetti relativi alla sicurezza, ma che chiama alle proprie responsabilità e compiti in primo luogo la politica e la cultura.
Non possiamo inoltre nasconderci che occorrerà vigilare e contrastare la deriva xenofoba e razzista che nella nostra epoca inevitabilmente continuerà a lievitare, alimentata da quelle forze politiche e culturali, non solo della destra estrema ma anche dei vari localismi ed egoismi il cui orizzonte gretto e autoreferenziale è ristretto ai propri interessi e ai confini del proprio giardino di casa. Così come occorrerà lavorare per convincere chi, spiazzato di fronte ai grandi cambiamenti in corso, cercherà le soluzioni guardando al passato e confidando nelle proprie certezze, piuttosto che affrontare la sfida del presente.

Umberto De Pace

P.S.: L'insipiente terminologia di quest'epoca volgare suppongo cataloghi il mio pensiero nel calderone del “buonismo”, con il dovuto disprezzo ovviamente. Poco importa, per quanto mi riguarda, ci tengo solo a precisare che chi non la pensa come me non lo catalogo per forza quale xenofobo o razzista, almeno fino a prova contraria.
Aggiungo inoltre che questo è l'ultimo mio scritto della rubrica “E' tempo di ricostruire!”. Ogni cosa ha il suo tempo … e quello di quest'epoca volgare, per quanto mi riguarda, è scaduto da troppo oramai senza ombra di ricostruzione da parte di chi ne aveva il compito. Sono certo che ognuno di noi farà lo stesso la sua parte in tal senso, senza e malgrado loro.

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  14 ottobre 2013