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15 gennaio 2014

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Sharon, vita e morte di un falco
Israele . L'ex premier israeliano, in coma per otto anni, si è spento ieri in ospedale. La vicenda di un militare e uomo politico che per i palestinesi è legato al massacro compiuto nei campi profughi di Beirut. Gli israeliani, Obama, i Clinton e altri leader occidentali lo esaltano come "soldato valoroso" e "uomo di pace" dimenticando i suoi crimini di guerra
Michele Giorgio su il manifesto  | 11 gennaio 2014


Era la metà degli anni ‘90 quando, con il col­lega Mau­ri­zio Mat­teuzzi, in quei giorni a Geru­sa­lemme, pren­demmo parte a tour in Cisgior­da­nia dav­vero spe­ciale e inquie­tante. A gui­darlo c’era Ariel Sha­ron, il falco della destra israe­liana che una doz­zina di anni prima in Libano era stato accu­sato di aver «lasciato fare» alle mili­zie falan­gi­ste cri­stiane che ave­vano mas­sa­crato circa tre­mila pro­fu­ghi pale­sti­nesi nei campi di Sabra e Sha­tila a Bei­rut. A metà degli anni ‘90 Sha­ron era dipinto dai suoi stessi con­na­zio­nali come un “falco” schie­rato con­tro la “pace di Oslo”, un “estre­mi­sta” nemico dei diritti dei pale­sti­nesi, un acca­nito soste­ni­tore del movi­mento dei coloni e, in defi­ni­tiva, un uomo poli­tico che gli stessi israe­liani, o la mag­gio­ranza di essi, pre­fe­ri­vano tenere ai mar­gini per quel suo tor­bido pas­sato. Fu pro­prio quel tour che invece ci con­fermò che Sha­ron non era «ai mar­gini», non era un alieno tra sin­ceri paci­fi­sti desi­de­rosi solo di arri­vare a uno accordo con i pale­sti­nesi. Al con­tra­rio era uno degli espo­nenti più rap­pre­sen­ta­tivi di Israele e della sua poli­tica, desti­nato a reci­tare un ruolo deci­sivo per anni ancora e a rac­co­gliere tanti con­sensi in casa (che lo por­ta­rono a diven­tare pre­mier nel 2001) e per­sino all’estero. Ieri Sha­ron si è spento all’età di 85 anni, dopo otto anni di coma pro­fondo in seguito all’ictus che lo aveva col­pito il 4 gen­naio del 2006. Non ci sor­prende che da morto sia descritto come un grande sta­ti­sta da alcuni lea­der occi­den­tali. Ariel Sha­ron è stato «uno dei per­so­naggi più impor­tanti nella sto­ria di Israele», ha detto ieri il primo mini­stro bri­tan­nico David Came­ron. «Ariel Sha­ron è stato un eroe per il suo popolo, prima come sol­dato, poi come sta­ti­sta», ha aggiunto il segre­ta­rio gene­rale dell’Onu, Ban ki-moon. «Ha dato la sua vita per Israele» e l’ha dedi­cata «alla ricerca di una pace giu­sta e dure­vole», hanno affer­mato da parte loro l’ex pre­si­dente Usa Bill Clin­ton e l’ex segre­ta­rio di Stato Hil­lary Clin­ton. Parole di elo­gio e stima per­chè nel 2005 Sha­ron ordinò il ritiro di sol­dati e coloni da Gaza. E’ sva­nito ogni rife­ri­mento al respon­sa­bile di cri­mini di guerra, a comin­ciare da quello di Sabra e Sha­tila. Senza dimen­ti­care la pro­vo­ca­to­ria “pas­seg­giata” sulla Spia­nata delle Moschee che inne­scò la Seconda Inti­fada e i sospetti dei pale­sti­nesi di un suo coin­vol­gi­mento nella morte miste­riosa di Yas­ser Ara­fat nel 2004. In Israele è diven­tato quasi un santo. Un gior­nale ha pub­bli­cato non la foto dello Sha­ron infles­si­bile e audace coman­dante mili­tare ma quella dello Sha­ron con­ta­dino sor­ri­dente con al collo un pic­colo agnello. L’uomo di Sabra e Sha­tila è diven­tato Cincinnato.

In quel tour a cavallo tra la «pace di Oslo» e la Seconda Inti­fada, Sha­ron guidò una qua­ran­tina di gior­na­li­sti su e giù per le col­line della Cisgior­da­nia occu­pata, tra le recin­zioni di quelle colo­nie ebrai­che con­tra­rie al diritto inter­na­zio­nale di cui era stato un acca­nito soste­ni­tore, ripe­tendo a più riprese e con tono fermo: «Posso assi­cu­rarvi che nes­sun governo israe­liano rinun­cerà a que­sta por­zione di terra». Aveva ragione. Tutti quei ter­ri­tori che definì «ince­di­bili», rien­trano oggi nelle ampie parti di Cisgior­da­nia pale­sti­nese che il governo Neta­nyahu in carica (ma anche quelli pre­ce­denti) intende annet­tere a Israele. Sha­ron cono­sceva bene il pro­getto «nazio­nale» a lungo ter­mine. Era parte inte­grante dell’establishment, con­di­vi­deva con gli “avver­sari” labu­ri­sti le ambi­zioni stra­te­gi­che di Israele. Sha­ron per tutta la sua vita ha pie­na­mente rap­pre­sen­tato Israele. Più del pre­mio Nobel Shi­mon Peres, ora capo dello stato, chia­mato a dare una voce e un volto ras­si­cu­rante al Paese con le forze armate tra le più potenti al mondo, che ogni anno esporta armi per miliardi di dol­lari, che occupa da oltre 46 anni un altro popolo. Sha­ron non aveva pro­blemi ad accet­tare que­sta realtà, anzi la riven­di­cava. Peres invece l’ha masche­rata con una reto­rica paci­fi­sta che con­vince i governi occi­den­tali ma che non trova riscon­tro nella realtà oggi ben rap­pre­sen­tata dal governo di destra di Benya­min Netanyahu.

Nato il 27 feb­braio 1928 nell’insediamento di Kfar Malal da una fami­glia di ebrei lituani, Ariel Schei­ner­mann (cam­biò poi il cognome in Sha­ron) ini­ziò la mili­tanza nel movi­mento sio­ni­sta già a 10 anni. Da ado­le­scente prese parte ai pro­grammi di pre­pa­ra­zione mili­tare della mili­zia Haga­nah, che poi sarebbe diven­tata Tza­hal, l’esercito di Israele. Capi­tano a 21 anni, evi­den­ziò subito le sue doti di coman­dante abbi­nate a una spic­cata man­canza di scru­poli. Il 14 otto­bre 1953 di quell’anno Sha­ron, al comando di 200 uomini, diede l’ordine di attac­care nel cuore della notte il vil­lag­gio di Qibya in Cisgior­da­nia. Mori­rono 69 pale­sti­nesi, tra i quali donne e bam­bini, 45 case, una scuola e una moschea furono rase al suolo…in alcuni casi con den­tro i civili. I comandi mili­tari dichia­ra­rono di essere stati con­vinti di aver eva­cuato ogni abi­ta­zione prima dell’inizio dei bom­bar­da­menti. Negli anni ’70 Sha­ron, che nel frat­tempo si era gua­da­gnato i nomi­gnoli di “Arik” e “Bull­do­zer”, fu nomi­nato mini­stro dell’Agricoltura diven­tando deter­mi­nante per la costru­zione degli inse­dia­menti colo­nici in Cisgior­da­nia, Gaza e a Geru­sa­lemme Est. Per decenni sarà il punto di rife­ri­mento pri­vi­le­giato dei coloni che poi lo male­di­ranno nel 2005 quando, da pre­mier, ordinò il loro ritiro da Gaza.

Il suo mar­chio però Sha­ron lo ha lasciato da mini­stro della difesa. Nel 1982, deciso a spaz­zare via la resi­stenza pale­sti­nese dal Libano e a por­tare al governo a Bei­rut gli amici falan­gi­sti liba­nesi, rap­pre­sen­tati dalla fami­glia Gemayel, “Arik , Bull­do­zer”, all’inizio di giu­gno fece avan­zare le divi­sioni coraz­zate israe­liane fino alle porte della capi­tale liba­nese. A metà set­tem­bre, dopo la par­tenza da Bei­rut di Yas­ser Ara­fat e dei guer­ri­glieri pale­sti­nesi e l’uccisione in un atten­tato di Bashir Gemayel, dive­nuto pre­si­dente all’ombra dei carri armati israe­liani, i falan­gi­sti fero­ce­mente anti-palestinesi ebbero strada libera per una pre­sunta ope­ra­zione «anti­ter­ro­ri­smo» nei campi di Sabra e Sha­tila. Fu un mas­sa­cro orri­bile, andato avanti per giorni, men­tre i sol­dati israe­liani osser­va­vano e non inter­ve­ni­vano. Sha­ron si difese soste­nendo che non rice­vuto infor­ma­zioni sulle inten­zioni dei falan­gi­sti ma anche il più inge­nuo dei poli­tici sa che non si può man­dare un lupo affa­mato in un ovile. «Arik, Bull­do­zer» non è mai stato por­tato davanti a una corte inter­na­zio­nale, tutti i ten­ta­tivi di pro­ces­sare i respon­sa­bili di quel mas­sa­cro sono fal­liti. Sha­ron fu costretto a dimet­tersi da mini­stro solo per­chè una com­mis­sione di inchie­sta israe­liana di fatto ne ordinò, all’inizio del 1983, la rimo­zione. Sha­ron lasciò ma già ottenne un mini­stero senza por­ta­fo­glio nel bien­nio 1983–1984. Vale ben poco la vita dei pro­fu­ghi palestinesi.

Dopo la pas­seg­giata sulla Spia­nata delle Moschee di Gerusa­lemme nel set­tem­bre 2000, Sha­ron vinse le ele­zioni e divenne per la prima volta pre­mier. La sua rispo­sta alla Seconda Inti­fada fu duris­sima. Nel 2002 dopo una serie di atten­tati pale­sti­nesi ordinò la rioc­cu­pa­zione delle città auto­nome pale­sti­nesi (cen­ti­naia i morti) e con­finò Ara­fat nella Muqata di Ramal­lah, dove il pre­si­dente pale­sti­nese sarebbe rima­sto fino alla malat­tia miste­riosa che nel novem­bre 2004 lo avrebbe ucciso. Quello stesso anno ci furono ten­ta­tivi per far pro­ces­sare Sha­ron all’Aja presso il Tri­bu­nale per i Cri­mini di Guerra, per i fatti di Sabra e Sha­tila. Ma il prin­ci­pale accu­sa­tore e respon­sa­bile della strage, Elie Hobeika, fu ucciso e da allora quel mas­sa­cro è chiuso in un cas­setto. Sem­pre nel 2002 Sha­ron avviò la costru­zione del Muro nella Cisgior­da­nia pale­sti­nese. Poi tra il 2004 e il 2005 avviene la «svolta mode­rata» che fece di Sha­ron «un eroe della pace» presso i governi occi­den­tali. «Arik» decise di eva­cuare coloni e sol­dati dalla Stri­scia di Gaza. Più che una scelta di pace, si trat­tava di una mossa stra­te­gica. Israele in fondo non aveva mai riven­di­cato Gaza e Sha­ron cre­deva che riti­rando coloni e sol­dati da quel faz­zo­letto di terra avrebbe poi rice­vuto il soste­gno inter­na­zio­nale a un dise­gno volto ad impe­dire la nascita di un vero Stato pale­sti­nese in Cisgior­da­nia. E alle pro­te­ste del suo par­tito, il Likud, reagì fon­dando con Peres un par­tito “cen­tri­sta”. L’ictus del 2006 lo tolse all’improvviso dalla scena. La sua ere­dità poli­tica, pas­sata a Benya­min Neta­nyahu, è sem­pre pre­sente. E lo sarà ancora per molti anni.


 

Sharon morto, Hamas: “Aveva mani sporche di sangue”. Netanyahu: “Un eroe”
Fatah: "Responsabile della morte di Arafat, sfuggito alla giustizia internazionale". Il premier Netanyahu: "Israele china il capo per un componente centrale nella lotta per la sicurezza". Obama: "Ha consacrato la sua vita al Paese". Letta: "Leader generoso"
Redazione su Il Fatto Quotidiano | 11 gennaio 2014

“Un criminale con le mani coperte di sangue“. O “un valoroso combattente“. Il conflitto strisciante tra israeliani e palestinesi si combatte anche sulla morte dell’ex premier Ariel Sharon, deceduto sabato dopo otto anni di coma. Perché dietro gli insulti e gli omaggi, si nasconde una delle figure più controverse della storia mediorientale, protagonista prima della vita militare, poi di quella politica in Israele. Dal mondo però arrivano unanimi gli onori dei principali capi di Stato. Barack Obama: “Ha consacrato la sua vita a Israele”. Mentre Vladimir Putin lo definisce “un comandante straordinario”. Anche Enrico Letta ricorda l’ex leader come un “uomo generoso”.

Il giudizio più sprezzante arriva da Hamas. Secondo l’organizzazione radicale, l’ex generale – artefice dell’operazione Pace in Galilea nel 1982 che portò all’invasione del Libano meridionale – “è un criminale con le mani coperte di sangue palestinese. Oggi è un momento storico”. 

Identico il tono utilizzato da Jibril Raboub, dirigente di Fatah (braccio armato dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina fondata nel 1959 da Yaser Arafat), contro l’uomo che i palestinesi considerano il carnefice del massacro di Sabra a Shatila. I due campi profughi alla periferia di Beirut controllati dall’esercito israeliano, dove tra il 16 e il 18 settembre del 1982 le milizie cristiano-falangiste libanesi massacrarono circa 3 mila palestinesi. “Era un criminale, – commenta Raboub – responsabile della morte di Arafat sfuggito alla giustizia internazionale”. 

In Israele il primo a rendere omaggio all’eroe della guerra del Kippur del ’73 è il premier Benyamin Netanyahu: “Lo Stato di Israele china il capo con la dipartita dell’ex premier Ariel Sharon, componente centrale nella lotta per la sicurezza di Israele durante tutta la sua esistenza”. Un “combattente valoroso, grande condottiero, fra i comandanti più importanti delle nostre forze armate”. E il primo ministro ricorda: “Anche quando ha smesso la divisa, ha continuato ad operare per il popolo d’Israele, con incarichi svariati nel governo e poi da primo ministro. La sua memoria – conclude Netanyahu – sarà conservata nel cuore della Nazione“.  

Il cuore di Sharon si è spento a 85 anni all’ospdale di Tel Hashomer, nei pressi di Tel Aviv, dove era ricoverato negli ultimi tempi. Nel 2006 era entrato in coma mentre ricopriva la carica di primo ministro. I media israeliani hanno raccolto la testimonianza del professor Shlomo Noi, direttore dello Sheba Medical Center di Tel Hashomer, secondo cui l’ex generale: “Ha continuato a combattere per la sua vita fino all’ultimo contro tutte le difficoltà”. E alla fine, dopo l’ultima ricaduta, “si è separato pacificamente dalla sua famiglia”. ”E’ andato quando ha deciso lui”, ha detto il figlio Gilad, che ha ringraziato lo staff medico dell’ospedale. 

Per la morte di Sharon sono stati indetti funerali di Stato che si terranno lunedì 13 gennaio alle 14 con una cerimonia militare alla Knesset (il Parlamento israeliano, ndr). E ai quali parteciperanno numerosi leader internazionali. Dopo, il feretro raggiungerà il ranch dei Sicomori nel Negev, dove il vecchio leader viveva. Alle esequie – riferisce il quotidiano israeliano Haaretz – sarà presente il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Sempre secondo il giornale, la salma dovrebbe essere esposta alla Knesset già da domenica.

”Un leader che ha consacrato la sua vita a Israele”. E’ questo il ricordo del presidente americano Barack Obama. ”A nome del popolo americano – afferma Obama in un comunicato – Michelle e io inviamo le nostre più profonde condoglianze alla famiglia dell’ex primo ministro di Israele Ariel Sharon e al popolo israeliano per la perdita di un leader che ha dedicato la sua vita allo Stato di Israele”. “Ribadiamo – aggiunge il presidente Usa – il nostro incrollabile impegno per la sicurezza di Israele e il nostro apprezzamento per la durevole amicizia tra i nostri due Paesi e i nostri due popoli”. E il presidente coglie l’occasione per ribadire l’impegno degli Usa per una “pace duratura e per la sicurezza del popolo di Israele, perseguendo “l’obiettivo di due stati che vivano l’uno a fianco dell’altro in pace e sicurezza”.

Mentre il presidente russo Vladimir Putin in un messaggio elogia la figura di Sharon: “Un uomo di stato e un comandante militare straordinario”. Il capo del Cremlino ha sottolineato “le qualità personali”, oltre che al “suo impegno per garantire gli interessi di Israele e il rispetto di cui godeva fra i suoi compatrioti e a livello internazionale”. “Sharon – si legge ancora nel messaggio pubblicato sul suo sito del Cremlino – sarà ricordato in Russia come un coerente fautore delle relazioni amichevoli fra Russia e Israele e per aver contribuito in modo significativo all’espansione della cooperazione”.

Un altro protagonista della vita politica israeliana saluta con affetto la morte dell’ex premier.  “Per la sua intera vita, Arik (soprannome di Sharon, ndr) è stato nella prima linea di fuoco, nel luogo dove si decideva il destino dello Stato di Israele”. Ha dichiarato Ehud Olmert, prima vice e poi successore alla premiership israeliana dell’ex militare. La sua è stata una vita, ha continuato Olmert, “intrisa di coraggio, calore umano, visione e leadership nei momenti critici, quando lo Stato di Israele aveva bisogno di tutto ciò”.

Anche dall’Europa arrivano gli omaggi. Il presidente del Parlamento europeo Martin Shulz esprime “condoglianze alla famiglia di Ariel Sharon, generale, combattente e leader che, non senza controversie, ha lasciato il segno nell’intero Medioriente”. Dall’Italia è il premier Enrico Letta a ricordare il leader israeliano: “E’ scomparso un leader generoso che ha segnato la storia di Israele e che ha dedicato la vita al servizio del suo paese”. Onori che giungono anche dal premier britannico David Cameron: “E’ stato uno dei personaggi più importanti nella storia di Israele”. Stesso giudizio dal presidente francese Francois Hollande: ”Un protagonista di primo piano nella storia del suo paese”. E Silvio Berlusconi dichiara: “E’ stato il testimone dei valori più alti e nobili dello Stato di Israele, presidio di libertà e di democrazia nel Medio Oriente”.


La morte di Sharon e lo stato della pace
Bernard Guetta su Internazionale | 13 gennaio 2014 

Ariel Sharon sarà sepolto il 13 gennaio. Yitzhak Rabin è stato assassinato 18 anni fa. I due leader politici e militari israeliani che alla fine si erano convinti della necessità di arrivare alla coesistenza di Israele e Palestina (e che avrebbero potuto realizzarla) sono morti.

I negoziati di pace rilanciati dal segretario di stato americano John Kerry non avanzano, ma per quanto la situazione appaia bloccata i diplomatici arabi e occidentali non escludono la possibilità di una svolta sostanziale.
 

Può sembrare paradossale, ma il primo motivo di questa apertura è legato alla volontà degli Stati Uniti di disimpegnarsi dal Medio Oriente. Washington non ha più interessi strategici da difendere nella regione da quando la scoperta di grandi riserve di gas di scisto le ha regalato la prospettiva di un’indipendenza energetica, e ha deciso di concentrare gli sforzi sull’Asia per sorvegliare la crescita della Cina. Per questo motivo gli Stati Uniti vogliono arrivare a un compromesso sul nucleare con l’Iran e spingere israeliani e palestinesi verso un accordo definitivo. Questo sviluppo non è sfuggito ai leader israeliani, ormai consapevoli che in futuro non potranno più contare sull’appoggio incondizionato di Washington, chiunque sia il successore di Obama. 

Un’altra causa dell’apertura di uno spiraglio nella questione mediorientale è data dalla situazione attuale del mondo arabo, che costringe i palestinesi a valutare concessioni finora inimmaginabili. Siria, Egitto, Iraq e Libano sprofondano in un caos militare e politico, e in questo momento nessun paese arabo potrebbe mai partecipare a una guerra contro Israele. Non soltanto i palestinesi sono soli, ma il paesaggio regionale è stato radicalmente modificato dall’intensificarsi dello scontro tra sunniti e sciiti.

Il mondo arabo è infatti scosso da una guerra di religione che si allarga giorno dopo giorno, e che tra l’altro è all’origine della lotta tra Iran e Arabia Saudita per il controllo del Medio Oriente dopo l’allontanamento degli Stati Uniti. Il conflitto mediorientale non è più tanto israelo-palestinese quanto islamo-islamico, e tra lo stato ebraico e i paesi sunniti esiste ormai una convergenza di interessi (e a volte una chiara alleanza) nata dal timore dell’Iran e dell’asse sciita. 

La maggioranza della Lega araba è più che mai incline a sostenere gli sforzi verso una soluzione al conflitto israelo-palestinese, e nel frattempo, nonostante la loro debolezza nel contesto regionale, i palestinesi sono sempre più forti all’Assemblea generale dell’Onu, perché il costante avanzamento della colonizzazione israeliana gli garantisce l’appoggio della comunità internazionale.

L’isolamento di Israele alle Nazioni unite cresce di pari passo. Se i leader israeliani non ammorbidiranno le loro posizioni, il paese potrebbe andare incontro a reali minacce di sanzioni economiche. In molti sensi, insomma, l’evoluzione regionale sembra portare verso un compromesso. Il problema è che raramente la ragione fa la storia.

 

(Traduzione di Andrea Sparacino)

  15 gennaio 2014