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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 ottobre 2008


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l'Unità

Quella di oggi, diciamocelo con orgoglio, è la prima grande manifestazione di massa del riformismo italiano, finalmente unito. E lo è perché il Partito Democratico è il più grande partito riformista che la storia d'Italia abbia mai conosciuto.

Un italiano su tre si riconosce, crede nel disegno di un riformismo moderno. E' un fatto inedito nella lunga vicenda nazionale. E oggi, in questo luogo splendido e immenso, siamo qui, in tanti, perché vogliamo bene all'Italia, perché amiamo il nostro Paese.

Con lo stesso amore, il 14 ottobre di un anno fa, il Partito Democratico nasceva da un grande evento di popolo.

L'Italia è un Paese migliore della destra che lo governa in questo momento. Migliore della destra che nel tempo recente lo ha già governato, anche se qualcuno troppo spesso finge di dimenticarlo, per sette lunghi e improduttivi anni.

L'Italia è un grande Paese democratico, è un Paese che ama la democrazia.

Perché l'Italia non dimentica, non potrà mai dimenticare quanti hanno sofferto, quanti hanno dato la vita per la sua libertà.

E per chi crede che fino ad un certo punto ci sia stato un fascismo in fondo non troppo cattivo, va ricordato che era il 1935. Non era ancora arrivata la vergogna delle leggi razziali. Ma il regime aveva già fatto in tempo a sopprimere la libertà di stampa e quella di associazione, a chiudere partiti e sindacati, a calpestare il Parlamento e a incarcerare, mandare in esilio o uccidere chi non si piegava alla dittatura: Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti. E due anni dopo la stessa sorte sarebbe stara di Carlo e Nello Rosselli e di Antonio Gramsci.

L'Italia, signor Presidente del Consiglio, è un Paese antifascista.

A chi le chiedeva se anche lei potesse definirsi così, “antifascista”, lei ha risposto con fastidio che non ha tempo da perdere, che ha cose più importanti di cui occuparsi, rispetto all'antifascismo e alla Resistenza.

Il presidente Sarkozy non avrebbe risposto così, non avrebbe detto questo della Resistenza animata dal generale De Gaulle, non avrebbe messo in dubbio che ogni francese è figlio orgoglioso della Parigi liberata dai nazisti.

E né Barack Obama, né John McCain risponderebbero con un'alzata di spalle ad una domanda sulla decisione del presidente Roosevelt di mandare a combattere e a morire migliaia di ragazzi americani. Quei ragazzi americani che sono morti per noi, per restituirci la libertà e la democrazia.

Nessuno avrebbe risposto come il nostro Presidente del Consiglio, perché non c'è nulla di più importante, per un grande Paese, della sua memoria storica. Un Paese senza memoria è un Paese senza identità. E chi non ha identità non ha futuro. E l'Italia ha bisogno di futuro.


E' indice di una mentalità sottilmente e pericolosamente illiberale, pensare che in una democrazia non bisogna disturbare il manovratore e che tutto ciò che limita, regola, condiziona il suo potere è solo un fattore di disturbo.

E' un disturbo il Parlamento, perché vorrebbe e dovrebbe discutere le proposte di legge o i decreti del governo, prima di approvarli.

E' un disturbo la magistratura, perché esercita un controllo di legalità che non può e non deve risparmiare chi governa la cosa pubblica in nome e per conto della collettività.

E' un disturbo la Corte costituzionale, perché deve verificare la costituzionalità dei provvedimenti voluti dal governo e approvati dalla maggioranza in parlamento.

E' un disturbo l'opposizione. Perché spezza l'incantesimo del plebiscitario consenso al governo. Perché dimostra che c'è un altro modo di pensare, che potrebbe domani diventare maggioritario. Perché vuole, come noi vogliamo, una grande innovazione istituzionale, il dimezzamento del numero dei parlamentari, una sola Camera con funzioni legislative, una legge elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini. A cominciare dalla battaglia parlamentare che faremo nei prossimi giorni per mantenere il voto di preferenza alle prossime europee.

Una democrazia che decide, decide velocemente, decide dentro i principi della Costituzione, non con pericolose concentrazioni del potere. Una democrazia più moderna, alla quale abbiamo contribuito con le coraggiose decisioni dei mesi scorsi.


Questo siamo: un partito libero, che non teme né di apparire moderato agli occhi di alcuni, né di sembrare estremista agli occhi di altri. Perché null'altro è che un grande partito riformista.

Un grande partito riformista, che fa dell'opposizione, un'opposizione di popolo, il modo per incidere oggi sulla realtà del Paese e per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l'Italia.

Il PD avrà sempre, anche all'opposizione, una sola stella polare: gli interessi generali del Paese. Quel Paese che amiamo e il cui destino è la nostra ragione d'essere. Quel Paese che vogliamo unire, rifiutando l'odio e la contrapposizione ideologica.

Ora: cambiando il fuso orario si può anche cambiare idea, e in questo caso è un bene che ciò sia avvenuto. C'è però qualcosa su cui vale la pena riflettere. Perché un'alta carica istituzionale si può permettere sistematicamente di negare ciò che è evidente, ciò che per giorni le televisioni hanno ritrasmesso sbugiardando l'ennesima smentita? Perché il Presidente del Consiglio si sente autorizzato, nel pieno della tempesta finanziaria che stiamo vivendo, ad invitare i cittadini a comprare le azioni di questa o quella azienda? Perché può arrivare ad annunciare una decisione non presa come quella della chiusura dei mercati, facendosi smentire persino dalla Casa Bianca? Se l'avessero fatto Gordon Brown o Angela Merkel sarebbe successa una catastrofe. Siccome nel mondo sanno chi è, non è successo niente.

Ma perché coltiva questa impunità delle parole? Questa strategia dell'inganno permanente nei confronti dei cittadini? La presunzione che si possa promettere di tagliare le tasse che poi non si tagliano, di fare delle mirabolanti opere infrastrutturali che poi non vengono nemmeno progettate?

E' l'idea del potere che non è tenuto a rispondere dei suoi comportamenti. E' un'idea del potere inaccettabile. E' la confusione tra governare e prendere il potere.


Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C'è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L'ascensore sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c'era la speranza che questo potesse accadere.

Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione, di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei mesi si chiude perché la produzione si ferma?

Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese.


E tornano indietro, non possono proprio a guardare avanti, i giovani, i nostri ragazzi. Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c'è più il futuro di una volta. E' la cosa più grave. Ieri a vent'anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore rispetto alla vita vissuta dai dei propri genitori.

Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l'invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i giorni effettivi di lavoro.


Non siamo solo noi, non è la cattiva propaganda dell'opposizione ad affermarlo, lo ha detto la Banca d'Italia, lo dice l'Ocse: la nostra è una delle società più diseguali dell'Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga.

L'Italia ha urgente bisogno di crescere e per questo ci vuole, lo diciamo da mesi, un grande patto tra i produttori.

Siamo nel pieno della terribile, drammatica crisi finanziaria internazionale, che sta producendo una grave recessione mondiale e che si è abbattuta anche sul nostro Paese. Una crisi che richiederebbe, da parte di chi governa, senso di responsabilità e moderazione. Parole sconosciute a Berlusconi.


C'è la crisi. Ed è vero che ci arriva dagli Stati Uniti. Ma nessuno può farne un alibi o una scusa. Soprattutto non può farlo, non può chiamarsi fuori, una destra che per anni ha diffuso a piene mani tre tossine, culturali e politiche.

La prima è un'idea monca della libertà, quella che considera ogni regola come un inciampo, che è figlia dell'ideologia del liberismo selvaggio e dell'individualismo sfrenato. E la disinvoltura con cui si fa una bella capriola e si diventa all'improvviso statalisti nasce dal fatto che l'unico vero sistema che piace alla destra è quello nel quale sia il mercato che lo Stato sono al servizio degli interessi dei più forti.

La seconda tossina è la freddezza, lo scetticismo, l'ostilità perfino nei riguardi dell'Europa. Ed è ovvio: l'Europa è coesione sociale e crescita economica insieme, è un orizzonte che chiama a muoversi in un sistema di regole e responsabilità comuni.

La terza tossina è il primato della finanza e di quella più creativa, più disinvolta e più cinica possibile, nei riguardi del lavoro e della produzione di beni e servizi. Vi farò tutti ricchi, perché il denaro da solo moltiplicherà il denaro, tutti avrete il vostro albero delle monete d'oro nel campo dei miracoli. L'impegno, la fatica, lo studio, la pazienza e la tenacia non servono più, sono avanzi del passato: tutto è facile, tutto è possibile, perché tutto è lecito.

La crisi, ha detto un grande economista come Paul Samuelson, “è figlia di un insieme diabolico di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un'infinita incoscienza”.

C'è il ritratto della destra, dietro queste parole. Anche della destra italiana di questi ultimi quindici anni.

L'intervento dello Stato è “un imperativo categorico”, ha detto Berlusconi fulminato sulla via di Damasco. Ma sicuramente un giorno arriverà una smentita anche di questa frase. Come quando, poche ore dopo averla fatta, ha corretto quell'affermazione destinata comunque a rimanere negli annali per la sua totale irrealtà: “la crisi non avrà effetti sull'economia reale”.

E' invece proprio l'economia reale l'emergenza vera di queste ore. Cosa ha fatto il Presidente del Consiglio per difendere le piccole e medie imprese o il potere d'acquisto dei salari e degli stipendi degli italiani? Nulla, assolutamente nulla.

Cosa ha fatto, cosa sta facendo il governo per le famiglie? Ha tagliato del 32 per cento il Fondo a loro destinato, e lo ha fatto per coprire una parte dell'abolizione dell'Ici sulle abitazioni dei più ricchi. Così, come ha denunciato l'Associazione famiglie numerose, c'è un “signor Rossi” milionario, che ha 500 mila euro di reddito annuo, diverse case di proprietà e non ha figli, che non paga più l'Ici perché un “signor Rossi” che fa l'operaio, che ha 25 mila euro di reddito annuo e vive in una casa in affitto con moglie e quattro figli a carico, non riceve più i 330 euro che prima gli arrivavano dal Fondo per le famiglie.

Insomma, dinanzi a una crisi che sta impoverendo ancora di più le famiglie italiane, il governo cosa fa? Spende le poche, preziose risorse per i più ricchi. E questi costosi regali li pagano tutti i contribuenti, perché hanno meno servizi, perché pagano più tasse e perché ricevono meno sostegni. Li pagano i Comuni, cuore del nostro Paese, costretti per questo a scelte socialmente dolorose. Li pagano gli italiani all'estero, anche loro cuore del Paese, anche loro colpiti anche dalle scelte di questo governo.


Dalla crisi del '29 si uscì con il New Deal. Ora nel nostro Paese è tempo di un Piano organico per la crescita e la lotta alla povertà e alla precarietà.

L'Italia è un Paese migliore della destra che lo governa.

Le misure per stabilizzare la crisi finanziaria, prese a livello europeo, sono giuste e necessarie. Ma non sono sufficienti. Ne servono altre, indispensabili: il sostegno con un fondo di garanzia alle micro e piccole imprese, un piano di investimenti in infrastrutture e soprattutto un intervento per aumentare i redditi da lavoro, i salari, gli stipendi, le pensioni degli italiani.

Abbiamo presentato proposte per sostenere l'economia reale. Se queste priorità saranno riconosciute noi faremo, come sempre, la nostra parte. La faremo, come ho detto, per l'Italia, non certo per Berlusconi.


Le nostre proposte sono sul tavolo. Noi chiediamo di ridurre, a partire dalla prossima tredicesima, il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Proponiamo di destinare a questa misura sei miliardi di euro, in un insieme di interventi che valgono lo 0,5 per cento del Pil.

E' un intervento rilevante ma sostenibile per le nostre finanze pubbliche, risanate dall'azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi. E' un intervento sostenibile, nel momento in cui si è introdotta una maggiore flessibilità dei parametri europei all'interno dei vincoli del Patto.

La spesa pubblica, in Italia, deve essere ridotta. Senza esitazioni. La nostra linea, però, è “spendere meno e spendere meglio”. Non “spendere meno” e basta, senza preoccuparsi di cosa ne sarà delle scuole, degli ospedali, della sicurezza dei cittadini.

Abbiamo sempre detto “pagare meno, pagare tutti”. E invece ora di pagare meno non c'è traccia e la lotta all'evasione fiscale è scomparsa dall'orizzonte. Il governo sta riproponendo la vecchia ricetta: aliquote alte, pochi controlli, evada chi può. Complimenti: è la strada maestra per andare tutti a fondo.

E vorrei porre qui la domanda che si stanno facendo gli imprenditori e tutti gli italiani: dov'è finita la promessa di ridurre le tasse? Di portare la pressione fiscale sotto il 40 per cento?

La verità è che le tasse le stanno aumentando Voglio ripeterlo: le tasse stanno aumentando.

E questo proprio in una fase di recessione, quando si dovrebbe consentire a chi ha redditi medi e bassi di poter aumentare i propri consumi.

E poi: abbiamo sempre detto che la pubblica amministrazione deve essere riformata. Dunque va bene la lotta ai veri fannulloni. Chi lavora nel settore pubblico, a cominciare dai dirigenti, deve metterci il doppio e non la metà dell'impegno di chi lavora nel settore privato.

Ma la pubblica amministrazione è piena anche di persone straordinarie, che mettono al servizio della collettività sapere e competenza, in cambio di un reddito col quale faticano a vivere dignitosamente. Penso agli infermieri e ai medici ospedalieri. Penso agli agenti delle forze di polizia, che rischiano la vita e devono chiedere l'anticipo sulla liquidazione per tirare avanti.

Penso alla scuola, alla ricerca, all'Università. Il governo ha fatto due errori. Il primo: le ha ridotte a voci da tagliare, dimenticando che sono un settore strategico per il futuro del Paese. Un settore da riformare, anche in profondità, ma per investirci maggiori e non minori risorse.

Stupisce lo stupore per la protesta che sta dilagando in tutta Italia. E' una protesta giusta, perché consapevole, responsabile e assolutamente non violenta. Come sempre dovrà essere, respingendo il tentativo di radicalizzare lo scontro portato avanti dal governo. E' un movimento senza bandiere né di partito, né di sindacato. Una grande prova di autonomia della società civile. Le maestre insieme alle mamme, gli studenti insieme ai rettori. Questo movimento ama la scuola e la vuole cambiare, tanto che nelle piazze ci va anche per fare lezioni all'aperto di fisica o di filosofia.

Il governo invece sta togliendo l'aria all'Università italiana, sta impedendo l'ingresso di nuove leve di ricercatori e docenti all'interno degli atenei, sta togliendo ogni prospettiva di poter continuare a lavorare nel nostro Paese a giovani scienziati che hanno fin qui fatto partecipare l'Italia a progetti come quelli del Cern di Ginevra o hanno garantito il monitoraggio di vulcani e terremoti in un Paese come il nostro. Giovani scienziati che si sono visti bloccare l'assunzione dal governo Berlusconi del 2002 e che si vedono arrivare il licenziamento dal governo Berlusconi del 2008.

“Prenda nota, signor ministro Giulio Tremonti – non sono io a dirlo, ma è uno storico come Franco Cardini dalle colonne del “Secolo d'Italia” – ritirare l'appoggio alle Università è un modo di rubare ai poveri per dare ai ricchi. Un modo come infiniti altri. Ma è l'esatto contrario di quel che avrebbe voluto il 'suo' Robin Hood”.


Questa cultura l'ha creata la destra. L'avete costruita voi. Non vi interessa la scuola perché la vostra scuola è la televisione. E la vostra diseducazione civile degli italiani rimbalza fin dentro le scuole.

Fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per i bambini stranieri. “Famiglia cristiana” l'ha definita “la prima mozione razziale approvata dal Parlamento italiano”.

Che nella scuola dell'obbligo ci siano classi separate o test d'ammissione per distinguere un bambino dall'altro è un danno per tutti. E' un danno per i bambini italiani, che considereranno quei loro amici diversi da loro, introiettando un concetto foriero di catastrofi. E' un danno drammatico per i bambini immigrati, che si sentiranno messi ai margini e respinti, e coltiveranno un senso di separatezza che potrà essere molto rischioso in primo luogo per la sicurezza della nostra società.

Quella mozione offende i bambini, umilia la scuola e il Parlamento. La questione dell'insegnamento dell'italiano ai bambini stranieri è una questione reale, che da anni la scuola elementare affronta con successo e che dovrà ancora di più saper affrontare, attraverso lo sviluppo dei corsi integrativi e non con la segregazione etnica.


Se le cose cambiano, va cambiato anche il modo di guardarle. Alla parola “costi” si deve sostituire la parola “investire”.

Vale, questo, per la grande frontiera dell'ambiente, per il gigantesco problema del surriscaldamento globale, per la strada indispensabile delle energie rinnovabili.

Basta col pensare che tutto, quando si parla di questioni ambientali, sia solo un costo da sopportare. “Costi irragionevoli”, ha detto il Presidente del Consiglio di fronte ai nostri partner europei.

L'ambiente e l'economia non sono nemici tra loro. Il Pil può salire mentre contemporaneamente aumenta la tutela della natura e migliora la qualità della vita. Anzi: il Pil sale solo se al centro dello sviluppo c'è la sostenibilità, c'è la riconversione dell'economia.


Il Partito Democratico vuole essere il grande partito dell'ecologismo moderno, fatto non di pregiudizi antiscientifici, ma dall'idea che sia proprio l'ambiente, scegliendo la via della “rottamazione” del petrolio, della fine della dipendenza dai combustibili fossili, degli investimenti sulle fonti rinnovabili, del potenziamento del trasporto pubblico, a poter garantire la nostra ricchezza di oggi e il domani dei nostri figli.

Alle mie spalle, la vedete, c'è una bellissima frase di di Vittorio Foa: “pensare agli altri, oltre che a se stessi, e pensare al futuro, oltre che al presente”.

Valgono, queste parole, per l'ambiente. E valgono per il drammatico corto circuito che nella nostra società si sta creando per colpa di un'equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, “altro” da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici.

Però quell'equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.

La madre del razzismo è la paura. Il problema è che ad alimentarla c'è anche l'uso politico dell'immigrazione.


La paura, ha detto bene Ilvo Diamanti, “paga”. In termini elettorali e di consenso, almeno nell'immediato. “Per contrastare il razzismo”, ha scritto ancora Diamanti, “si dovrebbe combattere la paura. Invece viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano, questa pianta dai frutti avvelenati che cresce nel giardino di casa nostra”.

Molti, troppi episodi si sono verificati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Di quasi tutti si è detto “il razzismo non c'entra”. Ma non è razzismo l'assassinio di Abdoul, ucciso per una scatola di biscotti al grido di “sporco negro”? Non ci sono l'ignoranza, l'estraneità e l'ostilità verso “l'altro” dietro l'aggressione di un ragazzo cinese alla fermata di un autobus? Non dobbiamo pensare che ci sia razzismo dietro il fermo violento da parte dei vigili e il pestaggio di Emanuel? Dietro quel negargli persino il cognome?


Ecco qualcosa di fronte al quale noi non siamo e non saremo mai indifferenti. Qualcosa che noi combattiamo e combatteremo sempre.

L'Italia non è non sarà mai un Paese razzista.

E domando: la libertà e la democrazia non sono diminuite e ferite quando si ripetono atti di odiosa e intollerabile omofobia, che allontanano le nostre possibilità di convivenza civile e allargano il discrimine che vive sulla propria pelle chi non gode di leggi di pari opportunità e non è adeguatamente tutelato contro i reati d'odio?


L'Italia è un Paese migliore della destra che la governa.

Moltiplicano l'ingiustizia in un Paese ingiusto.
Scelgono l'immobilismo in un Paese fermo.
Alimentano l'odio in un Paese diviso.
Cavalcano la paura in un Paese spaventato.

Ma l'Italia, nonostante tutto, resta migliore.

Stanno facendo dell'Italia un deserto di valori e la chiamano sicurezza.
Stanno cercando di creare un pensiero unico e lo chiamano gradimento, consenso.
Stanno calpestando principi e regole della vita democratica e la chiamano decisione.

Ma l'Italia, nonostante tutto, resta migliore.

C'è l'Italia delle 250 mila persone che con una firma si sono strette attorno ad un ragazzo di ventotto anni che rischia ogni giorno la vita e che continua a combattere contro la camorra con le sole armi che possiede e vuole usare: la passione civile, il coraggio delle idee e la straordinaria forza della scrittura, che arriva lì dove la violenza e la stupidità di uomini che non valgono nulla non arriveranno mai.

A Roberto Saviano va il grazie di tutti noi che oggi siamo qui in questa piazza.

Lo stesso grazie va alle forze dell'ordine, ai magistrati, agli imprenditori coraggiosi e alle associazioni che ogni giorno contrastano l'illegalità, resistono alla sopraffazione, tengono viva la speranza. Ad ognuno di loro va il grazie di tutti gli italiani onesti e perbene, di tutti coloro che non si rassegnano a pensare che le cose continueranno ad andare così perché così è sempre stato e nulla può cambiare.

Un'altra Italia è possibile. L'Italia della legalità, e non della furbizia. L'Italia della responsabilità, e non dell'esclusivo interesse personale. L'Italia del merito, e non dei favori. L'Italia della solidarietà, e non dell'egoismo. L'Italia dell'innovazione, e non della conservazione.

Oggi da questo luogo meraviglioso noi vogliamo far arrivare agli italiani un messaggio di fiducia.

Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno. Non c'è rassegnazione che non possa cedere il passo alla speranza. Non c'è paura che non possa essere vinta dalla consapevolezza di sé e dall'apertura agli altri. Non c'è buio dopo il quale non venga la luce.

E allora dell'Italia tornerà a vedersi tutto il meglio. La civiltà di un popolo che sa accogliere ed includere. La creatività e il talento di generazioni di donne e di uomini che hanno sempre cercato il nuovo. Il coraggio di chi ha traversato il mare, di chi ha lasciato la propria terra per lavorare e fare più ricco il Paese. La tenacia di chi ha rischiato per fare impresa e di chi si sacrifica per difendere legalità e sicurezza.

E' la nostra meravigliosa Italia. Quella che è stata e quella che può essere. Quella che sarà con il nostro lavoro, il nostro coraggio, la nostra voglia di futuro.

Un'altra Italia è possibile. La faremo insieme.


Monelli
A novant´anni dalla fine del primo conflitto mondiale, una mostra a Borgo Valsugana raccoglie le foto mai viste scattate al fronte dal giornalista-scrittore. Un diario visivo in diretta dalla trincea: tra noia e attese, bicchieri di vino, risate e sfide a palle di neve. Il racconto per immagini delle atmosfere descritte dall´autore ne "Le scarpe al sole"
Michele Smargiassi su
la Repubblica

BORGO VALSUGANA - Appena dieci anni dopo, l´«inutile strage» era già una cartolina sorda. Nel 1928, ripubblicando Le scarpe al sole, il suo libro più celebre, Paolo Monelli s´accorse che la memoria s´era già mutata in fotografia: «Mentre ho ancora ben nette nella memoria le linee del terreno, e i sassi, i mughi, i soldati, i feriti, i morti, le masse tedesche avanzanti, il sangue colante dalla fronte del caporalmaggiore De Boni, gli occhi sbarrati di Altin, nulla mi è rimasto delle voci, degli urli, dei rumori, degli scoppi, come se la scena l´avessi vissuta, immagine vana tra altre immagini vane, sullo schermo d´una pellicola muta».
E sullo schermo di un muto computer oggi la riviviamo noi. Con i suoi stessi occhi. Vediamo i suoi «buoni alpini», i veci e i bocia, come li vide lui, che finita la guerra li avrebbe trasfigurati, con le parole, da ruvide macchiette militaresche a eroi di un´epica; ma che allora, col ta-pum degli obici nelle orecchie, li guardava solo con curiosità, simpatia e burbera tenerezza. E li fotografava con lo stesso sguardo. Dieci, cento volte li fotografò: quasi settecento, per la precisione. Tante sono le foto di guerra prese da Monelli, scrittore e giornalista di successo, ma fotografo privatissimo, così privato che quasi nessuno in novant´anni le ha viste, quelle immagini. Non che si fossero perse, o sepolte chissà dove: erano rimaste, semplicemente, appartate. Assieme ad altre centinaia di scatti, a pacchi di lettere, ritagli e manoscritti, a migliaia di libri, dal 1983 sono affidate alle cure della Biblioteca statale Baldini di Roma, a cui le consegnò pochi mesi prima di morire la vedova dello scrittore, Palma Bucarelli, bella figura di intellettuale, energica e colta direttrice della Galleria nazionale d´arte moderna di Roma.
Un tesoro taciturno, al limite dell´afasico. Profili di montagne, luoghi, volti: tutti senza nome, rari e imprecisi gli scarabocchi sul retro. Davvero «immagini vane tra immagini vane». Forse anche Pino Ielen sente disagio per l´inquietante silenzio di queste immagini, e cerca di esorcizzarlo versandoci sopra un diluvio di spiegazioni minuziose, nomi di montagne, di alpini, date, quote, cifre, che può sapere a memoria solo un appassionato di Grande guerra come lui: «Ecco, qui tre alpini del terzo plotone stanno leggendo un giornale, si legge anche il titolo, "Si lotta oltre il monte Cimone", dunque siamo attorno al 15 luglio 1916...». Vorresti dirgli, a costo di offenderlo, zitto un momento Pino, guardiamocele in silenzio; ma poi capisci che è il suo modo di salvare quei ricordi, richiamarli a vita. Del resto se non ci fossero lui e i suoi cinque o sei amici dell´Associazione storico-culturale Valsugana orientale e Tesino, tutti volontari, questo tesoro non sarebbe utilizzabile. Quando hanno saputo della sua esistenza, hanno chiesto all´archivio che lo conserva di poterci lavorare. Hanno avuto le copie elettroniche di tutte le immagini. Hanno cominciato a riconoscerle una per una, a ri-battezzare le cime e le facce, ce l´hanno fatta quasi sempre. Faranno in tempo a farne una grande mostra per il novantesimo anniversario della fine della Prima guerra mondiale, il 2 novembre, qui a Borgo Valsugana, che è un po´ il baricentro dell´avventura di Monelli, in questo piccolo e curioso museo della Grande guerra dove dietro le vetrine convivono spallina a spallina le divise degli alpini e quelle dei Kaiserjäger, perché questa fino al 1915 era Austria, quasi ogni casa qui ha appesa al muro la foto di un nonno in divisa asburgica; in questa valle la storia orizzontale, quella dei confini e delle guerre, è volubile, «solo il rapporto con la verticalità è stabile», dice l´assessore Emanuele Montibeller indicando col dito le cime eterne.

Lui che pure fu accusato, all´opposto, di aver messo in pagina «poco odore di morte e di piedi», si sarebbe vendicato di quella retorica con un libro di sorprendente sarcasmo, La guerra è bella ma è scomoda, che sembra scritto per liberare la memoria dei "suoi" alpini dalla morsa degli «utopisti della pace perpetua» e degli «eroi da retrovie». È un libro illustrato con le feroci vignette satiriche di Novello, chiaramente suggerite dallo scrittore. Monelli dunque sentì il bisogno di contrapporre immagini a immagini. Perché allora non usò le sue fotografie? I suoi bozzetti di vita e di umanità, ma anche le foto più simboliche e astratte, le croci di legno nella neve, il tunnel scavato nel ghiaccio alla cui imboccatura s´affaccia un sogno di montagne assolate e senza sangue?
Per la verità, Monelli non scrive mai di aver fotografato al fronte. Se nel fondo familiare non ci fossero anche i negativi, se la scia di immagini non corrispondesse passo passo ai suoi trasferimenti, se la serie non s´interrompesse bruscamente quando Monelli fu catturato dagli austriaci, si potrebbe perfino dubitare che le abbia scattate lui. Pensava forse che le fotografie fossero penosamente incapaci di reggere il peso della memoria? Di trasmettere l´emozione? Eppure lasciò che si ricavasse un film, dal suo libro: andò pure a fotografare il set. Eppure qualche descrizione di fotografia spunta, proprio nelle pagine delle Scarpe al sole. Ma sono altre fotografie, sono quelle che i soldati portavano nel portafogli, sul cuore. Il ritratto che gli arriva dalla «perfetta bambina diciannovenne lontana», per sognarci su. Un´altra fidanzata, trovata nel portafogli di un commilitone falciato dalla mitraglia. E un´altra foto ancora, «cinque ragazze floride», forse le sorelle, «nel mezzo la madre con così accorata mestizia negli occhi», questa volta uscite di tasca al cadavere di un much, un soldato asburgico, ungherese per la precisione; a gridare che anche il nemico ha mamme fidanzate e sorelle come tutti i Ceschin, gli Zanella, i Rossetto di questa parte della barricata. Forse, vuol dirci Monelli, sono le fotografie della pace perduta le uniche davvero capaci di smontare la guerra: non le «immagini vane» che la replicano. Mute come sono, le foto degli affetti fanno esplodere le parole dentro, aprono la porta a certe «zaffate di dubbio» rarissime ma feroci come quella che prende di sorpresa autore e lettore a pagina 128 delle Scarpe: «Se valga, dunque, questo tradizionale concetto di Patria, tanto stento, tanta rovina».

La mostra 1915-1918:
al fronte con Paolo Monelli
(nel novantesimo anniversario della fine della Grande guerra)
sarà inaugurata il prossimo 2 novembre allo Spazio Klien, Borgo Valsugana (Trento),
a cura di Pino Ielen e Luca Girotto La mostra, promossa dall'Associazione storico-culturale
della Valsugana orientale e del Tesino, e dalla Biblioteca Statale A. Baldini di Roma,
resterà aperta fino al 7 dicembre


D'Escoto
Parla il prete sandinista presidente dell'Assemblea. L'intervista D'Escoto critica «l'imperialismo» ed esalta il «rinascimento» sudamericano
Alessandra Farkas sul
Corriere della Sera

NEW YORK — Ha perdonato sia gli americani, che negli anni 80 cercarono di assassinarlo col cianuro, sia il Vaticano, che lo scomunicò ai tempi di papa Giovanni Paolo II, col beneplacito dell'allora cardinale Ratzinger. E' certo che a chiamarlo al Palazzo di Vetro sia stato Dio e non ha dubbi circa la sua missione: «Realizzare la mia vocazione sacerdotale di missionario di Dio al servizio dei poveri e diseredati; costruire la pace e la giustizia nel mondo».
«La verità più importante da cui dipende la nostra stessa sopravvivenza è che siamo tutti fratelli e sorelle», racconta al Corriere Miguel D'Escoto, il prete cattolico ed ex ministro degli esteri del governo sandinista nicaraguense di Daniel Ortega che il mese scorso è stato eletto presidente della 63esima Assemblea generale dell'Onu. La stessa che venerdì ha bocciato l'ingresso dell'Iran nel Consiglio di Sicurezza come membro non permanente.
Quella dell'Iran era dunque una candidatura sbagliata? 
«Ogni membro Onu ha diritto di aspirare a quel posto: fa parte della dinamica democratica. I membri che non adempiono alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza non dovrebbero farne parte? Ma allora diciamo che nessun Paese della terra ha violato più risoluzioni Onu degli Usa, il cui complesso di superiorità e ipocrisia nell'usare metri diversi sono sconfinati».
A che cosa si riferisce in particolare? 
«Il peggiore crimine impunito perpetrato oggi nel mondo è la guerra in Iraq, priva di qualsiasi giustificazione legittima e in violazione dello Statuto Onu».
Un mese fa l'ambasciatrice d'Israele Gabriela Shalev l'ha criticata per aver abbracciato Mahmoud Ahmadinejad dopo il suo discorso scriteriato di fronte all'Assemblea Generale. 
«La Shalev è l'unico ambasciatore che non ho ancora incontrato e spero di colmare presto la lacuna. Mi auguro anche che Israele inizi a rispettare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sui territori occupati, invece di trincerarsi dietro i continui veti Usa».
Come giudica la rinascita dell'America Latina e il tentativo russo di rimpiazzare gli Usa nella regione? 
«I russi non hanno mai coltivato mire espansionistiche in America Latina, che ha sofferto le conseguenze dell'imperialismo americano. Ma quella fase è finita perché le masse guidate dai leader del gruppo ALBA (Alternativa Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América) hanno riconquistato il diritto di decidere il proprio destino. Il "sueño de Bolívar" di unificazione del continente sta per realizzarsi. Non avrei mai immaginato di vivere abbastanza per vedere quel giorno. E' l'inizio di una nuova era, grazie a Dio, la migliore della nostra storia».
Cosa pensa della proposta di John McCain di creare una «Lega delle Nazioni » di Paesi amici per bypassare l'Onu? 
«E' destinata a fallire perché i comportamenti imperialisti sono incompatibili con lo Statuto Onu. Siamo le Nazioni Unite non le Nazioni Asservite».
Tifa per Obama? 
«Tifo per il presidente che ami l'America abbastanza da capire che non è mai stata più impopolare nel mondo e si impegni a riscattare la sua reputazione di stato farabutto e guerrafondaio. Nessuno poteva danneggiarne l'immagine più di quanto hanno fatto i suoi leader».

Che tipo di riforma del Consiglio di sicurezza vorrebbe vedere? 
«Serve una redistribuzione di potere più equilibrata che includa le varie zone geografiche. Il potere di veto è andato alla testa degli Usa e sarebbe importante che nessuno si sentisse più al di sopra delle leggi umane e divine».
Come giudica il ruolo dell'Italia in seno all'Onu? 
«E' molto importante e mi auguro che continui ad esserlo. Nessuno può sedersi sugli allori perché il mondo è in un caos inenarrabile in cui è stato cacciato dal nostro folle egoismo. L'unica via d'uscita è la fratellanza e l'amore: questo è il messaggio che voglio portare dal pulpito delle chiese all' Onu» .


E' morto l'inventore del bodybuilding
Scoprì e lanciò il giovane Schwarzenegger in California
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La Stampa

Arnold Schwarzenegger

È morto, all'età di 85 anni, Ben Weider, il padre del bodybuilding e anche, da un punto di vista dell' immagine almeno, di Arnold Schwarzenegger che alla fine degli anni '60 lanciò negli Stati Uniti come giovane culturista. Il ncerologio di Weider, canadese, appare sulla versione online de la Gazette, quotidiano di Montreal, la sua città natale dove  si è spento lo scorso venerdì al Jewish General Hospital. 
Insieme con suo fratello Joe, Weider è stato determinante affinchè il culturismo diventasse una riconosciuta e apprezzata disciplina sportiva in tutto il mondo. I due hanno lavorato a questo scopo per oltre 60 anni e furono loro a fondare, nel 1946, l'International federation of body builders (I.F.B.B.). Negli anni Ben ne divenne l'ambasciatore nel mondo e fu in questa veste che, durante un viaggio in Austria nel 1968, notò un giovane culturista, Arnold Schwarzenegger, e volle portarlo ad allenarsi in California. 
Nato a Montreal da una famiglia di immigrati polacchi, Weider lasciò presto la scuola per contribuire a mantenere la famiglia, poi la passione per il bodybuilding: a soli 22 anni organizzò il primo concorso di culturismo. Un interesse affiancato negli ultimi anni però dalla curiosità per la figura di Napoleone alla quale Weider ha dedicato anche alcuni libri. E proprio la prossima settimana verrà inaugurata, al Montreal Museum of Fine Arts, l'esposizione di una collezione raccolta da Weider di oggetti appartenuti a Napoleone. www.canada.com/


  26 ottobre 2008