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Noi laici e la libertà di pensiero
Umberto De Pace

libertÓ di pensiero

Noi laici non possiamo esimerci dal cercare di dare risposta alle tante domande che l'epoca attuale ci pone. E' un compito che ci spetta, il non assolverlo lascerebbe aperto il campo del confronto/scontro alle sole passioni confessionali e, cosa ancor più grave, non permetterebbe a questa nostra epoca “globale” di trovare quella stabilità ed equilibrio necessari a garantire la convivenza.
Noi laici dobbiamo essere soggetti attivi non solo rivendicando e affermando i nostri valori e principi, ma dobbiamo saperli tradurre e rinnovare alla luce della nuova realtà che stiamo vivendo; avendo cura di affiancare alla dovuta tolleranza, i limiti e le regole per i quali si chiede a tutti il rispetto; occorre chiarire i diritti e i doveri insiti nella solidarietà ed entrambi necessari alla costruzione di quella società multietnica e multiculturale quale è quella odierna, quantomeno del mondo occidentale.
Giungono a noi laici in questi giorni, accuse da più parti – di aver creato una società del “nulla” (da settori del credo cristiano) o una società del “peccato e della perdizione” (da settori del credo islamico) – dove facili generalizzazioni e discutibili analisi antepongono, a una sobria lettura della realtà, una visione manichea della stessa.

Chiariamo innanzitutto che anche noi laici siamo tutti – al di là del possibile o meno credo religioso dei singoli – dei “credenti” in quanto crediamo fermamente nell'essere umano. A ciò facciamo seguire il primo principio basilare che ci ispira che è quello della “libertà di pensiero”, dal quale scaturisce a sua volta, secondariamente, la “libertà del credo religioso”. Questo principio è indiscutibile, non è negoziabile e in questo mondo globalizzato, noi laici dobbiamo saperlo tradurre in tutte le lingue, con esso dobbiamo contaminare tutte le culture, attraverso di esso dobbiamo filtrare tutti i credi religiosi.
Per questo la società che abbiamo costruito – pur consapevoli che va migliorata, arricchita, trasformata, pur consapevoli delle enormi responsabilità che abbiamo nelle ingiustizie e diseguaglianze di questo mondo – rimarrà sempre e comunque una società aconfessionale, con una netta e chiara distinzione e indipendenza tra l'agire politico dei cittadini e quello delle varie autorità ecclesiali o religiose. Noi laici crediamo che ciò debba avvenire in tutti i paesi al mondo; non solo lo auspichiamo, ma ci batteremo affinché ciò avvenga.

Una delle tante note a piè di pagina del principio di libertà del pensiero è la satira che in questi giorni ha conquistato tragicamente le prime pagine dei media internazionali. Nota a piè di pagina ma esemplificativa dell'insostituibilità della società laica quale garanzia della libertà di pensiero. La satira, anche quella “stupida e cattiva” alla Charlie Hebdo, ha un suo ambito ben circoscritto nella società laica che è quello di dissacrare, criticare, attaccare, ridicolizzare il potere in tutte le sue espressioni politiche, culturali, religiose, morali, etiche. Non ha grandi regole (direi poche in Francia, da noi il discutibile “buon costume”) ma ha degli spazi. Non cerca consenso anzi … lo rifugge sapendo che sarebbe anch'esso un fardello per la sua libertà. E quindi quali sono i limiti al suo “sproloquiare”, quali le possibili regole da applicare alla sua “offesa”? Principalmente gli “spazi ristretti” nei quali è relegata, costituti dall'edizione del periodico, dal libro pubblicato, dallo spettacolo eventualmente prodotto. E' in quegl'ambiti che la satira esprime la sua “stupidità e cattiveria” e chi lo ritiene è libero di usufruirne senza nulla togliere a chi ne fa volentieri a meno.
Se pensiamo che la tiratura media di “Charlie Hebdo” era di circa 60.000 copie, forse è chiaro a tutti che, al di là delle menti malate dei loro assassini, la maggior parte di noi non sapeva nemmeno che esistessero quelle vignette e un'altra buona maggioranza di persone, pur laiche come noi, non ne hanno mai apprezzato i contenuti. Ciò non toglie che il compito svolto da tale satira va al di là del numero dei suoi lettori. Per questo la risposta a un così insensato e vile massacro sono state le manifestazioni di milioni di persone e la pubblicazione e vendita di sette milioni di copie del giornale.
Perché uno dei compiti della satira, non meno importante, investe tutti gli appartenenti alle nostre società laiche, ed è quello di dimostrare che anche le critiche più “stupide e cattive” non intaccano per nulla i principi di libertà, solidarietà, uguaglianza, fraternità che, in modi pur differenti, le caratterizzano.

Certo, la potenza di diffusione dei mezzi di comunicazione odierni non può essere sottovalutata, né lo può essere la capacità di amplificazione e sovraesposizione che tali mezzi hanno. Ne sono prova le imponenti manifestazioni che nei paesi mussulmani, ancora oggi, sono fonte di tensione e purtroppo di nuovi morti. E se il tutto appare come una cosa priva di senso e si basi in gran parte su strumentalizzazioni, distorsioni, ignoranza e manipolazione non possiamo fare a meno di tenerne conto. Ciò significa in tutti i modi, ognuno per la propria parte, cercare di abbassare i toni. Ciò significa non cadere nel ricatto del terrore, anzi, significa operare affinché dopo la globalizzazione del denaro e delle merci si giunga finalmente alla globalizzazione delle genti e con loro alla globalizzazione delle libertà, prima fra tutti la libertà di pensiero.

Fin qui sulla satira e al di fuori di essa? Valgono gli stessi criteri di libertà per lei adottati? Se i limiti di libertà per la satira sono determinati dai suoi spazi “ristretti” quali sono quelli per la libertà di pensiero in senso più ampio?
Penso che sia chiaro a tutti che parliamo di spazi diversi, limiti e regole diverse. Lascio a persone più esperte e preparate di me i dovuti approfondimenti giuridici, etici e sociali, mi limito a sottolineare l'aspetto fondamentale del “rispetto dell'altro”. Il principio della libertà di pensiero deve avere tale rispetto al suo centro, quale garanzia della sua effettiva libertà e universalità e non essere semplicemente utilizzato a proprio beneficio e consumo.
Qualche esempio: la stupida, inaccettabile e condannabile esposizione in televisione di una maglietta con una vignetta sull'islam, fatta a suo tempo dal leghista Calderoli, è tutt'altra cosa delle “stupide e cattive” vignette di Charlie Hebdo. Come penso sia chiaro ai più, l'uso della parola “coglione” fatta su qualsivoglia vignetta e l'uso della stessa parola indirizzata verso i propri avversari, fatta pubblicamente da parte di uomini politici o giornalisti (Silvio Berlusconi e Giuliana Ferrara docet) anche se purtroppo molti qui in Italia fanno finta di non comprenderlo. Peggio per loro.

Concludo rifacendomi alla recente affermazione di Papa Francesco sul “pugno” che darebbe senza esitazione a chi dovesse offendere sua madre, data in risposta a una domanda fattagli sulla satira. Non starei a scomodare esegesi bibliche per comprenderla, né ricerche di errori nel suo magistero, quanto la leggerei nella sua straordinaria carica umana – d'altronde questo Papa ha da subito allontanato qualsiasi aura divina dalla sua carica – e nella limpida spontaneità. Che si riferisse a sua madre naturale o alla sua Madre Chiesa, poco importa; importa invece ricordare che il riferimento era al suo “grande amico” dottore, qualora ipoteticamente l'avesse offeso … si riscopre il naturale e umano gesto che ai più verrebbe spontaneo agire. Nulla a che vedere con Charlie Hebdo che nelle sue espressioni il Papa non può che biasimare ma al quale, sono certo, non è un pugno quello che vorrebbe dare. Per quanto invece riguarda l'Islam, consiglierei ai credenti mussulmani piuttosto che manifestare contro vignette satiriche, di farlo con altrettanta forza e determinazione contro gli jihadisti assassini – siano essi dell'Isis, di Al Qaeda o di Boko Haram – le cui pallottole, il cui tritolo o lame di coltello sono molto più blasfeme non solo per l'Islam ma per l'umanità intera. Non si nascondino quindi dietro al profeta Maometto il quale ripeteva sempre: “Io sono un uomo, un semplice uomo e sono solo il messaggero di Dio”. E Maometto per noi laici, senza offesa ad alcuno, rimane un uomo, appunto.

Umberto De Pace

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  20 gennaio 2015