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Cerco il mio cuore caduto quella notte
Tania Marinoni


Per illustrare la Palestina a chi non conosce le contraddizioni e le tragedie di una terra che hanno origini lontane, Anna Zapparoli e Camillo Dedori curano il ciclo di incontri “Raccontami la storia”.
Il quarto appuntamento, “Cerco il mio cuore caduto quella notte”, si svolge all'insegna di un'ampia panoramica relativa alle principali criticità che condizionano la vita di un popolo sempre più straniero in casa propria. Nello spazio “Il cielo sotto Milano” che si apre nella stazione del passante ferroviario di Porta Vittoria, interventi, letture, immagini e una degustazione culinaria a base di piatti tipici palestinesi, organizzati da Roberta Arcelloni e Guido De Monticelli, si susseguono nel giorno in cui i palestinesi commemorano la Nakba: il 15 maggio, l'anniversario della “catastrofe”, l'inizio dell'esodo, sceso come una maledizione, nella primavera del 1948.

“Palestina” oggi significa riflettere su condizioni di vita che confliggono con gli standard minimi di igiene e salubrità, riconosciuti a livello internazionale: la dominazione assoluta israeliana, esercitata su ogni risorsa nei territori occupati, ostacola sensibilmente ogni forma di insediamento. L'acqua diviene così un'arma spietata che gli israeliani brandiscono ogni giorno contro i palestinesi, diviene proibita e inaccessibile. Nell'assurdità costantemente inscenata, la risorsa indispensabile per la vita si trasforma in fonte di segregazione, di ostentata disparità, nell'utilizzo che rasenta lo spreco, quando viene destinata ad alimentare piscine in verdi paradisi a pochi chilometri da una siccità imposta. Una striscia di terra separa due popoli: uno che con l'acqua gioca, e l'altro, che può disporre di questo bene solo per poche ore al giorno, e in alcuni villaggi andandolo a prendere con le autobotti.


L'Onu nel 2010 ha riconosciuto l'acqua come un diritto fondamentale, presupposto agli altri, ricorda Cinzia Thomareizis, attivista nel Comitato Italiano Contratto Mondiale sull'Acqua, nel commentare la condizione di estrema discriminazione che la gestione idrica israeliana impone ai palestinesi. “Nel 2020 si stima che la Striscia di Gaza sarà impraticabile e nel 2030 il 30% della popolazione sarà in crisi di questa risorsa” prosegue poi l'attivista, con le allarmanti proiezioni.
Tragici, che non lasciano barlume di speranza, i dati trasmessi, e disperante la realtà della Palestina dipinta in occasione di “Cerco il mio cuore caduto quella notte”; ma l'iniziativa celebra anche le forme di resistenza ad un'occupazione spietata: pratiche non violente di opposizione organizzata, compiuta ad esempio con un gesto semplice, ma dalla grande valenza simbolica, come quello mostrato in un fotogramma commentato dall' attivista dei Comitati per la resistenza non violenta in Palestina, Lema Nazeeh: nel deserto del villaggio palestinese di Bil'in una mamma cura i fiori piantati dagli abitanti nei candelotti lacrimogeni sparati dai soldati israeliani, per testimoniare il desiderio di vita dove impera solo morte e distruzione. Nel villaggio di Nabi Saleh, la scorsa estate, un'altra mamma ci aveva mostrato il terribile video del figlio ucciso da uno di questi candelotti, sparato a bruciapelo.


“Cerco il mio cuore caduto quella notte” declama anche la creatività in forma letteraria di chi troppo spesso viene presentato dai media e riconosciuto dall'opinione pubblica con i classici stereotipi. “Palestina non è solo vittime o terroristi, ma è creatività” sottolinea nel suo intervento Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina. E con le parole di chi sogna, spera e produce,
splendide rime cariche di grande pathos, si apre la serata dedicata all'urgenza palestinese di farsi terra e popolo. Il brano tratto da “La luna non è caduta nel pozzo” di Mahmoud Darwish, è il canto intonato da chi invoca la patria lontana nelle toccanti parole suscitate dalla frammentazione della terra, poi ricomposta nei codici di un linguaggio divenuto carne.
E' il 1948: il viaggio in Libano, affrontato da molti palestinesi nella speranza di un prossimo ritorno alle proprie case, si trasforma in esodo, e la nostalgia della terra lontana in disperazione per la patria perduta. Il forte legame instauratosi tra il popolo palestinese e la terra, che per secoli ha abitato, coltivato e percepito come propria, emerge anche nelle splendide immagini tratteggiate in “La storia della terra”, composto da Sarah Ali, in memoria dell'operazione “Piombo fuso”. Nel racconto struggente si piange la perdita della propria patria, l'abbandono della speranza e della fede nella bontà umana, constatando con estrema amarezza e profondo dolore, la distruzione totale delle piantagioni di ulivo che coprivano le verdi alture prima dell'offensiva militare israeliana.

“Per i palestinesi l'albero è sacro, come la terra che lo ospita”.
E il padre di Sarah conosce i suoi alberi singolarmente, ognuno nella sua splendida unicità.
«Quindi, quanti alberi sono stati sradicati? 180 ulivi mi pare.» chiese un cronista…
«189 ulivi, 160 alberi di limone, 14 alberi di guava…» gridò, arrabbiato perché aveva sbagliato il numero esatto».

Il forte, disperato attaccamento del popolo palestinese alla sua terra si esprime anche con la fedeltà che quotidianamente le rinnova, accettando di vivere ogni giorno la condizione di straniero, dell' espulso, come testimoniano le parole di Lema Nazeeh. I palestinesi potrebbero vivere in pace, se scegliessero per sé un altro luogo, interrompendo così una Nakba perenne, perpetrata nel corso dei decenni; ma è proprio dall'impossibilità di vivere serenamente che nasce il saldo legame con la propria terra, che fa della Palestina e il suo popolo un unico canto di dolore e di resistenza.

Tania Marinoni

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  21 maggio 2016