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Noi sappiamo
Sull'immigrazione
Umberto De Pace

Immigrazione

E' peggio che nei campi di concentramento”, la scorsa settimana colgo questo commento da parte di un'anziana signora che con evidente dolore legge la notizia terrificante dei migranti morti asfissiati nel camion frigorifero, abbandonato sull'autostrada austriaca. Nei giorni precedenti altre pagine di orrore hanno accompagnato questa tragica estate: le decine di migranti morti nelle stive delle navi, spossati dal caldo e dalla calca o asfissiati dai miasmi del carburante; bastonati a sangue quei pochi che cercavano di uscire. O ancora i migranti respinti con le armi in Grecia, in Macedonia, in Ungheria; quelli impigliati nei reticolati di moderna fattura che al posto delle punte acuminate portano lame taglienti; le lunghe colonne di disperati che attraversano a piedi le campagne, gli accampamenti nei giardini pubblici e lungo le strade delle città, i barconi fatiscenti carichi oltre l'inverosimile.

Ciò che sta accadendo è più che una vergogna per tutta l'Europa. Nessuno può dire “non sapevamo” perché tutto ciò stava già scritto da anni, molti anni, e ciò a cui assistiamo oggi è in gran parte dovuto alla ignavia e alla mancanza di volontà politica da parte delle istituzioni del vecchio continente e dei suoi paesi membri. E' quanto abbiamo più volte scritto e denunciato. Ma il riconoscere la corresponsabilità dell'Europa in questa tragedia non può esimerci dal continuare a pretendere da quelle stesse istituzioni un cambio di rotta e azioni concrete all'altezza della situazione. In tal senso vanno colti i sia pur timidi spiragli di apertura e di presa di coscienza del fenomeno delle migrazioni, scaturiti di recente dalle dichiarazioni del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Così come va considerato comunque un passo avanti la riunione della Commissione europea convocata per il 14 settembre sul tema dell'immigrazione, sia pur se suona surreale e grottesco la sua annunciata convocazione “d'urgenza” di fronte a quanto siamo costretti ad assistere quotidianamente da troppo tempo.

La strada da seguire è sempre la stessa che si poteva (doveva) iniziare molto tempo fa. L'Europa, tutta e unita, deve accogliere i profughi che fuggono da guerre e dal terrore. Quanti? Non è una questione di numeri, vanno accolti quanti ne hanno bisogno: tutti. Con quali risorse? Con le risorse che l'Europa ha a disposizione, coscienti che se dovesse essercene bisogno, tali risorse andrebbero suddivise comunque con chi fugge da guerre e dal terrore. E se l'Europa non fosse sufficiente, si coinvolgano le istituzioni internazionali e gli altri paesi del mondo. Per fare ciò occorre innanzitutto spezzare la tratta dei nuovi schiavi (schiavi del commercio di esseri umani) organizzando canali protetti e prioritari il più vicino possibile ai luoghi di conflitto. In tal senso gli hot spot creati/annunciati ai confini dell'Europa sono meglio che niente e se sapranno ridurre l'estenuante burocrazia dei centri di identificazione conosciuti fino ad oggi, potrebbero essere già un passo avanti.

Occorre inoltre che l'Europa stracci il famigerato trattato di Dublino, dotandosene di uno nuovo che ridia dignità e unità al continente, attraverso un'accoglienza comune e la suddivisione per quote eque dei profughi. Occorre che l'Europa assuma una voce autorevole e unanime ai tavoli di risoluzione dei conflitti, primi fra tutti quello libico e quello siriano, senza dimenticare quello ucraino dove ha dato dimostrazione del modo peggiore in cui si possa gestire un conflitto. Occorre capire che l'Africa siamo anche noi, noi Europa. Non possiamo più permettere che siano i singoli paesi a gestire in modo irresponsabile i propri singoli interessi, affiancati dalle multinazionali predatrici o lasciare che sia terra di conquista da parte della Cina. L'Africa, oggi e domani terra di migrazioni, può diventare dopodomani un continente dalle grandi potenzialità se al centro delle politiche di cooperazione e sviluppo vengono posti gli uomini e le donne che la abitano e non le materie prime o preziose che custodisce nella e sulla sua terra.

Ma ciò non basta perché pensare oggi a un piano che tenti di dare una risposta al fenomeno dei profughi, pensando semplicemente di respingere o di rimpatriare gli altri, i cosiddetti migranti “economici” sarebbe l'ulteriore prova di cecità già ampiamente dimostrata fino ad oggi. Vorrebbe dire continuare a disperdere immense risorse e forze per fermare ciò che non si può fermare: il mondo che cambia. Di fronte a un cambiamento di tale portata occorrono non solo politiche di emergenza ma politiche che sappiamo guardare con capacità progettuale e lungimiranza al futuro. E quindi progetti che permettano la massima, gestibile e controllabile, libertà di movimento alle genti, che sappiamo autofinanziarsi, che estendano a tutti i diritti e pretendano a tutti di rispondere ai propri doveri. Fare ciò vuol dire, se volgiamo usare la vulgata del momento, difendere non solo i “nostri confini” e la “nostra sicurezza” ma anche quella di altri popoli che fuggono oltre i propri confini alla ricerca anch'essi di una sicurezza. Vorrebbe dire tentare di uscire dalla crisi che stiamo attraversando che non è solo economica ma anche umanitaria. Infine, uscire da questa situazione indeterminata di eterna emergenza contribuirebbe a dare maggiore garanzie di sicurezza anche di fronte a tragedie come la barbara uccisione dei due coniugi a Palagonia, per la quale è accusato un giovane profugo ivoriano del Cara di Mineo. Noi oggi sappiamo tutto ciò e un domani non potremmo accampare alcuna scusa per ciò che non è stato fatto e per ciò che di irreparabile sarà accaduto.

Umberto De Pace

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Migrazioni (14 ottobre 2013)
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Liberta di movimento (2 giugno 2015)
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  1 settembre 2015