prima pagina pagina precedente




sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 novembre 2013


IL “CASO” VENDOLA

Ilva, la telefonata choc di Vendola:
risate al telefono per le domande sui tumori
Nel luglio del 2010 il leader di Sel viene intercettato con Girolamo Archinà, il pr della famiglia Riva…
redazione de
Il Fatto Quotidiano | 15 novembre 2013

E' il 19 novembre 2009. La conferenza stampa di presentazione del “Rapporto ambiente e sicurezza” dell'Ilva è appena terminata. Luigi Abbate, giornalista dell'emittente tarantina Blustar Tv, si avvicina a Emilio Riva, 87enne ex patron dell'acciaio e gli chiede: “La realtà non è così rosea visti i tanti morti per tumore…”. Riva non è abituato a domande scomode. Abbozza una risposta bofonchiando: “Ve li siete inventati” e si salva grazie all'intervento del suo addetto alle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, che strappa letteralmente il microfono dalle mani del giornalista. Il video finisce su Youtube e comincia a fare il giro d'Italia. Diversi mesi più tardi, nel luglio del 2010, appena tornato da un viaggio in Cina anche Nichi Vendola lo vede. A mostrarglielo sono stati “degli amici di Roma”, in quei giorni interessati al caso Ilva perché in quei giorni l'azienda era tornata sulle pagine dei giornali a causa della diffusione dei dati dell'Arpa sui livelli allarmanti di benzo(a)pirene a Taranto. Il video della conferenza stampa sarà al centro di una telefonata tra il governatore della Puglia e Archinà, considerato dai pm la “longa manus” dei Riva. 
Nell'intercettazione, il governatore di Puglia ride di gusto dicendo ad Archinà di aver apprezzato “lo scatto felino”. Confessa di essersi divertito insieme al suo capo di gabinetto. Definisce una “scena fantastica” l'immagine di Archinà che impedisce al giornalista di intervistare Emilio Riva. Il leader di Sel, ridendo, rivolge anche i suoi “complimenti” ad Archinà. Non solo. Riferendosi al giornalista lo definisce una “faccia di provocatore”. Vendola, che afferma di aver fatto davvero le battaglie a difesa della vita e della salute, suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte né parte”. E aggiunge: “Dite a Riva che il presidente non si è defilato”.

Oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati dell'inchiesta “Ambiente svenduto”. Per la procura di Taranto, che ha coordinato l'attività investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà ha fatto pressioni sul direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perché ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell'Ilva. Concussione. Girolamo Archinà, invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono le ipotesi di reato da cui dovrà difendersi l'ex pr dell'Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all'ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto. Archinà, infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico. Nel corso dell'inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà. Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande. 

Per tutta la giornata di giovedì 14 novembre i cronisti de Il Fatto Quotidiano hanno provato a contattare telefonicamente Vendola e i suoi collaboratori. Il cellulare del governatore ha sempre suonato a vuoto. E nonostante l'invio di sms, il leader di Sel non ha mai risposto nè richiamato. 



Ilva, gli atti dell'inchiesta: la telefonata Vendola-Archinà
15 novembre 2013




Telefonata con Archinà, Vendola annuncia querela:
''Sciacallaggio, non rido di tumori''
Adnkronos/Ign 15/11/2013

Bari, 15 nov. (Adnkronos/Ign) - Diventa un caso l'articolo pubblicato sul sito 'Il Fatto quotidiano' di venerdì, e ripreso da altre testate giornalistiche web, in cui si riporta un'intercettazione tra il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e l'ex responsabile delle relazioni istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà.
Nell'articolo, spiega una nota della Regione, si parla di ''presunte risate del Presidente suscitate dalle domande sulle morti per cancro. Come tutti invece possono tranquillamente constatare, il Presidente era solo rimasto colpito dallo specifico episodio in cui Archinà, con un salto improvviso, si era avvicinato ad un giornalista che stava intervistando Riva''.
Vendola ha dato mandato ai propri avvocati di sporgere querela ai responsabili dell'articolo. "Si è tentato di far intendere che in quella telefonata decontestualizzata io stessi ridendo per i morti di cancro - ha detto il governatore -. Questa è veramente un'operazione inaccettabile,uno sciacallaggio puro".
"Il cancro ha abitato la mia vita, ha abitato casa mia, e credo che l'idea di darmi un colpo, cercando di delegittimarmi, sul terreno della sensibilità umana sia un'operazione vigliacca, volgare, a cui reagisco, naturalmente, tutelandomi anche in sede legale, come è giusto che sia", ha aggiunto.
''Chiunque abbia ascoltato si rende conto che io non rido dei tumori'', il cancro l'ho avuto in famiglia e ''so cos'è il dolore'', ha poi chiarito a Repubblica.it. Vendola spiegando che quelle risate erano limitate all'immagine di Archinà che con un ''guizzo felino, corre a togliere il microfono a un giornalista''



Ilva, Archinà strappa il microfono al giornalista
2 dicembre 2012




Vendola, Il Fatto e il grande bubbone
Andrea Scanzi su Il Fatto Quotidiano 16 novembre 2013

La telefonata di Nichi Vendola è tremenda, moralmente tremenda, perché testimonia quel rapporto amicale e quasi complice tra politici (anche i più stimabili) e potenti (anche i meno presentabili). Le risate, le promesse, l'arroganza. E il totale disprezzo per i giornalisti liberi. Era già nota parte del testo, ma ascoltare quella voce fa un altro effetto. Un effetto terribile. Se possibile la difesa di Vendola, e dei suoi quattro o cinque fanboy, è persino peggiore: non se la prendono con se stessi, ma con chi ha pubblicato l'audio di quella telefonata. Come se la colpa morale non risiedesse in ciò che è stato detto, ma nell'averlo reso noto. 
A chi scrive che “così il Fatto fa il gioco della destra”, è facile replicare che i giornali non devono porsi il dubbio se una notizia (vera) giovi a Tizio o a Caio (il famoso “cui prodest“): devono semplicemente dare la notizia (vera). Anche se riguarda un politico che si stima(va). Ai finti smemorati che ripartono con la litania del “Fate il gioco di Grillo”, pare giusto ricordare che Grillo e Casaleggio, previo post del primo Galeazzone Ciano incontrato per strada, hanno provato a sfanculare il Fatto giusto un mese fa, scivolando peraltro in una delle loro peggiori bucce di banane. Il Fatto fa informazione e denuncia tutto ciò che scopre. La cacciata di Tavolazzi dal Movimento 5 Stelle, per esempio, la dette proprio Ilfatto.it. E certo Grillo, e più ancora Casaleggio, non ne furono felici. Gli eterni detrattori si mettano l'animo in pace: siamo un giornale libero e l'unico padrone che abbiamo è la Costituzione. Per questo siamo così amati e per questo generiamo un tale rosicamento (peraltro molto divertente da leggere).
Occorrerebbe smettere di ragionare da tifosi e imparare a essere esigenti anzitutto con chi sembrava meritare la nostra fiducia. Vendola è politicamente e moralmente indifendibile. Se quella telefonata avesse riguardato Berlusconi, Vendola si sarebbe incatenato in piazza chiedendone (giustamente) la cacciata. Se avesse riguardato Grillo, stampa e tivù italiane ne avrebbero come minimo chiesto l'ergastolo. I primi arrabbiati dovrebbero essere proprio gli elettori di Sel, perché se è vero che mai Vendola ha riso dei tumori (ci mancava solo questo), è altrettanto vero che i toni di quel colloquio sono oltremodo deludenti e fastidiosi: pressoché inascoltabili. Lo è il definire “provocatore” un giornalista libero, lo è sghignazzare per la violenza di un potente che strappa il microfono dalle mani di un cronista, lo è il promettere a Riva che “il Presidente non si defila”: invece di supercazzolare arrampicandosi sugli specchi, il Caro Compagno Leader Nichi chieda scusa e si dimetta. Ora, anzi ieri. 
A me il suicidio di Vendola non fa piacere: fa incazzare. Certi toni, da certe persone, me li aspetto. Da Vendola – per quanto mai suo elettore – non me li sarei voluti aspettare. E questo suo lamentare complotti e macchine del fango, come un Berlusconino qualsiasi, mette malinconia. Come ha qui scritto Peter Gomez: “Per tutto il pomeriggio lo avevamo cercato in più colleghi telefonandogli, inviando sms e parlando con il suo entourage. Volevamo dargli la possibilità di replicare e avevamo pensato di chiedergli se, alla luce di quanto è accaduto a Taranto, non si fosse pentito dei suoi comportamenti. Vendola non ha risposto, né richiamato. Oggi però querela. E la sua replica, arrogante, dice tutto. Meglio così. Ci vedremo in tribunale. Ne siamo felici”.
E come ha scritto Massimo Gramellini: “Il bubbone italiano è tutto in questa danza che i potenti ballano tra loro, in questa confusione continua di ruoli che non sempre configura dei reati, ma instaura comunque un clima complice, un circuito chiuso al cui interno si consuma lo scambio dei privilegi e dei favori. Chi è fuori dai giochi vi assiste con rabbia o con invidia, a seconda dei gusti e del carattere. È un bubbone incurabile. Si può soltanto estirpare, sostituendo radicalmente la classe dirigente e fissando regole che ne prevedano il ricambio totale ogni dieci anni. Prima che si formi il nuovo bubbone. Non è detto che chi arriva sia migliore di chi se ne va. Ma il salto nel torrente è preferibile a questa pappa in cui ormai si può solo affogare”.



  20 novembre 2013