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Costituzione
Quello che si dice e quello di cui non si parla, quello che si potrebbe fare e quello che non si deve fare,
la leggenda metropolitana dell'artico 138.
Franco Isman

Italia turrita
disegno di Sarolta Szulyovszky

Cominciamo con le cose che sembrano tabù, visto il quasi totale silenzio che le circonda.

E cominciamo proprio con un aspetto dell'articolo 138, quello che disciplina le modalità di revisione della Costituzione, di fondamentale importanza ma che viene sottaciuto dai più.
I padri costituenti con questo articolo che prevede la maggioranza assoluta in ciascuna Camera alla seconda votazione, stante il sistema elettorale proporzionale allora vigente, intendevano assicurare alle modifiche il consenso della maggioranza effettiva del Paese.
Ma quando con il cosiddetto “mattarellum” del 1993 dal proporzionale puro si passò ad un sistema parzialmente maggioritario, l'articolo 138 non assicurava più la corrispondenza fra maggioranza in Parlamento e maggioranza nel Paese ed avrebbe dovuto essere modificato di conseguenza. Chi scrive ha più e più volte sostenuto che si è trattato di una mancanza enorme da parte dei legislatori, forse addirittura incostituzionale.
La conseguenza, gravissima conseguenza, allora ma ancor più oggi con il “porcellum”, è che la Costituzione viene lasciata in balia della parte politica che ha vinto le elezioni, che le modifiche non rispecchiano più la volontà della maggioranza degli elettori e che c'è il rischio di modifiche altalenanti a seconda della maggioranza al potere. Unica salvaguardia il referendum cui devono essere sottoposte (a richiesta qualificata) le modifiche se non hanno raggiunto la maggioranza dei due terzi in ciascun ramo del Parlamento.

Identica cosa vale anche per l'articolo 83 che regola l'elezione del Presidente della Repubblica prescrivendo la maggioranza semplice del Parlamento in seduta comune dopo il terzo scrutinio. Ma su questo il silenzio tombale.

Poi c'è il referendum per l'abrogazione di una legge, regolato dall'articolo 75, che stabilisce che per la sua validità deve partecipare al voto la maggioranza degli aventi diritto.
Questa norma aveva una sua logica quando la partecipazione popolare al voto era molto più massiccia di oggi: fino al 1985 c'è sempre stata una partecipazione attorno all'80 per cento con il record dell'87,7 del maggio 1974 per il referendum che chiedeva l'abolizione del divorzio, sconfitto con il 59,3% di no. Poi dal 1997 al 2011 ci sono stati sei gruppi di referendum respinti in quanto il quorum non era stato raggiunto e l'astensionismo era ufficialmente predicato da chi non voleva quanto proposto in modo che alle persone contrarie si sommasse il partito dell'astensione.
Nel giugno del 2011 nei referendum sull'acqua, sul legittimo impedimento e sul nucleare, Berlusconi giocò ancora una volta la carta dell'astensione ma, con il traino del referendum sul nucleare e con il condizionamento emotivo di Fukuscima fu sonoramente sconfitto con una partecipazione al voto del 54% e un diluvio di si del 95%.
E' di tutta evidenza che con la disaffezione alle cose della politica attuale non esiste in pratica referendum che abbia possibilità di riuscita ed è quindi evidente che il quorum debba essere abbassato o tolto del tutto.
Ma questo lo propone solamente il movimento 5 Stelle.

A parte questi problemi, incredibilmente trascurati, vi è una convergenza su alcune riforme che sarebbero opportune: l'abolizione delle Provincie, la diminuzione del numero dei parlamentari, il Senato federale senza più il bicameralismo perfetto. Queste e non altre erano le riforme che il malaugurato governo delle larghe intese avrebbe potuto e dovuto fare, oltre alla modifica delle legge elettorale che non comporta revisioni della Costituzione. Ma Berlusconi e i suoi bravi non vogliono e queste cose non s'hanno da fare.

Ed il povero PD, che di sinistra ha proprio pochino, segue il Ras sulla strada dello stravolgimento della Costituzione con il passaggio ad una repubblica presidenziale sulla scia delle “audaci” anticipazioni di Napolitano.

Quanto alla grande manifestazione in difesa dell'articolo 138 è necessario dire che non c'è chiarezza e che assieme alla enunciazione di principi sacrosanti si fanno affermazioni che non corrispondono alla realtà. E' vero che l'attuale governo vuole modificare l'articolo 138 con una riduzione dell'intervallo fra le due successive discussioni in ciascun ramo del Parlamento, ma è anche vero che il referendum, attualmente ammissibile soltanto se l'approvazione non raggiunge i due terzi di voti, viene invece previsto anche in questo caso, e questa è una salvaguardia non da poco. Stupisce l'affermazione di Rodotà che nella Costituzione tutto è modificabile tranne l'articolo 138 che ne regolamenta le modalità.
Quanto all'iter costituzionale, se queste modifiche, articolo 138 compreso, si volessero fare derogando da quanto prescritto da questo, si tratterebbe di un vero e proprio colpo di stato da combattere molto più che con una manifestazione. Ma così non è e sarebbe bene sciogliere questo equivoco.

Franco Isman

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  20 ottobre 2013