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a cura di Fr.I. - 4 novembre 2013



Ichino: «Votiamo leggi che nessuno di noi capisce»
Documenti criptici, linguaggio per pochi iniziati: le leggi sono in mano agli azzeccagarbugli
Marco Sarti su LINKIESTA


L'intervento in Aula risale a qualche giorno fa, ma è tremendamente attuale. Si riferisce al decreto di razionalizzazione della pubblica amministrazione, ma potrebbe adattarsi alla maggior parte dei provvedimenti che passano tra Camera e Senato. E solleva un caso fin troppo evidente. Davvero i nostri parlamentari hanno piena consapevolezza di quello che votano?
È il 2 ottobre scorso, l'Aula di Palazzo Madama ha da poco confermato la fiducia al governo Letta. Nel primo pomeriggio inizia la discussione sul decreto 101. A prendere la parola è il senatore Pietro Ichino, non proprio uno sprovveduto. Il testo in esame, spiega ai colleghi senza troppi giri di parole, ha un «difetto grave di chiarezza». Anzi. «È un testo letteralmente illeggibile», conferma poco dopo tra lo stupore generale. E non si tratta di una mera questione tecnica. «Non è solo incomprensibile per i milioni e milioni di cittadini chiamati ad applicarlo, ma è illeggibile anche per gli addetti ai lavori, per gli esperti di diritto di lavoro e di diritto amministrativo». La questione sollevata è tutt'altro che banale. Il decreto «è illeggibile per noi stessi legislatori che lo stiamo discutendo».
Superato il primo imbarazzo, subentra la preoccupazione. Se neppure i nostri parlamentari hanno piena coscienza di quello che votano, chi decide le norme che regolano la nostra vita? «Ciò pone un problema politico di grande rilievo - continua Ichino in Aula - Se a comprendere il testo legislativo non è neppure lo stesso legislatore che lo approva, ma sono soltanto pochi sacerdoti dei sacri misteri, significa che, in realtà, il potere legislativo è esercitato da loro». Insomma, una casta nella casta. «Il problema è che quei sacerdoti dei sacri misteri non rispondono delle scelte di fronte al Paese».
I senatori del Movimento Cinque Stelle iniziano ad apprezzare l'intervento. Più tardi, raccontano alcuni di loro, andranno persino a congratularsi con il collega di Scelta Civica. Intanto Ichino prosegue il suo atto d'accusa. «Vi leggo solo un comma preso a caso. “Gli ordini e i collegi professionali sono esclusi dall'applicazione dell'articolo 2, comma 1, del decreto legge 6 luglio 2012, n.95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.135. Ai fini delle assunzioni, resta fermo, per i predetti enti, l'articolo 1, comma 505, penultimo periodo della legge 27 dicembre 2006, n.296». Silenzio. «Credo che in Aula, in questo momento, non ci sia una sola persona che sia in grado di dirci che cosa questo comma voglia dire». Probabilmente ha ragione. A questo punto il resoconto stenografico registra un sonoro applauso.
Il bello è che la criptica stesura dei nostri provvedimenti finisce per mettere in difficoltà anche le istituzioni straniere. Con conseguenze altrettanto gravi. Ichino solleva il caso dei funzionari dell'Unione europea che ormai «considerano inutile tradurre i nostri testi legislativi». Difficile dargli torto. “Perché, anche se tradotti, essi non sono in grado di capirne minimamente il significato». E dire che l'Italia è già stata avvertita. Con il Decalogue for Smart Regulation del 2009, ricorda il senatore montiano, l'Unione Europea ha ammonito il nostro Paese «a legiferare in modo immediatamente comprensibile per tutti coloro ai quali la norma è destinata». Sembra semplice buonsenso. «A mio avviso - prosegue Ichino - si tratta di un principio basilare della democrazia».
Eppure nel recente passato non mancano esempi positivi. Ichino cita lo Statuto dei lavoratori del 1970. Un testo che «in quaranta articoli definiva praticamente tutto il nuovo diritto del lavoro». Diffuso in milioni di copie, permise a tutti i cittadini di conoscere nel dettaglio «la disciplina della malattia, del licenziamento, del trasferimento o delle rappresentanze sindacali». Oggi cosa accadrebbe? «Ipotizziamo che venga distribuito in milioni di copie questo testo che siamo chiamati a esaminare, e chiediamoci quanti italiani, fra tre mesi, saranno in grado di dire che cosa esso contiene». Non è il caso di rispondere.


  4 novembre 2013