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Kiev è mal accompagnata
Umberto De Pace

Europa

Parafrasando il famoso titolo de il Manifesto, “Praga è sola”, apparso nel settembre 1969 (il 20 agosto 1968 l'Unione Sovietica con alcuni dei suoi alleati del Patto di Varsaia invase la Cecoslovacchia) potremmo dire oggi che “Kiev è mal accompagnata”, denunciando con ciò le “cattive compagnie” che hanno condotto l'Ucraina nel baratro della guerra civile.
Dalle proteste di piazza Maidan all'abbattimento dell'areo della Malaysia Airline per giungere fino ad oggi, l'Europa e la Russia hanno visto nascere al loro confine una guerra fratricida senza far nulla per evitarla, anzi, fomentandone le premesse in modo incosciente. Quanto sta succedendo in Ucraina testimonia da una parte quanto sia fragile l'equilibrio di pace anche alle porte dell'Europa e dall'altra quanto siano inadeguate le istituzioni politiche europee, e non solo, di fronte alle sfide che il mondo globale impone.

La pretesa di chi voleva (vorrebbe) trascinare l'Ucraina all'interno della comunità europea non poteva non scontrarsi con la pretesa di chi voleva (vorrebbe) mantenerla all'interno dell'area di influenza della Russia. Ucraina – il suo nome moderno, di origine slava – significa “sul bordo”, qualcosa di molto vicino all'idea americana di “frontiera”, ci ricorda lo storico Norman Davies. Gran parte delle popolazioni europee, nel corso dei secoli, arrivarono dall'Ucraina, e le sue grandi pianure selvagge furono teatro di continue scorrerie, guerre e aggressioni da parte di pagani, nomadi, cosacchi, tartari, ottomani, polacchi, russi. L'Ucraina, un paese con circa quarantacinque milioni di abitanti di cui (censimento del 2001) il 17% sono russi e il 5% di varie etnie, meritava (meriterebbe) un futuro sicuramente migliore da quello verso il quale Europa e Russia e non da ultimi gli U.S.A., l'hanno condotta.

Non so se un percorso diverso sarebbe stato (è) possibile ma occorre provare a delinearlo se non vogliamo che un domani ciò che fino a ieri era impensabile in Ucraina, si riproponga anche all'interno dei confini dell'Europa stessa. Occorre innanzitutto avere ben chiari alcuni principi, oltre a quelli fondanti la nostra comunità continentale di democrazia, libertà, uguaglianza e solidarietà. E fra questi principi occorre enunciare in modo chiaro non solo il rispetto delle minoranze etniche, religiose e linguistiche ma anche che tale rispetto prescinde dai rapporti numerici con le maggioranze; vi è il rispetto dei confini degli stati così come sono venuti a crearsi nel corso della storia fino ad oggi; vi è la scelta ferma e consapevole del ripudio della guerra per la soluzione delle controversie internazionali e ancor più di quelle nazionali. Nel rispetto di tali principi per l'Ucraina si poteva (doveva) immaginare un ruolo di ponte tra l'Europa comunitaria e la Russia.
Ma sappiamo tutti che la crisi Ucraina non nasce da una questione di diritti umani, civili o politici. Le radici del conflitto sono ancora una volta prettamente economiche. Difatti non è un caso che la protesta di Piazza Majdan si scateni a seguito della sospensione della firma dell'accordo di associazione con l'Unione Europea il 21 novembre 2013. Accordo sul quale pesavano a loro volta le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale che nell'ottobre di quell'anno imponeva al paese l'immediato aumento del prezzo del gas. Da lì in poi è una continua lotta “economica” tra l'Europa e la Russia per accaparrarsi il paese senza esclusione di colpi dimenticandosi come sempre che con gli interessi economici si giocava il futuro di milioni di ucraini. Interessi economici che si intrecciano con assetti geopolitici e strategici internazionali in cerca di un nuovo equilibrio di fronte a un mondo che, dopo aver visto il superamento del bipolarismo tra il blocco occidentale e quello sovietico e l'insostenibile supremazia della sola superpotenza americana, dovrà fare i conti con l'oramai emerso e maturo gigante cinese, con i rapporti che questi intesserà con Russia e Stati Uniti, e non da ultimo con l'assetto politico che riuscirà a darsi l'Europa ancor oggi immatura e frammentata.

Nella crisi ucraina l'Europa ha avuto un pessimo quanto deleterio ruolo (al pari della Russia e degli Stati Uniti) quindi non può che migliorare imponendo al suo “alleato” il cessate il fuoco e chiedendo alla Russia di fare altrettanto con i secessionisti delle regioni orientali del paese; per aprire subito dopo un tavolo di trattativa che delinei per il paese un futuro di ponte e collegamento tra l'Europa e la Russia con un approccio multipolare dal punto di vista economico e multiculturale da quello socio-politico. Oggi con in corso un'assurda guerra civile, con più di 3000 morti e un milione di sfollati, la Crimea annessa alla Russia e alcune regioni dell'est del paese in mano ai ribelli, occorre fare ciò che andava già fatto molto tempo prima: garantire e preservare la giovane indipendenza (1991) del paese, mantenendo aperte le sue frontiere con l'est e con l'ovest, non solo amministrative ma anche economiche e culturali, trovando la soluzione politica più opportuna affinché ciò si possa realizzare. Coscienti che tutto questo poteva e doveva essere fatto ieri e che il non averlo fatto è costato e sta costando la vita a migliaia di persone, coscienti che il paese non sarà più quello di prima per colpa della Russia, dell'Europa, degli Stati Uniti e, non da ultima ovviamente delle stessa Ucraina, e delle loro avventate politiche adottate nei confronti del paese, senza buon senso e lungimiranza ancor prima di un progetto politico all'altezza della situazione.
Non è questo ciò che accade oggi ma non possiamo rinunciare a volerlo.

Umberto De Pace

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  6 settembre 2014