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Quando il Palazzo tremava per le bombe di Cosa Nostra
Così parti la trattativa Stato-mafia: dai contatti del Ros alla revoca del 41 bis ai capimafia.
il delitto Lima che rompe l'equilibrio. Tanti big si sentono in pericolo: da Mannino a Martelli ad Andreotti.
Conso dice di aver deciso "in solitudine" lo stop al carcere duro. Il sospetto che abbia pesato la ragion di Stato.

Attilio Bolzoni su la Repubblica del 22 giugno 2012

la strage di Capaci

ROMA -  Che cos'è l'inchiesta sulla trattativa dei magistrati di Palermo? È lo Stato che processa se stesso. È lo Stato che si guarda dentro, che si autoaccusa di colpe gravi, che si riconosce traditore per avere patteggiato con il nemico. È tutto così semplice e tutto così complicato che vent'anni dopo c'è ancora un'Italia che ha paura. 
Non è solo un affare di mafia. È soprattutto un affare di Stato. Dove i protagonisti non sono quei boss delle borgate ma ministri dell'Interno e ministri della Giustizia, capi di governo, funzionari di alto rango, forse anche ex Presidenti della Repubblica che hanno subito ricatti per proteggere la Nazione.

L'alta tensione di questi giorni  -  con il Quirinale trascinato nel gorgo di polemiche incandescenti  -  è la dimostrazione che non siamo ancora in grado di sopportare certe verità. 

Ricominciamo daccapo. Ricordiamo i fatti. Raccontiamo i personaggi. Spieghiamo cosa è avvenuto fra il 1992 e il 1993.

I delitti, le stragi e le paure dei politici 
Il 12 marzo del '92 uccidono Salvo Lima, il potentissimo proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia. Muore perché non "ha garantito il buon esito del maxi processo", l'ammazzano perché in Cassazione tutti i mafiosi incastrati dal giudice Giovanni Falcone vengono condannati all'ergastolo. È la rottura di un patto che resiste da almeno quattro decenni. Cosa Nostra si ritrova improvvisamente senza "coperture" politiche. "D'ora in poi può accadere di tutto", dice Falcone davanti al cadavere di Lima. E di tutto, in effetti accade.

Il rapporto mafia-politica si spezza con quell'omicidio. Salvo Lima è il punto di equilibrio fra lo Stato e la mafia, morto lui tutti gli altri ras della politica si spaventano. Il più preoccupato  -  e questa è la tesi dei procuratori di Palermo  -  è il ministro siciliano per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno Calogero Mannino. Si sente in pericolo, c'è una lista di uomini che i boss intendono colpire. Il primo è Mannino. Poi c'è Carlo Vizzini, ministro delle Poste. C'è il ministro della Giustizia Claudio Martelli. C'è anche il ministro della Difesa Salvo Andò. E Giulio Andreotti. 

Secondo la ricostruzione dei pm, per salvarsi la pelle Mannino incontra il capo dei reparti speciali dei carabinieri Antonino Subranni e il capo della polizia Vincenzo Parisi per "aprire" un contatto con i boss e arrivare a un patto. Ma la mafia siciliana ha già deciso  -  con qualcun altro  -  di non fare patti. Il 23 maggio del 1992 fa saltare in aria Falcone a Capaci. Giulio Andreotti, il candidato più accreditato nella corsa al Quirinale, è fuori dai giochi per sempre.
 
Comincia la prima trattativa
Falcone è morto da 15 giorni e i carabinieri del Ros  -  il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno  -  contattano l'ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di arrivare a Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. E fermare le stragi. Trattano con lui. Per conto di chi? Dicono loro: "Di nostra iniziativa". Nessuno ci crede. Ne sono al corrente almeno tre persone: il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il direttore degli Affari Penali di via Arenula Liliana Ferraro (quella che ha sostituito Falcone) e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante. 

Tutti e tre  -  Martelli, la Ferraro e Violante  -  per 17 anni non dicono nulla di tutto ciò. Stanno zitti. Quando il figlio di Vito Ciacimino, Massimo, racconta nel 2010 ai magistrati di Palermo di quegli incontri fra suo padre e i carabinieri, Martelli, la Ferraro e Violante ritrovano i ricordi e ammettono tutto. Smemorati di Stato. Hanno parlato solo perché costretti. Cosa sapevano? Perché non hanno detto prima di quei contatti fra Stato e mafia? Quali segreti custodivano o ancora custodiscono? 

Mentre loro nel 1992 nascondono verità, muore anche Paolo Borsellino. Il 19 luglio del 1992, cinquantasette giorni dopo Capaci, l'autobomba di via Mariano D'Amelio. Totò Riina scrive il suo "papello", le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia stragista in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo, la revisione del maxi processo. 

C'è un nuovo governo, il premier è Giuliano Amato. Il vecchio ministro degli Interni Vincenzo Scotti, considerato un "duro", salta. E al suo posto viene improvvisamente nominato Nicola Mancino.

La misteriosa cattura di Riina e la seconda trattativa 
Il 15 gennaio del '93 i carabinieri  -  quegli stessi che stavano trattando con Ciancimino  -  arrestano dopo 24 anni e 7 mesi di latitanza Totò Riina. E' una cattura "strana". Non perquisiscono il suo covo, non inseguono i suoi complici. Il ministro Mancino annuncia  -  a sorpresa - l'arresto di Riina qualche giorno prima. Il sospetto è che Riina sia stato "venduto" da Bernardo Provenzano, l'altro capo mafia di Corleone già in contatto con il senatore Marcello Dell'Utri, il braccio destro di Berlusconi che con l'aristocrazia mafiosa di Palermo ha rapporti da più di un quarto di secolo. 

Si tratta ancora fra Stato e mafia. Provenzano è libero e  -  secondo le indagini dei pm di Palermo  -  protetto dai carabinieri che avevano incontrato Vito Ciancimino. Si tratta ma la mafia alza ancora il tiro. Chiede tanto. Dopo il ministro dell'Interno salta anche il ministro della Giustizia. Al posto di Martelli arriva Giovanni Conso. E' il febbraio del 1993. Dopo l'attentato al giornalista Maurizio Costanzo in via Fauro, c'è la bomba di via dei Georgofili a Firenze: 5 morti e 48 feriti. 

È la mafia che diventa terrorismo. Poi gli attentati di Milano e Roma. Cosa sta accadendo in Italia nella primavera-estate del 1993? Chi mette bombe e semina terrore? Il Presidente della Repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, che è stato ministro dell'Interno e che ha come capo della polizia Vincenzo Parisi. In quel momento comincia probabilmente la terza trattativa.

Revocato il carcere duro ai mafiosi
Sotto la regia di Scalfaro vengono improvvisamente sostituiti tutti i vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il Presidente della Repubblica in quelle settimane riceve una lettera di minacce dai familiari dei boss in carcere. Lo Stato in pubblico mostra i muscoli, in realtà cala le braghe. Nel 1993, dopo le bombe, 441 mafiosi rinchiusi al 41 bis vengono trasferiti in regime di "normalità" carceraria. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso dice che ha deciso tutto "in solitudine", il sospetto è che abbia ubbidito a una "ragion di Stato".

E' in quei mesi del 1993 che gli apparati di sicurezza non riescono a trattare con la mafia in una posizione di forza. Dopo le stragi siciliane e quelle in Continente, i Corleonesi progettano di abbattere la Torre di Pisa e disseminare le spiagge di Rimini con siringhe infettate dal virus dell'Hiv. Poi preparano l'attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994 per uccidere "almeno 100 carabinieri". Il massacro è evitato perché  -  altro mistero mai chiarito  -  il congegno non funziona. 

E' la svolta. La pace fra Stato e mafia è raggiunta. La mafia si placa. Ha trovato nuovi "referenti". Sarà una coincidenza  -  sicuramente una coincidenza  -  ma per vent'anni la mafia non spara più un colpo. E' l'Italia di Berlusconi. Governo dopo governo, è sempre trattativa. 

Napolitano dovrà rispondere sulla lettera del consigliere D'Ambrosio. L'oggetto principale della testimonianza di Napolitano è rappresentato dalla missiva che Loris D'Ambrosio scrisse e indirizzò al presidente della Repubblica il 18 giugno del 2012, poco dopo la chiusura dell'indagine sulla Trattativa: in quella lettera il consulente giuridico del Quirinale confessò il suo timore per essere stato “utile scriba di indicibili accordi” tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90, quando era in servizio all'Alto Commissariato Antimafia. Napolitano dovrà essere sentito anche sulla lettera inviata nell'aprile 2012 all'allora procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito in cui si esponevano le lamentele dell'ex presidente del Senato che è imputato per falsa testimonianza. Napolitano aveva fatto arrivare una lettera ai giudici di Palermo sostenendo di non aver nulla da riferire, ma i giudici avevano “risposto” che sulle testimonianze decide la corte: “La testimonianza del capo dello Stato, oltre che ammissibile appare né superflua né irrilevante” avevano scritto nell'ordinanza i magistrati. “La superfluità o irrilevanza di una prova testimoniale deve essere valutata dal giudice esclusivamente in relazione ai fatti oggetto dell'articolato e alla sua riferibilità al teste indicato e non già in relazione a o in previsione di ciò che il teste medesimo può sapere o non sapere”.