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Il coraggio della responsabilità
50 anni fa il processo a don Milani
Tania Marinoni

don MIlani
Don Milani e la scuola di Barbiana

“L'obbedienza non è più una virtù”: così risponde nel 1965 don Lorenzo Milani ai giudici e ad un gruppo di ex combattenti che lo ha denunciato per apologia di reato, perché ritiene un atto nobile e dovere di un cristiano l'obiezione di coscienza. La legge italiana non consente ancora di servire il paese in altri modi se non con le armi e chi rifiuta di prestare servizio militare viene punito con la reclusione in carcere, perché renitente alla leva.
Negli anni Cinquanta Barbiana è una sperduta frazione di montagna del comune di Vicchio, sull'appennino toscano. Le poche auto in circolazione faticano quasi a raggiungere il piccolo centro nel cuore del Mugello, non ancora servito dalla luce elettrica. La vita degli abitanti è fortemente condizionata dal disagio economico e dall'asperità del territorio; i pochi giovani lasciano presto la scuola per aiutare le famiglie nei campi. E' in questo contesto di profondo degrado che la curia fiorentina destina don Lorenzo Milani, un giovane sacerdote di San Donato di Calenzano, divenuto presto inviso alle gerarchie ecclesiastiche.

Fin dal suo arrivo nella comunità rurale il priore di Barbiana si dedica alla missione cui si sente chiamato: l'elevazione sociale e spirituale dei ragazzi altrimenti condannati all'ignoranza. Apre così una scuola a tempo pieno per dare loro un'istruzione, l'arma con cui il povero può fronteggiare il sopruso del ricco. Impartisce ai suoi "figlioli" un'educazione rigorosa, di trecentosessantacinque giorni l'anno, senza ricreazioni né vacanze, perché “la scuola deve essere monarchica, assolutista se vuol creare gli strumenti della democrazia”. I giovani studiano per l'intero arco della giornata, vivendo a stretto contatto con il sacerdote, che coglie tutte le occasioni per impartire loro lezioni, perché “ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani”.

Sta insegnando, don Milani, quando, nel febbraio del 1965, un amico porta in aula l'articolo di un giornale. Il pezzo, pubblicato il 12 del mese su La Nazione, è vecchio di una settimana e riporta L'ordine del giorno dei cappellani militari in congedo della Toscana. Gli ecclesiastici, riunitisi il giorno prima per celebrare l'anniversario della conciliazione tra la Chiesa e lo Stato, intendevano rendere omaggio ai caduti “di tutti i fronti e di tutte le divise” che si erano sacrificati per l'Italia. Ma il testo si conclude con una sentenza, una condanna, che turba profondamente don Lorenzo e i suoi allievi. Gli autori del comunicato decretano il loro giudizio su chi non intende prestare servizio militare, su quei giovani che, per motivi ideologici, o di fede, rifiutano di imbracciare le armi. Il passo recita così: I cappellani militari… Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento dell'amore, è espressione di viltà.

A queste parole ingiuriose reagisce don Lorenzo, nella sua duplice veste di ministro di Dio e di educatore, rispondendo con una lettera che sarà poi incriminata, in seguito alla denuncia sporta da parte di ex combattenti, perché “profondamente e dolorosamente feriti nel loro più sacro patrimonio ideale di cittadini e di soldati”. Al processo, che terminerà con la sua assoluzione, il priore, da tempo malato di cancro, non può presentarsi, per l'aggravarsi della malattia. Scrive allora una Lettera ai Giudici, che sarà raccolta con gli altri documenti processuali (L'ordine del giorno dei cappellani militari in congedo della Toscana, Risposta di don Lorenzo Milani ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell'11-2-1965, Denuncia di don Lorenzo Milani da parte di un gruppo di ex combattenti, Lettera ai Giudici, Sentenza) in “L'obbedienza non è più una virtù”.

Ciò che il sacerdote contesta nella risposta ai cappellani prima e nella lettera ai giudici dopo, è il concetto di patria esaltato nel comunicato: quell'ideale anacronistico che ha portato solo sofferenza e ha reso il nostro paese detestabile agli occhi altrui. “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli” recita la Costituzione nel secondo articolo, che il priore invoca per denunciare la natura offensiva delle azioni militari intraprese nell'ultimo secolo. Ripercorrendo brevemente la storia dall'Ottocento fino alla metà del Novecento, si evince chiaramente che ad onorare il paese non è stato chi ha ciecamente obbedito agli ordini sciagurati dei superiori, ma chi ha coraggiosamente disatteso a quegli ingiusti comandi. “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Questa è la patria di don Milani, il popolo degli sfruttati, che impugna i soli strumenti nobili riconosciuti dalla Costituzione: la sciopero e il voto; sono i suoi “figlioli”, che due anni dopo, nel suo testamento, dichiarerà di aver amato più di Dio e ai quale vuole insegnare a leggere e a scrivere, perché “la parola rende uguali”, permettendo al povero, allo sfruttato, di difendersi dall'ingiustizia dell'oppressore.

La patria non è quindi, per don Lorenzo, un territorio definito da “confini mobili”, stabiliti dai capricci dei governanti, da difendere con le armi e la cieca obbedienza ai superiori. Ma alle parole provocatorie dei cappellani militari nessuna autorità civile, né religiosa reagisce: per questo si mobilita la piccola comunità del Mugello, che fa proprio il “motto intraducibile dei giovani americani migliori”: I care si legge su una parete della scuola di Barbiana “mi sta a cuore”, l'esatto contrario del “Me ne frego” fascista.

Interviene don Milani, per insegnare ai suoi giovani come deve rispondere il cittadino all'autorità quando sbaglia, come il sacerdote si rapporta al vescovo in difetto, esercitando il diritto di libertà di parola e di stampa. Ma la reazione del priore è provocata anche da un altro motivo, ben più profondo. A dettare le sue parole è il senso di responsabilità di fronte ai suoi figlioli, è l'amore per la carica che ricopre, quella di educatore. Il maestro svolge un compito delicatissimo, perché da un lato ha piena responsabilità verso il discepolo, che non può ancora esercitare diritti civili e in questo gli è sottoposto; ma deve anche “indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. L'allievo, divenuto adulto, opererà per dare alla società, al diritto, leggi migliori di quelle vigenti: in questo il giovane è superiore all'educatore. Così “quando è l'ora non c'è scuola più grande che pagare di persona un'obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede”.

E' questo il motivo che induce don Milani a scrivere la lettera in risposta alle parole dei cappellani; quella lettera pubblicata poi su Rinascita il 6 marzo 1965, che lo condurrà quindi sul banco degli imputati. Fanno scuola con il loro esempio don Lorenzo, ma anche i trenta giovani che, renitenti alla leva, stanno scontando la pena prevista in carcere. Rappresentano tuttavia reato le parole del priore? Quale patria hanno servito coloro che hanno obbedito agli ordini? Nei decenni precedenti una minoranza piuttosto esigua aveva diritto al voto e i contadini, come gli operai, erano stati esclusi “dalle leve del potere”. “I nostri maestri si dimenticavano di farci notare una cosa lapalissiana e cioè che gli eserciti marciano agli ordini della classe dominante” scrive il sacerdote. Gli eserciti hanno quindi difeso gli interessi di una classe ristretta e non della maggioranza; la massa della popolazione era chiamata a dare la vita per pochi privilegiati di un paese che non le riconosceva diritti. “Dal '22 al '45 il certificato elettorale non arrivò più nessuno, ma arrivarono a tutti le cartoline di chiamata per tre guerre spaventose”. La scuola che ha formato la generazione del priore ha omesso di dire questo, preparando così il paese a compiere le tragedie più grandi che l'umanità avrebbe potuto conoscere.

Don Milani non può commettere lo stesso errore con i suoi discepoli: deve quindi insegnare loro cosa sono state le guerre nel corso della storia, e quali le conseguenze di un'obbedienza acritica ai comandi ricevuti. “Non posso non avvertire i miei ragazzi che i loro infelici babbi han sofferto e fatto soffrire in guerra per difendere gli interessi di una classe ristretta (di cui non facevano nemmeno parte!) non gli interessi della Patria”. Ma l'obiezione di coscienza è riconosciuta a vescovi e preti proprio da quel concordato che i cappellani militari hanno voluto celebrare e il codice civile permette al soldato di disattendere a quegli ordini che non abbiano una parvenza di legalità. Quindi la convenzione tra la Santa Sede e lo Stato non condanna il rifiuto di imbracciare le armi da parte di ecclesiastici e la legge italiana permette al militare di disobbedire ai comandi che riconosce come ingiusti. Si, perché anche il soldato ha una coscienza e ad essa deve rispondere prima che ad ogni altro imperativo ricevuto. “…c'è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell'umanità la chiama legge di Dio, l'altra parte la chiama legge della Coscienza”. E' quindi alla voce della coscienza che i laici devono dare ascolto e ai comandamenti di Dio che i fedeli sono chiamati ad obbedire, perché su ognuno ricade la responsabilità degli atti che compie, anche se ordinati dai superiori. Questo è ciò che insegna un principio di diritto romano, che il priore ha studiato a teologia morale, il Principio della responsabilità in solido.

Sono trascorsi cinquant'anni esatti dagli eventi riportati, nel corso dei decenni la legge italiana ha riconosciuto l'obiezione di coscienza, permettendo a molti giovani di servire degnamente il paese con modalità alternative a quelle previste dal servizio militare. Oggi la leva non è più obbligatoria e chi non intende imbracciare le armi non viene più condannato alla reclusione in carcere . La scuola ha trasmesso valori molto diversi e ben più alti della cieca obbedienza, permettendo, come insegnano le parole di don Milani, a giuristi di formulare leggi migliori di quelle vigenti in passato. Ma anche in questi anni, in una società sempre più complessa, il messaggio del priore di Barbiana è quanto mai attuale. E perché anche in futuro l'umanità possa dire “di aver avuto…un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico” è agli educatori che spetta il nobile compito di “di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto”.

Tania Marinoni

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  4 marzo 2015