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Tutto quello che avreste voluto sapere sul decreto IMU-Bankitalia…
e non vi hanno mai raccontato.
Franco Isman

Bankitalia

In principium erat inciucium,
con la pretesa di Berlusconi che si eliminasse l'IMU dalla prima casa, come lui si era impegnato a fare con i suoi elettori, e l'assurda acquiescenza del presidente incaricato Enrico Letta che questa imposizione aveva subito.
Quindi l'eliminazione della prima rata IMU 2013 a scapito di altri capitoli di spesa importanti ed urgenti, poi lo starnazzare di novembre con il povero Saccomani che diceva piangendo di non riuscire a trovare una copertura per eliminare anche la seconda rata, le minacce di Alfano e Brunetta, l'assicurazione di Letta che la copertura sarebbe stata trovata.
Ed ecco il D.L. 30 novembre 2013, n. 133 – “Disposizioni urgenti concernenti l'IMU, l'alienazione di immobili pubblici e la Banca d'Italia”. Come tutti i decreti legge avrebbe dovuto essere approvato entro 60 giorni e cioè entro il 30 gennaio 2014 o sarebbe decaduto.

E siamo ai nostri giorni.
La prima critica al provvedimernto, a prima vista fondata, riguarda la trattazione in un unico decreto, e conseguentemente con un'unica legge di conversione, di due argomenti del tutto disomogenei come l'IMU da una parte e la riforma di Bankitalia con le sue innumerevoli implicazioni dall'altra.
Quando, a seguito dell'ostruzionismo a tratti addirittura violento dei 5 stelle, si delineò il pericolo che la legge di conversione non venisse approvata entro il termine, molti commentatori, e fra questi il pur bravo Enrico Mentana in due edizioni del TG7, affermarono che lo spauracchio della seconda rata IMU da pagare nel caso di mancata approvazione della legge era sbagliato e strumentale. Bastava che il giorno successivo il Consiglio dei ministri reiterasse il DL limitatamente alla parte relativa all'IMU. E ancora ieri sera Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, non smentito dalla presidente della Camera Boldrini che stava intervistando, criticava i “decreti omnibus” affermando che quello incriminato lo si sarebbe dovuto “spacchettare” separando la parte relativa all'IMU da quella ben più complessa su Bankitalia.

Non è così.
La parte del DL relativa a Bankitalia prevede essenzialmente un aumento di capitale di ben 7,5 miliardi (rispetto al capitale nominale rimasto fino a quel momento fisso dal 1936 a 300milioni di lire, pari a 156.000 euro) portando a capitale le riserve.
Di qui tutta una serie di conseguenze, assolutamente non evidenti ai più, fra cui un introito (virtuale) per il Tesoro di oltre 1 miliardo di euro di imposte su questa plusvalenza: quanto necessario a finanziare l'abolizione della seconda rata IMU 2013.
La parte del decreto relativa all'abolizione di questo pagamento da sola non avrebbe avuto la copertura finanziaria e non era quindi proponibile.
Ha perfettamente ragione il governo (e la presidente della Camera che, motu proprio, ha deciso di bloccare il dibattito ed arrivare direttamente al voto): non approvare in tempo utile il DL avrebbe significato l'obbligo per i contribuenti di pagare l'IMU (già teoricamente abolita) con complicazioni (e proteste) inenarrabili: un vero terremoto.

Le banche e gli stress test.
Il nuovo “sistema unico di supervisione bancaria”, deciso in sede europea, fissa parametri più restrittivi cui le banche devono ottemperare e delle verifiche che, simulando eventi finanziari improvvisi, verifichino la capacità delle banche di superarli. L'aumento di capitalizzazione delle banche derivante da quello di Bankitalia, seppure soltanto nominale, consente alle banche di eliminare i crediti inesigibili e di cederne altri ad agenzie di sconto sia pure a prezzi ridotti: le relative perdite da iscrivere a bilancio sono compensate da questo aumento e le banche risultano quindi meglio in grado di rispondere ai parametri europei.

Il signoraggio e la Banca d'Italia.
E' un elemento fondamentale nella nostra storia. La definizione corretta ci dice che “il signoraggio è il  reddito derivante dall'attività di stampare moneta”, anche se poi ne esistono interpretazioni davvero fantasiose. Uno stato che stampa moneta acquisisce una disponibilità finanziaria immediata. Questo è evidente e dovrebbe essere evidente che questa disponibilità finanziaria debba essere tutta a favore dello stato, ma così non è stato e così non è.
L'attuale situazione risale addirittura al 1870 e cioè alla Breccia di Porta Pia ed alla proclamazione di Roma capitale. Fino a quel momento, anche dopo la proclamazione del Regno d'Italia, le sei principali banche degli stati preesistenti erano autorizzate, entro limiti stabiliti dal governo, ad emettere moneta. Nel 1870 la Banca Romana rimase invischiata in mal programmati investimenti immobiliari e, per non dichiarare fallimento, stampò moneta per circa il doppio di quanto autorizzato (addirittura duplicando i numeri di serie delle banconote), stampò cioè a tutti gli effetti moneta falsa. A seguito di questo scandalo, lo scandalo della Banca Romana appunto, il governo Giolitti fu costretto alle dimissioni ed i sei istituti bancari furono riuniti nelle Banca d'Italia, un ente di diritto pubblico seppure con il capitale in mano ai privati. Successivamente pressoché tutte le banche entrarono nel capitale della Banca d'Italia.

Nel 1930 Benito Mussolini nazionalizzò le principali banche italiane (Comit, Credit e Banco di Roma) per evitarne il fallimento a seguito della crisi del 1929. Proprietario divenne l'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) da poco istituito.
Nel 1994 la Comit venne privatizzata con la vendita sul mercato del pacchetto di maggioranza, successivamente il 70% di Comit fu rilevato da Banca Intesa. Nel valore delle azioni Comit era evidentemente compresa la sua partecipazione al capitale della Banca d'Italia incluse le riserve.
Come già detto, adesso le riserve (valutate a 7,5 miliardi di euro) sono state portate a capitale ma, per il momento, si tratta soltanto di operazioni nominali che non hanno comportato nessun effettivo movimento di capitali, non è detto però che invece in futuro questo passaggio non possa esserci, per la gioia dei beneficiati e, magari, con l'erogazione di cospicui segni di riconoscenza a chi di dovere.

Ma torniamo alle riserve ed al signoraggio (che è la chiave di tutto). Banca d'Italia, in proprio prima della nascita dell'euro, per delega della BCE in base a determinati criteri di ripartizione successivamente, stampa moneta, ma il signoraggio, cioè il reddito derivante da questa azione, non viene tutto trasmesso al Tesoro (come dovrebbe essere a parere di chi scrive) ma va in parte a rimpinguare le riserve di Banca d'Italia stessa.
Per dare una cifra, la media dei trasferimenti negli anni 2001-2011 è stata di 370 milioni di euro l'anno, mentre cifre ancora superiori sono state accantonate.
In questo quadro si può affermare che le riserve esistenti all'atto della privatizzazione, di pertinenza degli acquirenti, erano poca cosa rispetto agli accantonamenti successivi in buona parte provenienti dal signoraggio. Trasferire quindi al privato una larga quota di queste riserve, diventate capitale, significa regalargli una parte del signoraggio, sottratto allo stato. Questo se e nel momento in cui il privato potrà monetizzare la sua proprietà.

Istituto di diritto pubblico.
La Banca d'Italia era e resta un istituto di diritto pubblico e, pur essendo in larga parte formalmente di proprietà privata non vi è, a detta di tutti, alcuna possibilità di interferenza da parte dei soci nei compiti istituzionali della Banca. Le decisioni sono prese da un direttorio composto dal governatore, nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, e dal direttore generale e i tre vice d.g. nominati dal governatore.
Vi sono comunque aspetti molto delicati che possono comportare davvero il regalo di una quota di questa somma ai privati e sarebbe stato più che opportuno un congruo tempo per esaminare a fondo il problema e per discuterne esponendo in Parlamento tutti gli aspetti della situazione.
Non era certamente materia su cui emanare un frettoloso Decreto Legge.
Ma il peccato originale dell'orribile inciucio lo ha imposto.

Franco Isman

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  3 febbraio 2014