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Guerra o pace in terra di Israele e Palestina
Umberto De Pace

i funerali di Gilad, Naftali, Eyal  i funerali di Mohammed Abu
i funerali di Gilad, Naftali, Eyal  e quello di Mohammed Abu Kheider

L'assassinio di quattro giovani vite in terra di Israele e Palestina ha scosso nuovamente le nostre coscienze sopite nel torpore di decenni di lotte frustrate, speranze infrante, promesse mancate. Come un'eco si è presto disperso, sovrastato dalla violenza dei bombardamenti, dal lancio dei missili, dagli ammazzamenti, dai soprusi e dalle vendette, da quel “rumore di fondo” che si alza, periodicamente, da una terra ostaggio della sua storia, dei suoi rancori e dei suoi odi, con al comando uomini privi del coraggio e dell'autorevolezza necessaria a guardare negli occhi il proprio avversario e a costruire con esso un futuro diverso da quello costruitosi intorno a conforto delle proprie certezze e a sostegno delle proprie insicurezze. Forse alcuni di questi uomini che un giorno, c'è da augurarselo, faranno la differenza, giacciono ora nelle galere israeliane, forse altri sono trattenuti ai margini della società israeliana dalla forza centrifuga che genera la paura del cambiamento, resta il fatto che altre morti, altre sofferenze attendono questi due popoli, consapevoli che la propria libertà sta nella libertà dell'altro, ma al contempo incapaci di concretizzarla.

Quale occasione migliore, se non quella del sacrificio di quattro giovani vittime innocenti, per spezzare la spirale violenta e priva di alcun sbocco che da più di cinquant'anni avviluppa in una stretta mortale l'intera regione? La loro morte improvvisa, assurda, senza senso, come non ha potuto unire tutti gli uomini e tutte le donne che hanno a cuore la pace, la giustizia, il futuro dei propri figli? Ancor più se si pensa, e ce n'è motivo, che il tutto possa essere nato invece da un'azione premeditata di gruppi dell'estremismo islamico.
La morte di questi giovani non poteva cancellare le migliaia di morti precedenti, le guerre, il terrorismo, i muri, i reticolati, i razzi e i carri armati; non poteva cancellare tutto ciò, non poteva vendicarlo, né tantomeno riscattarlo. Ma una cosa poteva farla, essere da monito quale gesto estremo, inconsulto, nei confronti di chi, ancor oggi, persegue la via della violenza e della guerra. Perché la loro morte ci dice semplicemente che la guerra non porterà mai la pace fra il popolo israeliano e quello palestinese. Ci dice che la guerra semina odio e violenza e quando attecchisce nei cuori e nelle menti non ha bisogno di missili e carri armati per manifestarsi, sono sufficienti le proprie mani, per rapire, uccidere, bruciare chi, ai propri occhi offuscati dall'odio, rappresenta il nemico da eliminare.

Di fronte all'ennesimo tentativo di ricucire il dialogo tra le fazioni opposte in campo palestinese qualcosa non poteva non succedere. Ed è successo. Di fronte alla presuntuosa affermazione del premier israeliano “Noi non siamo come loro”, qualcosa non poteva non succedere. Ed è successo.
Oramai è solo più una questione matematica, un'equazione con una o più variabili. Variabili abbastanza ristrette e altamente prevedibili. Variabili quali: quanti missili verranno lanciati sulle città israeliane o quanti chilometri di muro serviranno ancora per fortificarle; quante bombe pioveranno nuovamente su Gaza e quanti morti palestinesi potranno ripagare quelle dei tre giovani israeliani? Quanti razzi colpiranno le città israeliane e quanti morti israeliani potranno ripagare il giovane ucciso e gli oltre cento morti che solo ad oggi si contano nella Striscia di Gaza?
Questa è la realtà e quindi ci toccherà piangere nuove morti e maledirne i responsabili. Ci toccherà ancora una volta, l'ennesima, riporre tutte le nostre forze e speranze in quell'unica soluzione che per quanto rimandata sarà sempre la stessa, l'unica in grado di aprire il cammino verso un futuro di pace: una terra, due Stati per i suoi due popoli. Per intraprendere subito dopo un nuovo cammino, un nuovo sogno, quello di una terra e uno Stato per i suoi popoli. Perché questo è il cammino dell'umanità. Non è quindi in discussione l'ineluttabile soluzione ma quante vittime sacrificali dovranno essere ancora immolate prima che tutto ciò accada.

Le voci che in questi giorni hanno saputo comprendere e condividere il lutto, il dolore, la sofferenza dell'altro; le manifestazioni di solidarietà e di pietà verso chi, innocente, paga con il proprio sangue la violenza cieca, la pedagogia dell'odio e l'inettitudine della politica sono l'unico esempio di umanità da seguire e supportare nella nuova notte di tenebra calata in terra di Israele e Palestina.

Umberto De Pace

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  22 luglio 2014