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“Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno”
Tania Marinoni

beatificazione monsignor Romero

Sono le 17,30 del 23 marzo 1980 e nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza a San Salvador monsignor Oscar Romero inizia la celebrazione di una messa per i malati terminali di cancro. Accanto al padiglione si trova la casetta del custode del nosocomio che dal 23 febbraio 1977, giorno della sua nomina ad arcivescovo della capitale, è diventata la sua dimora.
Terminata l'omelia, Romero sta procedendo alla consacrazione, quando un sicario entra all'improvviso nella cappella e spara un colpo d'arma da fuoco contro di lui, il proiettile raggiunge alla giugulare il prelato che si accascia al suolo privo di vita: muore così l'arcivescovo dei poveri, il pastore del popolo vessato dagli “squadroni della morte”, contro cui da tre anni levava quotidianamente la voce, in nome di quella fede, che lo chiamava accanto ai perseguitati e agli ultimi.

El Salvador è un piccolo paese dell'America Latina che dal 1931, anno delle uniche elezioni libere in tutta la sua storia, conosce solo un susseguirsi di governi dittatoriali militari, strumento di dominazione dell'oligarchia locale. In questo contesto non c'è spazio per la società civile e per le riforme sociali. Quando il paese negli anni Sessanta attraversa una fase di sviluppo economico, favorito anche dagli Stati Uniti, si assiste da una parte alla nascita di organizzazioni sindacali e dall'altra ad un rafforzamento degli apparati militari, che esercitano numerosi episodi di violenza a danno delle prime. Nel decennio successivo la tensione tra la popolazione e le classi dominanti si inasprisce e, alla richiesta delle riforme sociali da parte delle masse popolari, la classe governativa, decisa a mantenere i propri privilegi, risponde con un'aspra repressione.

Per contenere l'insorgere della popolazione e per arginare un possibile pericolo comunista, il governo si avvale degli “squadroni della morte”, che compiono numerosi e gravissimi atti di violenza contro universitari, contadini e chiunque venga additato come sovversivo. Queste organizzazioni sono gruppi militari vicini alla destra estrema, assoldati dall'oligarchia latifondista ed imprenditoriale. A coordinarli è il maggiore Roberto D'Aubuisson, che dal 1978 si afferma come principale leader di queste appendici dei sistemi di intelligence dell'esercito e delle forze di sicurezza. Inizia così un'escalation di violenze, massacri e uccisioni nei confronti di tutti coloro che vengono cponsiderati come nemici del governo e rappresentano una potenziale minaccia per il mantenimento dello status quo delle classi dominanti.

Anche in El Salvador, come quasi in tutti i paesi dell'America Latina governati da regimi dittatoriali, molte persone scompaiono nel nulla; gli arresti, con tutto ciò che seguiva, venivano eseguiti di notte, in totale segretezza. E' il terribile e vergognoso fenomeno dei desaparecidos, di quelle migliaia di persone che, per il solo fatto di essere sospettate di attività antigovernative, vengono fatte sparire e consegnate all'oblio.

All'interno della chiesa cattolica diversi sacerdoti decidono fare propria la causa dei poveri e degli sfruttati, interpretando la Liberazione promessa dalla religione cristiana in senso sia spirituale, che politico-sociale. E' questa la tesi centrale della Teologia della Liberazione, un movimento religioso che si diffonde in America Latina e deve il nome al saggio del sacerdote e teologo Gustavo Gutierrez, considerato uno dei padri fondatori della corrente. Egli stesso la definisce nel suo scritto come il “tentativo di interpretare la fede a partire dalla prassi storica concreta, sovversiva e liberatrice, dei poveri di questo mondo, delle classi oppresse, dei gruppi etnici disprezzati, delle culture emarginate”.

Nel febbraio 1977 l'arcivescovo di San Salvador si dimette e il nunzio apostolico vede in Oscar Romero l'uomo adatto a ricoprire la carica vacante. Ritiene che il vescovo, interessato più alle tematiche teologiche che alle questioni sociali, non creerà problemi al governo. La sua elezione episcopale viene salutata con entusiasmo dalle correnti più conservatrici della chiesa cattolica, sicure che il porporato saprà porre un freno alle continue pressioni e ai disordini provocati dalle classi popolari; freddezza e distacco manifestano, invece, le correnti più progressiste.

Ma pochi giorni dopo la nomina di Romero ad arcivescovo, il gesuita Rutilio Grande, esponente della Teologia della Liberazione, viene ucciso insieme a due catecumeni. Questo triste avvenimento opererà nell'arcivescovo una vera e propria conversione nel suo atteggiamento di fronte al potere politico. Per monsignor Romero diviene chiaro che la chiesa deve operare al fianco dei più deboli e fare proprie le loro rivendicazioni: per troppo tempo infatti è stata lontana dai poveri, dagli oppressi e, alleata dei potenti, ha avuto una grande responsabilità nel creare quella società pervasa da ingiustizia e violenza. La chiesa deve dare voce al popolo, assisterlo nelle sue giuste rivendicazioni.

In questo clima politico e sociale Oscar Romero diventa in soli tre anni la figura che tutto il mondo conosce e per l'oligarchia locale una seria e pericolosa minaccia.
Al termine delle sue omelie con una lista di nomi ricorda le vittime della settimana.
La voce dell'arcivescovo non tuona solo all'interno delle mura della cattedrale, ma raggiunge l'intera popolazione attraverso la radio diocesana. La grave situazione politica e sociale in cui versa il paese viene da Romero definita come “peccato sociale”:

L'arcivescovo si rivolge direttamente anche alle autorità. Dopo l'uccisone di Rutilio Grande chiede al presidente Molina di investigare sulla sua morte e di fare chiarezza sui fatti avvenuti. Il 17 febbraio 1980 scrive una lettera all'allora presedente degli Stati Uniti Carter per chiedere di rinunciare ad appoggiare militarmente il governo locale con l'invio di armamenti.
E' ai militari, colpevoli di violenze contro il popolo, che Romero, il 23 febbraio 1980, si rivolge nella sua ultima omelia, il giorno prima della morte. Fa appello in questa occasione alla coscienza, alla quale ogni uomo deve obbedire, compreso un soldato, che non deve sentirsi in obbligo di eseguire un ordine immorale.

Ma la chiesa cattolica come guardava alla missione dell'arcivescovo di San Salvador? Come giudicava l'operato di colui che si era fatto “Voz de lo sin Voz”? Romero incontra Paolo VI per l'ultima volta il 21 giugno del 1978, un mese e mezzo prima della sua morte. Il pontefice, che lo ha nominato arcivescovo l'anno precedente, lo accoglie con parole di incoraggiamento, che Romero stesso ricorderà con affetto nelle pagine del suo diario. Montini gli dice: “Comprendo il suo difficile lavoro. È un lavoro che può non essere compreso, necessita di molta forza e pazienza. Anche se so che non tutti la pensano come lei nel suo Paese, proceda con coraggio, con pazienza, con forza, con speranza”. Alcuni sostengono tuttavia che, nonostante la vicinanza espressagli in quella occasione, il papa guardasse con diffidenza all'operato dell'arcivescovo latinoamericano, poiché lo riteneva troppo vicino alla Teologia della Liberazione.
Il 7 maggio 1979 Romero si reca in udienza dal nuovo pontefice Karol Wojtyla per presentargli un dossier sulle violazioni dei diritti umani in El Salvador. L'arcivescovo uscirà “costernato” da quell'incontro per la freddezza con cui il papa ha accolto la sua denuncia. Le parole rivoltegli da Wojtyla furono: “deve avere relazioni migliori col suo governo”.

Monsignor Romero viene riconosciuto martire dalla chiesa anglicana e da quella luterana; il suo popolo, che ha tanto amato, lo ha venerato da subito come santo. La causa di beatificazione dell'arcivescovo si apre nel 1997, ma la pratica resta bloccata. Diversi testimoni riportano le motivazioni addotte da Giovanni Paolo II, che lo inducevano a ritenere non opportuno avviare il processo: “sarebbe stata strumentalizzata dalla sinistra”.

Un mese dopo la sua elezione al soglio pontificio, Papa Francesco ha annunciato che monsignor Romero sarebbe presto divenuto beato e a febbraio ha apposto la firma che ha sbloccato il procedimento. Oggi, alla presenza di sei cardinali, più di cento arcivescovi e vescovi e quattro presidenti dell'America Latina, la chiesa accoglie tra i beati anche il “vescovo, martire, evangelizzatore e padre dei poveri”. La cerimonia, presieduta a San Salvador dal cardinale Angelo Amato, inviato speciale di Papa Francesco e Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, ha visto la sentita partecipazione di circa 300 mila fedeli provenienti da tutto il Sud America. Si rende così giustizia, trentacinque anni dopo la sua morte, ad una figura che ha sacrificato la vita per testimoniare il Vangelo e ha dato esempio di amore verso gli ultimi.

Tania Marinoni

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  24 maggio 2015