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Sull'inutilità della pena
dal seminario “punire è necessario?”
Tania Marinoni

Santa Inquisizione

L'incontro tenuto sabato 11 aprile al Teatro Sales di Milano da Gherardo Colombo e Carlo Sini, ha coinvolto un cospicuo numero di partecipanti a riflettere sull'inutilità della pena, attraverso l'analisi storica delle categorie culturali della società occidentale. L'iniziativa, che si è svolta attraverso un confronto dialettico tra la figura del filosofo e quella del giurista, ha incoraggiato anche il prezioso e costruttivo contributo dell'auditorio.

Per decidere sull'utilità della pena occorre innanzitutto stabilire quale fine si voglia raggiungere attraverso la sua applicazione. Gli obiettivi conseguibili con la correzione punitiva sono cambiati nel corso della storia, in relazione alla diversa concezione del soggetto e alla separazione graduale tra materia giuridica e religiosa. Il concetto di pena è strettamente connesso a quello di giustizia, amministrata da due istituzioni in perenne conflitto di interessi: lo stato e la chiesa. In occidente la cultura si è sempre plasmata sulla religione e anticamente il contenuto della legge coincideva con la parola di Dio. La sua interpretazione circa la tematica della trasgressione non era univoca, ma portatrice di due messaggi diametralmente opposti: uno condannava il colpevole a risarcire il male commesso subendolo a sua volta, l'altro, invece, prevedeva il ricongiungimento con il trasgressore.

Il corpus normativo venne influenzato dalla prima concezione, sopravvissuta anche dopo l'avvento del cristianesimo che, nel suo splendido quanto rivoluzionario messaggio, esortava ad amare i propri nemici e a pregare per i propri persecutori, rinunciando a qualsiasi proposito di vendetta. La società fu così impostata, sia nell'ambito dei normali rapporti personali, che in quello della devianza, sulla logica della prevaricazione, che si esplicava nelle relazioni umane attraverso la discriminazione e nel rapporto con gli altri popoli mediante il ricorso alla guerra. Imposizione ed obbedienza alle leggi costituivano i fondamenti di una società, che sapeva rispondere alla trasgressione solo con l'esclusione.

Dai tempi dell'antica Grecia fino al diciassettesimo secolo la giustizia colpiva l'atto compiuto e non si rivolgeva contro il suo autore. Nei processi la confessione giuridica, estorta attraverso la violenza e contaminata da quella religiosa, denunciava, in un'unione simbiotica tra giurisprudenza e fede, nel colpevole anche il peccatore e nel reato, il peccato. In epoca medievale si riteneva la devianza una diretta conseguenza della possessione demoniaca ai danni del soggetto: contro di essa si rivolgeva l'ordinamento giuridico, esercitando tremendi supplizi sul corpo del condannato, per liberarlo dal possesso satanico.

Nella società borghese, invece, un diverso approccio al concetto di soggetto, considera l'autore dei reati colpevole solo se responsabile delle sue azioni. La giustizia punisce il trasgressore, liberando la società dall'elemento iniquo e non il posseduto dal demonio. Nell'ottica moderna il potere non si incarna più nel corpo del Principe e, spostandosi la questione giuridica sul piano psicologico, non ha più senso colpire il trasgressore con castighi corporali. Nell'infliggere la pena secondo le modalità attuali si considera il soggetto metafisicamente ed ontologicamente responsabile se agisce nel pieno delle sue facoltà: le azioni divengono così il frutto dell'indiscutibile libero arbitrio degli individui.

Il cittadino desiste dal rispondere alla trasgressione con la vendetta, conferendo allo stato il compito di punire: così azioni che, se relegate nell'ambito della sfera privata assumono una connotazione negativa, diventando reati, quando compute dal sovrano, sono necessarie e legittime. Benché adottati dalle istituzioni, i provvedimenti punitivi si rivelano comunque generatori di sofferenza: un importante quesito filosofico circa la natura del male induce a domandarsi se esso sia individuabile ontologicamente o per paternità. “Il male si rivela in quanto tale, oppure lo diviene in relazione all'autore che lo compie?”.

Nell'esercizio del potere lo stato rinuncia tradizionalmente alla tutela dei deboli, mantenendo un ordine gerarchico in favore di chi siede al vertice: la struttura sociale, che in passato poneva persone e popoli, se di diversa forza, in relazione attraverso la sopraffazione, e quando sullo stesso livello, mediante lo scambio oneroso, ha conservato l'articolazione piramidale attraverso i secoli. L'azione del sovrano è tangibile ancora oggi nella concessione della grazia, negli istituti dell'indulto e dell'amnistia, intesi come “manifestazione di elargizione dall'alto di una concessione tesa a sottolineare l'onnipotenza del vertice della società”. Nella moderna concezione la pena si configura come strumento di supposta custodia, di prevenzione, ed è finalizzata, secondo la Costituzione, a riabilitare il trasgressore. Essa, eccezion fatta per quella pecuniaria, si traduce sempre con la reclusione in carcere per qualsiasi reato, differenziandosi solo nella durata della detenzione, in funzione, questa, della gravità del crimine commesso.

La communis opinio attribuisce alla pena diverse funzioni, nella convinzione, ad esempio, che possa costituire una sorta di risarcimento per la vittima. Tuttavia dalla sofferenza imposta a chi ha leso la propria dignità non si ottiene alcun beneficio, ma solo la possibilità di inasprire quel sentimento di vendetta che, conferendo allo stato quella facoltà di punire in precedenza concessa alla vittima, si è tentato di ridimensionare. La pena non giova nemmeno in termini di prevenzione, come si può facilmente evincere dai dati: il suo inasprimento non registra un andamento decrescente dei reati, ma anzi, spesso, proprio il contrario.

L'alto tasso di recidiva testimonia inoltre la sua totale inutilità per il trasgressore: il carcere è un non luogo che isola, esclude, emargina e non reintroduce il soggetto nella società. A livello teorico la reclusione forzata può avere senso solo se si ritiene giusta l'espulsione dalla relazione con l'altro e l'allontanamento dalla comunità: pratiche, queste, possibili all'interno di una visione strumentale dell'essere umano, che gli conferisce dignità non in quanto tale, ma per le sue azioni. E' attraverso questa mentalità che nel corso della storia si sono compiute le peggiori atrocità, come lo sterminio di un intero popolo, l'utilizzo della bomba atomica e la persecuzione delle minoranze.

La Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno introdotto una grandissima novità in campo etico e giuridico, attribuendo all'essere umano dignità intrinseca: è questo il fondamento imprescindibile per una società che si fondi sul riconoscimento dell'altro, sia in ambito della normalità, che in quello della trasgressione. Occorreva “riconoscere una nuova dimensione alle relazioni tra le persone, e il punto di partenza non poteva consistere che nel considerare l'individuo come dignità, e perciò come autonomo e originario portatore di diritti intangibili”.

Ma il riconoscimento della dignità umana invita a considerare la relazione con l'altro secondo il concetto della gratuità e del dono, ritenendo possibile il superamento della pena. Attualmente, come in passato, resistenze retrograde di diversa natura rendono il processo faticoso e inducono erroneamente a considerarlo utopico. Indispensabile sarebbe l'azione formativa di una scuola in grado di trasmettere questo messaggio alle nuove generazioni; tuttavia le attuali istituzioni si organizzano sulla struttura classica del concetto “obbedienza-trasgressione-pena” e anche l'educazione è stata impartita attraverso le categorie di premio e punizione. La paura formava individui obbedienti, nella certezza che fosse preferibile la sofferenza derivante dal rispetto della regola, piuttosto che quella inflitta per la sua trasgressione. Le modalità repressive impostano tuttora il sistema educativo secondo un modello culturale discriminatorio, che contempla nella pena un carattere istruttivo e preventivo.

La paura si rivela come strumento diseducativo nel garantire l'obbedienza a qualsiasi imperativo, indipendentemente dal suo contenuto e si dimostra altresì inefficiente, nell'esigere un costante controllo; la convinzione, invece, rende il soggetto nei confronti della regola “custode della sua osservanza”. Imporre sofferenza crea individui obbedienti, ma non responsabili delle loro azioni, poiché la pena non è generatrice, ma negazione della responsabilità.

Anche il concetto di regola è stato e viene tuttora frainteso, poiché sovente confuso con quello di punizione. Alla sua trasgressione non segue per natura il castigo, che può essere applicato, ma non rappresenta la naturale conseguenza della mancata osservanza. Trasgredendo la regola si incorre invece nel mancato raggiungimento dello scopo, che è garantito, se ad essa ci si attiene. “La regola consiste in una indicazione, indotta <dalla reale o presunta costanza dei fenomeni>” ed “indica come comportarsi in determinate situazioni”.

Nella visione biblica alternativa a quella dominante, la pena non consiste nel castigo inflitto da Dio, ma nella sofferenza per la lontananza dal suo amore. Il peccato rompe infatti la relazione tra il soggetto e la divinità, gettando il primo in una condizione di solitudine: l'azione salvifica non ha carattere punitivo, ma è tesa a stimolare la ricomposizione che era stata sciolta, indirizzandosi verso la riconciliazione con il peccatore. Nell'ottica escatologica la salvezza si contrappone alla dannazione: la prima consiste nella riconciliazione tra Dio e il colpevole, la seconda nella sua esatta negazione. Lo splendido messaggio della misericordia divina può tradursi nella società come recupero del dialogo tra la comunità e il trasgressore, in un percorso che richiede responsabilità da entrambe le parti: la prima deve rinunciare all'intento di esclusione, riaccogliendo il secondo, che si impegna ad essere riaccettato. Il cammino che reintroduce il soggetto all'interno della società vede infatti il coinvolgimento non solo di questi e della vittima, ma anche dell'intera comunità, permettendo così di ricostruire, attraverso al riconciliazione, la relazione privata, ma anche il tessuto sociale.

Questo splendido progetto esige, come afferma Colombo, una “catena di idee” che conduca ad una nuova mentalità, indirizzando la società verso un rivoluzionario e necessario umanesimo. Indispensabile si rivela tuttavia, secondo le parole di Sini, anche l'azione di una struttura economico-sociale rinnovata da una nuova concezione delle relazioni umane. Difficoltà a livello sia culturale, che in ambito economico rendono complesso il cammino verso una più degna concezione dell'uomo. Nella storia, tuttavia, sono stati compiuti numerosi e significativi passi avanti, permessi sia dal potere concentrato, ravvisabile nelle istituzioni, ma anche da quello diffuso, che risiede nella sensibilità di ciascuno. E' attraverso l'azione sinergica tra individui e struttura sociale che diviene possibile quel progresso culturale fondato su una nuova teoria delle relazioni e sul rispetto della dignità umana.

Tania Marinoni

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  23 aprile 2015