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17 dicembre 2013

Napolitano

Napolitano, il ricatto, il 2015
Di Alessandro Gilioli su Piovono Rane

Fa un po’ sorridere l’intemerata di Forza Italia contro Napolitano, ripensando al ghigno plaudente di B. il giorno in cui re Giorgio fu rieletto.
Già: allora il Cavaliere festeggiava gli scampati pericoli Prodi o Rodotà – e soprattutto pensava che il bis quirinalizio gli avrebbe garantito larghe intese e impunità.
Oggi che le intese si sono ristrette e la trattativa sul salvacondotto è saltata, si scopre all’improvviso che il Colle non è super partes: cosa che non risultava scandalizzare nessuno solo due mesi fa, quando Napolitano attaccava violentemente l’unica opposizione di allora, cioè il M5S.
Ma transeat.
Quello che mi pare più interessante è il nervoso discorso fatto ieri dal Capo dello Stato: da cui traspare la vaga consapevolezza che il suo prediletto asse di potere con Letta si è parecchio indebolito, ultimamente. Per l’uscita di mezzo Pdl dalla maggioranza, certo, ma anche per gli scontri più o meno aperti che ogni giorno incasinano le piazze italiane. E, probabilmente, pure per l’elezione a capo del Pd di un segretario che, almeno a parole, pare assai meno supino verso il Quirinale rispetto al gruppo dirigente che lo ha preceduto.
Insomma Napolitano è un po’ più solo e un po’ meno onnipotente, da qualche settimana, e lo sa. Di qui l’esigenza di ricordare e rafforzare il ricatto di aprile, ‘o si fa come dico io o me ne vado’: molto ai limiti della Costituzione ma soprattutto effetto di una supplenza di cui si sente sempre meno il bisogno.
A proposito, Napolitano ha legato il suo secondo mandato a un progetto di governo la cui data di scadenza è adesso concordata: entro e non oltre la primavera 2015, a semestre europeo terminato.
Non sarebbe il caso che a quella data – fatta la riforma elettorale, s’intende – lasciasse quindi anche il Capo dello Stato?
E non sarebbe questo un impegno che il Quirinale dovrebbe assumere già ora, anziché minacciare improbabili dimissioni ad horas ogni volta che ha bisogno di spostare a suo favore i rapporti di forza? 



Napolitano ricatta l’Italia

Di Alessandro Sallusti su
il Giornale

A Giorgio Napolitano la situazione sta sfuggendo di mano e lui arriva al ricatto. «Se non fate come dico io, mi dimetto». Non lo farà - purtroppo - perché su quella poltrona, che è la più costosa di qualsiasi presidenza al mondo, alla faccia dei tagli alla politica, è incollato. Ha i forconi che premono alla porte del Palazzo, ha le città paralizzate da scioperi selvaggi di categorie varie tradite e sfiancate, non c'è un solo dato economico che indichi un barlume di ripresa, ma niente, lui si aggrappa al duo Letta-Alfano (insieme non arriverebbero, in una elezione, all'8 per cento dei voti) per tenere il Paese reale fuori dalla porta. Non ha sentito, come ebbe a dire, il boom di Grillo, ha fatto fuori Berlusconi coi metodi che conosciamo, non ne vuole sapere di Renzi. Tre quarti degli elettori sono privi di rappresentanza al governo. Ma niente. Non ne vuole sentire parlare di prendere atto del fallimento del suo progetto di larghe intese, che in realtà è un monocolore Pd vecchia guardia (cioè comunista o post che sia). Non basta neppure che la sua figura sia precipitata ai minimi nel gradimento degli italiani. Convoca ministri come se fosse un premier, modifica gli equilibri con la nomina di senatori a vita amici, lancia ogni giorno proclami da dittatore. Non vede che il Paese è allo stremo e che la colpa è solo sua, tante ne ha fatte a partire dallo sciagurato blitz che portò all'insediamento del governo Monti (oggi il partito dell'ex premier è all'uno per cento).

Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirglielo: presidente, liberi l'Italia dalla sua nociva presenza ai vertici dello Stato. Lo faccia, si ritiri. Ha l'età per farlo senza drammi. Qualsiasi cosa accadrà dopo non potrà che andare meglio. Come arbitro non è più credibile, l'Italia ha bisogno di tornare al più presto alle urne per avere un Parlamento legittimo e quindi un governo autorevole. Il problema non sono i forconi in piazza, ma Napolitano al Quirinale. Dove lui e il governo non possono mettere becco (vedi la quotazione Moncler di ieri in Borsa) le cose ancora funzionano. Se ci lasciano in pace, se ci lasciano liberi, sappiamo cosa fare. E spesso lo facciamo bene.



L’amaro sfogo di Napolitano. Ricaricata l’arma delle dimissioni
Le condizioni necessarie per il suo «scudo»
Di Marzio Breda sul
Corriere della Sera

ROMA - Ora o mai più. Date «risposte» ai problemi senza precipitare verso il voto. Fate le riforme che un Paese depresso, sfiduciato e quasi in ebollizione a questo punto pretende. Fatele, costruendo una «larga convergenza con le opposizioni» e senza più perdere un giorno, perché «il malessere sociale» generato da una crisi «che morde» rischia di scivolare in forme di «proteste anche indiscriminate». Insomma: l’obiettivo di revisionare qualche capitolo della seconda parte della Costituzione (dal monocameralismo al taglio del numero dei parlamentari, alla semplificazione del processo legislativo, a una decente legge elettorale, tanto per indicare ciò che gli sta più a cuore) è ormai una «questione vitale per la funzionalità e il prestigio del sistema democratico». Sarebbe «fatale» mancarlo. Oltretutto, se ci si trascinasse ancora in un’irresponsabile strategia di «pestare l’acqua nel mortaio», finirebbe per trarne le conseguenze lui stesso. Infatti, avverte che, dopo aver valutato la sostenibilità - «in termini istituzionali e personali» - dell’«alto e gravoso incarico» che gli è stato affidato solo otto mesi fa, il 20 aprile, potrebbe decidere di lasciare.

Oscilla tra la pressione (arma estrema, ieri ricaricata), la denuncia (senza attenuanti) e l’autodifesa (ma al Quirinale preferiscono parlare di «puntualizzazioni») il bilancio di fine anno che Giorgio Napolitano affida all’incontro con le alte cariche dello Stato. Un anno in cui, dopo il voto del 24 e 25 febbraio, «si è dischiusa una finestra per tempi eccezionali», come disse all’insediamento per il nuovo, e dunque «eccezionale», mandato. Un passaggio che qualcuno, con «uno spudorato rovesciamento della verità», vorrebbe adesso «oscurare» con ricostruzioni che devono essergli insopportabili se si preoccupa di ricordare «la drammatica condizione di impotenza politica a eleggere» il proprio successore in base alla quale i leader dei maggiori partiti bussarono alla sua porta per chiedergli la disponibilità a restare. Almeno per un altro po’, lo pregarono. Giusto il tempo di superare l’emergenza. Con l’impegno - che allora parve sul serio condiviso - di tenere a battesimo un governo di larghe intese e dall’orizzonte comunque limitato, l’altro sbocco «eccezionale» (ma per nulla borderline , costituzionalmente parlando) di allora.

Altro che democrazia sospesa, Parlamento commissariato ed esecutivo subornato dal Colle, come si recrimina da certi fronti, politici e non solo, per mettere in liquidazione le esperienze di Monti e Letta. Stavolta non serve azzardare retropensieri: è il presidente stesso a sgombrare le ombre agitate da quanti mirano a una delegittimazione generale per far saltare il tavolo. «Ciascuna istituzione», dice, ripetendo concetti elementari ma strumentalmente equivocati, «ha le sue, ben distinte responsabilità... le sorti del governo poggiano soltanto sulle sue forze, sono legate al rapporto di fiducia con la sua maggioranza». E, aggiunge con evidente fastidio verso chi polemizza con Palazzo Chigi (e, obliquamente con il Quirinale) sostenendo che si fa un totem della stabilità purchessia, «è perfino banale ricordare che la stabilità non è un valore se non si traduce in un’azione di governo adeguata».

Ecco i termini con cui il capo dello Stato ristabilisce la verità dei fatti. Ecco i termini del patto da onorare. Un memorandum, il suo, attraverso il quale, oltre a liberarsi di fuorvianti letture delle proprie intenzioni, tenta di imprimere una scossa a un sistema frammentato, confuso e in affanno. Questo è quel che gli interessa di più dopo che si è ristretto, pur restando autosufficiente, il perimetro delle larghe intese. L’esecutivo può quindi programmare un altro pezzo di strada contando sul suo scudo. Purché sia un percorso coerente e senza deviazioni, perché molte cose devono sembrargli allarmanti, in un contesto generale schiacciato da «mutamenti incalzanti della scena politica, ancora lontani da un chiaro assestamento e tali da presentare incognite non facilmente decifrabili». Ci sono leadership nuove, alla guida dei partiti che possono avere un ruolo determinante nella fase che si apre. Napolitano spera in loro senza voler disperare del tutto nel Berlusconi decaduto da senatore e, dopo l’addio alla maggioranza con cui si è autoescluso da questa fase eccezionale ma necessitata, pronto a diroccare ogni equilibrio della politica pur di rincorrere le urne in concorrenza con i 5 Stelle di Grillo. Il presidente gli chiede di non abbandonare il tavolo delle riforme, poiché «sarebbe dissennato buttar via il prezioso telaio propositivo» già imbastito in Commissione. Ma lo avverte ruvidamente di smetterla di evocare «colpi di Stato e oscuri disegni» ai quali non sarebbero state estranee «le più alte istituzioni di garanzia», Quirinale in primis. Sono «estremizzazioni che guastano la vita democratica», è la sua sentenza. 

  19 dicembre 2013