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La trattativa Stato mafia e i sepolcri imbiancati
Franco Isman

via dei Georgofili
via dei Georgofili

Il 24 luglio 2012, nell'ambito dell'indagine sulla trattativa fra organi dello Stato e boss mafiosi, la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio di dodici indagati:
·        i politici Calogero Mannino e Marcello Dell'Utri e gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa; e il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino anche per calunnia;
·        i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano con l'accusa di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato (art. 338 CP);
·        l'ex ministro Nicola Mancino per falsa testimonianza.

Già in passato in diversi procedimenti giudiziari nei confronti di mafiosi ma anche di ufficiali dello stato (vedasi la cronistoria di Wikipedia) era stata affermata l'esistenza di queste trattative ed era stato anche esibito il famoso “papello” di Totò Riina con le richieste della mafia, ma non c'erano state incriminazioni per il semplice fatto di aver condotto queste trattative.

Estremamente discutibile una trattativa fra lo Stato e organizzazioni criminali ma trattative in realtà spesso ci sono state e continuano ad esserci; perfino lo stato di Israele in un caso ha accettato di trattare. L'Italia poi tratta regolarmente e paga fior di riscatti per la liberazione degli ostaggi catturati dai terroristi islamici di diversa estrazione. Il funzionario del Sismi Nicola Calipari ha perso la vita alla conclusione del rapimento della giornalista Giuliana Sgrena in Iraq.

Non sembra quindi giustificato né il moralismo di quanti si dicono scandalizzati dalla trattativa (che certamente c'è stata) né questo protagonismo dei giudici nei confronti di funzionari dello Stato che probabilmente agivano su mandato o semplicemente sondavano gli eventuali margini di manovra.

Non si deve dimenticare lo stato di assoluta emergenza di quegli anni, con la mafia che aveva intrapreso una vera e propria campagna stragistica, prima per vendicarsi della carente copertura politica (Andreotti, Lima & Co) che aveva consentito in Cassazione la conferma della sentenza del maxi processo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo, poi per ottenere l'attenuazione del 41 bis che aveva aggravato di molto le condizioni di carcerazione dei boss mafiosi.
Una mafia che nel gennaio del 1994 aveva predisposto un attentato allo stadio Olimpico per uccidere “almeno 100 carabinieri”, ma la bomba non era esplosa, o non era stata fatta esplodere.
Una mafia che, dopo gli attentati alla Galleria degli Uffizi con i 200 chili di tritolo piazzati in via dei Georgofili, a San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, minacciava di far saltare in aria la Torre di Pisa .
Si proclama che la perdita anche di una sola vita umana è più grave di qualsiasi distruzione materiale e così dovrebbe essere, ma così non è.

Undici gli attentati dal 1992 al '94 (vedi Wikipedia) Poi il ministro degli Interni Vincenzo Scotti fu sostituito da Nicola Mancino e quello della Giustizia Claudio Martelli da Giovanni Conso che, motu proprio, senza alcuna trattativa, così ha sostenuto anche davanti ai giudici del tribunale di Palermo, revocò il carcere duro a 140 boss mafiosi. E da vent'anni la mafia ha smesso di sparare.

Per ulteriori informazioni, oltre alle citate voci di Wikipedia, si veda l'articolo di Attilio Bolzoni su la Repubblica del giugno 2012 riportato su Arengario.

Stigmatizzare le trattative ed inneggiare all'operato della magistratura oggi è un must, e tutti i giornali, in particolare quelli cosiddetti di sinistra sono allineati su questa posizione. Sabina Guzzanti su Twitter ha cinguettato affermando che: “…i traditori nelle istituzioni ci fanno più schifo dei mafiosi”.

Ma negare, come stiamo facendo, che l'esistenza di questi contatti, di queste trattative, configuri un reato e sia quindi obbligatoriamente perseguito dalla magistratura, non significa certamente chiudere gli occhi di fronte a quanto di oscuro c'è stato in quegli anni di sangue. Non si possono trascurare i torbidi connubi fra la mafia e i servizi, come sempre deviati, e ci riferiamo all'attentato dell'Addaura ma anche ai misteri non chiariti nell'assassinio del giudice Paolo Borsellino con tutta la sua scorta e del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro.

Franco Isman

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  18.10.2014