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20 gennaio 2014

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L'amaca
Michele Serra su la Repubblica tramite Triskel182 | 19 gennaio 2014

Ci sono almeno due cose, sul colloquio Renzi-Berlusconi, che vanno dette al netto di ogni bilancio politico e di ogni elucubrazione politologica. La prima è che la cosa davvero anomala, davvero strampalata, non è discutere le regole con il “nemico”; è governare insieme a lui. Poiché il Pd quel passo stravolgente (governare insieme a Berlusconi) l’ha già compiuto, per giunta sotto l’alto patrocinio del Capo dello Stato, perché mai il suo nuovo segretario dovrebbe astenersi da un ben più giustificabile incontro per discutere di regole comuni?

La seconda è che questo incontro non arriva a interrompere un brillante e proficuo percorso di riforma. Arriva dopo anni di penoso traccheggio e di ignavia politica; arriva dopo un Lungo Niente che solo il colpo di mano (benedetto) della Consulta ha ribaltato: senza di quello, avremmo ancora il Porcellum, e l’umiliazione sistematica della politica per mano della politica stessa. Il “qualcosa” di Renzi è sempre meglio del nulla che lo ha preceduto. Di più: è proprio il nulla che lo ha preceduto a offrire a Renzi una innegabile pezza d’appoggio.


 
Legge elettorale, ora il giorco si fa duro
Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano | 19 gennaio 2014

Enrico Letta chiamava in continuazione per sapere come andavano le cose e Matteo Renzi non rispondeva. È finita che ad aggiornare il premier sull’incontro con Berlusconi al Nazareno è stato lo zio Gianni Letta (la famiglia innanzitutto). Deve essere stato piuttosto rassicurante se poi Letta nipote ha comunicato che il segretario pd si muove nella giusta direzione.

Questa è la prima notizia: il governo per ora non cade anche se nessuno può escludere che da ieri sera, qualche pozzo sia stato avvelenato. Due ore e mezzo di colloquio e totale sintonia fanno sapere i dialoganti, ma alla fine cosa hanno concordato? Una legge elettorale che rafforza i grandi partiti (loro) o le grandi coalizioni (sempre loro) e mette fuori gioco i piccoli, costringendoli per sopravvivere a farsi annettere dai più forti. Per Alfano una brutta notizia. Indicativo il suo tweet: non ci faranno tornare all’ovile.

Vedremo. Allora si vota subito? No. Così dice Renzi, che ha bisogno di almeno un anno (primavera 2015) per cambiare la Costituzione e abolire il Senato. Oltre alla riforma del Titolo Quinto per tagliare le unghie ai furbetti delle Regioni, quelli che s’ingozzano di rimborsi. Anche il Pd renziano, insomma, muove all’attacco della vorace casta per togliere l’esclusiva a Grillo e, quando sarà, riprendersi almeno una parte di quei voti che ai Cinquestelle sono arrivati dai delusi di sinistra.

Quanto al Condannato Decaduto, porta a casa una visibilità che non è più solo giudiziaria: la dimostrazione che pur se malconcio è sempre al centro del gioco. Ha sfinito Renzi con la solita pippa lamentosa sulla persecuzione delle toghe rosse accusando Napolitano di avergli fatto balenare una grazia mai più ricevuta. Napolitano, appunto, che si vede sottrarre le riforme dall’intraprendente sindaco. E consapevole che se lasciato troppo libero di fare il rottamatore rottamerà anche lui.

Da oggi si vedrà se e come l’accordo potrà reggere. E se i due conigli mannari, Letta e Alfano, s’inventeranno qualcosa per mandare tutto all’aria. Renzi si sta facendo un mucchio di nemici ma non ha scelta.


 
Renzi, B. e le mani belle ferme
Alessandro Gilioli su Piovono Rane | 19 gennaio 2014

Vedo un gran disordine sotto il nostro cielo per l’incontro di ieri alla sede del Pd: gente che fino a ieri insieme a B. ci governava e oggi pare scandalizzata, gente che fino a ieri diceva ‘per B. è game over’ e oggi parla di ‘profonda sintonia’ con lui.

La mia equilontananza da queste due speculari incoerenze è quasi perfetta: mi fanno amaramente sorridere sia gli uni sia gli altri.

Dico «quasi» perché per me chi ci ha governato insieme dovrebbe tacere mille anni, in generale. Il che nulla toglie allo svoltone uguale e contrario di chi neppure parlava di B. «perché è il passato» e oggi lo resuscita come autorevole interlocutore politico presente e futuro.

In entrambi i casi, non so se lo avete notato, l’alibi è sempre quello del «non c’erano alternative»: lo diceva il vecchio establishment del Pd quando si è affossato nelle larghe intese, lo dicono i renziani oggi per giustificare il nuovo patto col diavolo. Buffa la vita.

Ad ogni modo, credo che sulla questione ci siano da fare valutazioni di metodo e di merito, tenendole – se possibile – un po’ distinte.

Di metodo, relative all’aspetto simbolico della visita di Berlusconi al Nazareno: anche al più appassionato fan di Matteo credo sia chiaro che si è trattato di una legittimazione formale mai avvenuta prima.

Il fatto che questa sia arrivata dopo la condanna definitiva la rende ancora più significativa: in sostanza, i vertici del Pd hanno fatto sapere che – sentenza o non sentenza – loro comunque considerano B. il legittimo capo della destra italiana, la persona con cui si deve parlare per trattare con la destra italiana. Proprio quello che lui strilla da mesi, proprio quella legittimazione che porta dritta dritta alla richiesta di “agibilità politica” in barba alla condanna. Mi sembra difficile negare che almeno su questo punto B. abbia ottenuto una vittoria.

E a proposito di “agibilità politica”, è curioso notare che fra un paio di mesi questo incontro non si sarebbe potuto nemmeno tenere, essendo il ‘capo legittimo della destra italiana’ prossimo ai domiciliari o ai servizi sociali.

Ora, non so se Renzi  abbia davvero ignorato l’effetto simbolico di quanto avvenuto. Forse è semplicemente convinto di avere talmente il coltello dalla parte del manico – in termini di rapporti di forza – da potersene fottere. Forse è talmente pragmatico da non attribuire alcuna importanza ai simboli: ma sarebbe un po’ strano se nessun suo consigliere gli avesse ricordato la loro rilevanza crescente, al contrario, nella società dei media diffusi.

In ogni caso solo il tempo ci dirà se è più fondata la tesi di Gad Lerner (secondo il quale la visita di B. al Nazareno è stata una Canossa, il segno della disperazione di un anziano leader decaduto) o se al contrario ha ragione chi fa notare come, dalla Bicamerale in poi, il centrosinistra abbia sempre sbagliato drammaticamente nel rimettere in gioco il Caimano appena sconfitto.

Io mi limito a ricordare come nel ‘96 D’Alema professasse la teoria secondo cui Berlusconi era il miglior avversario possibile proprio perché reso debole dai suoi conflitti d’interessi: si è visto com’è andata.

Se ci evitassero l’ennesima replica di questa cazzata dalle frequenti e nefaste recidive, ecco, sarei davvero molto grato.

Poi c’è il merito, invece, secondo alcuni più importante: cioè la nuova legge elettorale e qualche ritocchino al titolo V della Costituzione.

Alcuni sbandierano i risultati ottenuti ieri come una vittoria epocale, il superamento definitivo del Porcellum o addirittura l’ingresso nella Terza repubblica; comunque lo ’sblocco’ di una pratica importante che in effetti era arenata da dieci anni nei blabla.

Finora in realtà non conosciamo una beata mazza di quanto convenuto ieri: si sa solo che l’accordo prossimo venturo dovrebbe «favorire governabilità e bipolarismo ed eliminare il potere di ricatto dei partiti più piccoli».

Liste bloccate? Quanto proporzionale e quanto uninominale? Soglia di sbarramento? Uno o due turni? Premi di maggioranza? Circoscrizioni piccole alla spagnola? Bah. Diciamo che la famosa trasparenza ogni tanto si prende delle vacanze.

In ogni caso, molti stanno applaudendo oggi qualcosa che ancora non conoscono. Effetti del leaderismo carismatico, forse, o della voglia disperata che qualcosa si muova, qualsiasi cosa, dopo tanta melma. Comprensibile.

Faccio tuttavia sommessamente notare che il Porcellum, nelle sue peggiori conseguenze, è già stato superato dalla sentenza della Consulta, mentre la politica dormiva.

By the way, aggiungo di dubitare che ieri pomeriggio sia stata affrontata la questione del conflitto d’interessi, che pure è parente abbastanza stretta di una buona riforma elettorale, o forse addirittura ne è precondizione.

Quindi consiglierei a tutti i plaudenti di tenere le mani belle ferme ancora per un po’.


 
L'anziano leader decaduto a Canossa nella sede del PD
Gad Lerner su www.gadlerner.it | 18 gennaio 2014

Prima ancora di conoscere l’esito politico dell’incontro fra Renzi e Berlusconi, durato oltre due ora (ma non mi aspetto nulla di sconvolgente), in questo caso contano anche le forme. L’anziano leader decaduto e indebolito che per la prima volta accetta di varcare la soglia di un partito che definiva “comunista”, “illiberale” e di cui non nominava mai il segretario perchè rifiutava di considerarlo al suo livello. Ricordate? Ebbene, fra lanci di uova e urla di “vergogna” oggi l’anziano è andato a casa del giovane avversario. Insistio. Le forme contano. Nel disperato tentativo di riacquistare un ruolo di protagonista sulla scena politica, Berlusconi si è autoimposto una sottomissione nel passato inconcepibile. La considero già una buona notizia, a prescindere da quel che seguirà.



Umiliante sintonia
Norma Rangeri su il manifesto | 18 gennaio 2014 

E’ sboc­ciato un amore, una «pro­fonda sin­to­nia» fra il Pd e Forza ita­lia. O meglio, fra Mat­teo Renzi e Sil­vio Ber­lu­sconi. Forse non è ancora un accordo, i det­ta­gli sono tutti da defi­nire, e potreb­bero essere la buc­cia di banana su cui far sci­vo­lare il governo verso le ele­zioni. Ma quando una sin­to­nia è «pro­fonda» risulta molto dif­fi­cile per chiun­que — soprat­tutto nella mag­gio­ranza di governo — distur­barla facendo «la voce grossa». Spe­cial­mente quando si hanno per­cen­tuali elet­to­rali a una cifra («non per­met­te­remo il ricatto dei pic­coli par­titi», è l’avvertimento di Renzi).

Dopo più di due ore di fac­cia a fac­cia e una breve dichia­ra­zione ai gior­na­li­sti, il segre­ta­rio del Pd ha dato appun­ta­mento a lunedì quando nella dire­zione del par­tito arri­verà la pro­po­sta di legge elet­to­rale e di riforma costi­tu­zio­nale. Dun­que manca qual­che ora per cer­care un «patto» nella mag­gio­ranza. Tut­ta­via den­tro la par­tita poli­tica ieri se ne è gio­cata un’altra, for­te­mente simbolica.

Nes­suna tele­ca­mera ha mostrato imma­gini dell’incontro (per pudore resi­duo, per ver­go­gna, per paura dell’impopolarità?), che nes­suno poteva imma­gi­nare qual­che set­ti­mana fa, soprat­tutto dopo la cac­ciata di un pre­giu­di­cato dal Par­la­mento: la scelta di Renzi ha di fatto ria­bi­li­tato un lea­der dimez­zato dai guai giudiziari.

Forse il segre­ta­rio del Pd voleva can­cel­lare la sua pro­fonda incoe­renza, facendo dimen­ti­care certe frasi roboanti che appena qual­che mese fa era diven­tate titoli di prima pagina. Dopo la sen­tenza della Cas­sa­zione «per Ber­lu­sconi la par­tita è finita, game over», disse com­pia­ciuto per aver azzec­cato la bat­tuta giu­sta. Ma per i poli­tici la coe­renza non è una virtù e il gio­vane Renzi con­trad­dice cla­mo­ro­sa­mente la sua liqui­da­to­ria bat­tuta rice­vendo il lea­der di Forza Ita­lia addi­rit­tura nella sede del Par­tito demo­cra­tico. Un atto di arro­ganza dun­que verso il suo stesso par­tito, anche se non verso la sto­ria, basti ricor­dare i rap­porti con D’Alema e con Veltroni.

Ma ora la situa­zione è diversa: in nes­sun paese nor­male può acca­dere che a deci­dere le riforme (elet­to­rali e costi­tu­zio­nali) venga chia­mato un per­so­nag­gio che i magi­strati stanno per asse­gnare ai ser­vizi sociali o agli arre­sti domi­ci­liari. E sic­come la forma è sostanza que­sta sfida sim­bo­lica dice molto dell’invulnerabilità da cui Renzi si sente pro­tetto. Un uomo solo al comando dopo il ple­bi­scito delle pri­ma­rie. Che umi­lia almeno una parte dell’elettorato del Pd.

Il brac­cio di ferro tra il segre­ta­rio, il pre­si­dente del con­si­glio e la mag­gio­ranza di governo è arri­vato al punto di mas­sima ten­sione, mol­ti­pli­ca­tore di un con­flitto nel Par­tito demo­cra­tico ancora fra­stor­nato dal cam­bio dei ver­tici e dalla geo­gra­fia mobile delle cor­renti. Per certi versi sem­bra di assi­stere ai vec­chi riti demo­cri­stiani quando il segre­ta­rio Dc attac­cava il governo Dc le cui sorti erano alla fine decise dal gioco delle cor­renti di piazza del Gesù.

Per­ché somi­glia molto ad un gioco demo­cri­stiano que­sta trian­go­la­zione tra Letta, Renzi e Alfano che cer­cano di farsi lo sgam­betto per poi meglio accor­darsi e chiu­dere la par­tita della legge elet­to­rale in modo che sod­di­sfi le esi­genze di tutti. Però quando al tavolo è seduto anche Ber­lu­sconi c’è sem­pre il rischio che decida di ribal­tarlo. E a pen­sarci bene, che a deci­dere sul futuro del nostro Paese sia un pre­giu­di­cato non è umi­liante solo per un par­tito, ma per tutti.

  20 gennaio 2014