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PALESTINA E ISRAELE

Resistere esistere
Riprese e montaggio Libera Mazzoleni
Testo Graziella Longoni


Il volto dell'occupazione: colonie e muri
22 anni dopo gli accordi di Oslo, la Palestina come stato autonomo dai confini precisi non esiste ancora, esistono solo due entità separate, sia territorialmente che amministrativamente: la striscia di Gaza e la Cisgiordania, quest'ultima divisa in tre zone: zona A interamente governata dall'Autorità palestinese, zona B amministrata dall'Autorità palestinese ma sottoposta al controllo israeliano in materia di sicurezza e la zona C totalmente controllata da Israele. Nella Cisgiordania, così suddivisa e pesantemente iinfiltrata dalle colonie israeliane, protette dai soldati con posti di blocco e barriere, il potere dell'Autorità palestinese è davvero irrisorio.
Il fallimento del processo avviato a Oslo è ormai davanti agli occhi di tutti: Israele ha continuato ad imporre il suo dominio sui territori palestinesi con la sua politica di espansione territoriale e la costruzione di un muro imponente, dall'effetto alienante e anche surreale, che soffoca ogni libertà di movimento. Dovendo attraversare continui posti di blocco, i palestinesi sono costretti a vivere in uno stato di precarietà davvero disumano: possono essere picchiati e arrestati in ogni momento e, nell'attesa di passare, i malati possono morire per mancanza di cure tempestive, le donne incinte perdere il loro bambino e qualcuno può anche rimanere ucciso.
I palestinesi però non si sono rassegnati a questa negazione del loro diritto all'autodeterminazione nazionale e, nel corso del tempo, hanno sempre cercato di opporre una tenace resistenza al progetto della loro cancellazione come popolo con una storia e una cultura specifiche, una resistenza che si è configurata in diversi modi: come lotta civile non violenta nella prima intifada (1987), come lotta armata nella seconda intifada (2000) e, a partire dal 2002, come movimento di resistenza popolare non violenta, al quale partecipano anche cittadini israeliani e internazionali e che rappresenta la parte più illuminata e politicamente capace di mettere in difficoltà Israele che non potrà più usare la carta dei palestinesi-terroristi per giustificare le sue azioni repressive e invasive.

Resistere è esistere
Le diverse forme di resistenza delle donne palestinesi
Nel nostro viaggio di conoscenza della realtà dei Territori occupati, fatto l'agosto scorso con l'Assopace Palestina insieme a Luisa Morgantini , abbiamo incontrano diversi comitati per la resistenza non violenta, nei quali la presenza delle donne è davvero significativa.
Il motto di questa forma di resistenza è racchiuso nell'affermazione “RESISTERE E' ESISTERE”, che le donne sentono profondamente come propria e declinano come affermazione primaria del diritto alla vita e alla libertà.
In questa resistenza non violenta le donne sono coloro che conservano la memoria del loro popolo, impegnandosi nel recupero dei centri storici presenti in molti villaggi palestinesi, come fa Suad Amiry, responsabile del Riwaq Centre a Ramallah, o come fanno le donne che gestiscono il centro WUJOUD, che in arabo signifca “esistenza”, un centro culturale palestinese con un piccolo museo che conserva la memoria del passato, accogliendo abiti, fotografie e oggetti della vita quotidiana ed è situato in un edificio che risale a 650 anni fa e si trova nella città vecchia di Gerusalemme.
Resistenza è anche la difesa tenace dei propri campi e della propria casa dalle incursioni dei coloni, come fanno due anziane sorelle contadine incontrate sulla strada verso Nablus.
Resistenza è anche raccontare l'occupazione, gli arresti, le incarcerazioni delle donne, agendo nel contempo in molti ambiti della società per arginarne gli effetti devastanti sulla vita quotidiana, come fanno le donne di Nablus collegate tra loro in un'associazione .
Resistenza è essere in prima fila nelle manifestazioni pacifiche, trasmettere ai propri figli la forza per continuare la lotta contro i soprusi, proteggerli con i propri corpi dalla violenza bruta dei militari, essere “la colonna vertebrale” della famiglia spesso privata degli uomini, messi in prigione e a volte uccisi; non rispondere con la vendetta a chi ti ha colpito negli affetti più cari, ma nutrire nel proprio cuore sentimenti di pace e di speranza, come fanno le donne del villaggio di NABI SALEH.
Ascolteremo ora frammenti dei racconti che le donne incontrate hanno condiviso con noi.

Nablus, incontro con rappresentanti di Associazioni di donne nei locali della biblioteca da loro gestita.
Le nostre interlocutrici sono Abla, Amala, Rauda, Sama, Masa, Fatima, Yasmeen, Saleh e tante altre, donne di diverse età e diverse esperienze, ma accomunate dalla stessa passione politica e dagli stessi obiettivi: lottare contro l'occupazione militare e, nello stesso tempo, non aspettare la fine dell'occupazione per liberarsi dall'oppressione di un sistema, ancora patriarcale in molte sue espressioni, che lascia le donne ai margini, impedendo loro di essere soggetti attivi nella rivendicazione dei diritti umani, sociali e politici e nella costruzione di un futuro di pace, giustizia e libertà per tutte e tutti.
Tutte, comunque, esprimono una forma di resistenza che si dispiega nella quotidianità e nei gesti della cura verso chi è più debole, dando vita a progetti che mirano a migliorare la qualità della vita, cercando di riportare dignità e speranza con le “armi” dell'empatia e della non violenza come scelta politica.

Il processo di pace di Oslo è fallito perché gli Stati Uniti, unici mediatori tra le due parti in conflitto, hanno continuato a sostenere i governi di Israele .
Inoltre, quello che sta succedendo nell'area medio-orientale, sta spostando il focus dell'attenzione su altri tragici conflitti, ma noi donne vogliamo continuare a mantenere viva l'attenzione sulla Palestina e vogliamo mettere Israele di fronte alla scelta della non violenza con cui continueremo a portare avanti la nostra resistenza contro l'occupazione.
L'attuale governo israeliano è il peggior governo di questi anni; la ministra della giustizia, che non nasconde il suo profondo disprezzo per le attiviste palestinesi, non ha esitato a dichiarare che “le donne palestinesi danno vita a serpenti e bisogna distruggerle adesso”.

Dal 1967 ad oggi , 10.000 donne sono state imprigionate per periodi più o meno lunghi.
Si tratta quasi sempre di detenzione amministrativa, cioè di imprigionamento senza alcuna specifica accusa e quindi senza un regolare processo, cosa che rende impossibile ogni forma di difesa. Le condanne vanno da 2 a 6 mesi, ma possono essere prolungate a tempo indeterminato dai tribunali militari israeliani.
Un quarto della popolazione palestinese passa per le carceri, molto spesso con questo tipo di detenzione.
...

A Ramallah incontriamo la solare Suad Amiry scrittrice che, con sofferta ironia, porta in luce, nelle sue storie, le assurdità che caratterizzano la vita sotto occupazione, ma anche architetta impegnata nella salvaguardia del patrimonio culturale palestinese e anche attivista politica che ha partecipato a diverse delegazione in favore della pace.
Ecco cosa ci ha detto:
- il 1948 è stato l'anno della guerra, l'anno della Nakba, la distruzione, per opera dell'esercito israeliano, di interi villaggi con l'esodo di 700.000 persone tra uomini, donne e bambini, esodo che ha trasformato i palestinesi in un popolo di profughi e rifugiati. Conservare l'identità di un popolo disperso diventa allora un modo di resistere al processo di cancellazione della sua storia e della sua secolare presenza su un territorio, oggi tragicamente sfigurato dalla guerra e dall'occupazione israeliana.
Per realizzare questa forma di resistenza, ho fondato nel 1991 a Ramallah il RIWAQ, Centro di restauro e conservazione degli edifici storici. Un team di architetti, storici, archeologi e studenti ha redatto il registro nazionale degli edifici storici e ha prodotto un archivio con grafici e fotografie di circa 420 villaggi in 16 distretti della Cisgiordania, di Gerusalemme est e nella striscia di Gaza.
Gli edifici ripristinati vengono destinati ad un uso pubblico, ospitano cliniche, scuole, centri per iniziative rivolte all'infanzia.
Come si vede, non si tratta di una semplice operazione museale di asettica conservazione, ma di una restituzione alla collettività di edifici che così diventano centri di erogazione di servizi sociali, luoghi di incontro e di aggregazione, dove si fanno iniziative capaci di promuovere nuove forme di interazione.

Continuiamo il nostro percorso e arriviamo nel villaggio di NABI SALEH, a venti chilometri da Ramallah, dove incontriamo la famiglia TAMIMI. Le donne sono in maggioranza e sono loro a raccontarci come si svolgono e cosa succede nelle manifestazioni che ogni venerdì vengono fatte per rivendicare il diritto ad usare la fonte d'acqua del loro villaggio, confiscata e controllata dai soldati per la colonia israeliana di Halamish, costruita su territorio palestinese.
Ci mostrano un video sulla brutalità dei militari, che cercano di fermare il cammino degli abitanti del villaggio verso la loro fonte, lanciando lacrimogeni, bruciando le case, svegliando i bambini nel cuore della notte.
Dopo questo video che lascia senza fiato, la prima a raccontare è Ahed, una ragazza dai capelli biondi raccolti in una treccia, un'adolescente dallo sguardo fermo e severo, che parla con grande consapevolezza del suo impegno nella resistenza accanto alla sua famiglia. Ha visto morire il fratello di sua madre; suo fratello e sua madre sono stati feriti più volte e il padre è stato in carcere per più di cinque anni.
- Se ci chiedete perché manifestiamo – dice Ahed -, rispondo che manifestiamo contro l'occupazione della nostra terra. I coloni dicono che la Palestina non esiste e che da qui ce ne dobbiamo andare, ma noi palestinesi siamo qui da 400 anni e ci resteremo.
L'occupazione stravolge completamente la nostra vita, io provo a giocare, a studiare, ma la presenza dei coloni e dei soldati rende tutti molto insicuri e io ho paura di perdere le persone che amo ed è per questo che lotto insieme alla mia famiglia e agli abitanti del mio villaggio. Facendo la mia parte, la mia paura si trasforma in coraggio. Non posso fare diversamente.

Noi, opponendoci all'occupazione, lottiamo per la pace (dice la madre) ma la pace deve entrare prima dentro di noi, la pace viene sempre dal cuore. Io e mia figlia siamo state in Europa e abbiamo visto che cos'è la libertà, ma i miei figli più piccoli non sanno cosa significa la parola libertà.
Grazie perché siete qui. Lottiamo insieme per la nostra libertà da conquistare e per la vostra libertà da custodire come bene prezioso.

E a noi viene da pensare che forse la Palestina libera non resterà un sogno. C'è già una giovane generazione di donne pronta a raccogliere il testimone e a continuare a resistere, una generazione consapevole dell'importante ruolo della donna in ogni processo di liberazione e di pace.

Graziella Longoni



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  30.10.2015